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Avere vent’anni: marzo 1998

31 marzo 2018

BEHEMOTH – Pandemonic Incantations

Trainspotting: I Behemoth con il passare degli anni sono diventati una roba talmente brutta e scema che bisogna fare uno sforzo notevole per ricordarsi di quando erano un gruppo della madonna. Pandemonic Incantations, il loro terzo disco, era addirittura molto avanti rispetto alla sua epoca, con il suo black metal deathizzato e potente, una sorta di incrocio tra Nemesis Divina, Enthrone Darkness Triumphant, The Secrets of the Black Arts e i Naglfar. Che poi è proprio questo il disco della svolta, dopo Sventevith e Grom, ma, pur essendo già presenti tutte le caratteristiche che poi sarebbero esplose nel prosieguo plasticoso e nuclearblastiano della loro carriera, qui mantengono ancora ben salde le radici nell’ortodossia del metal estremo nordeuropeo, prendendosi anche la libertà di interessanti svarioni stilistici come in Driven by the Five-Winged Star. A posteriori è peraltro curioso peraltro notare come sia proprio la voce di Nergal, possente e imperiosa, a dare valore al disco, mentre in seguito diventerà uno dei problemi principali dei Behemoth.

JERRY CANTRELL – Boggy Depot

Stefano Greco: I teenager degli anni novanta sono un esercito di orfani che, prematuramente abbandonati dai gruppi che li avevano cullati, sono costretti a cercare rifugio da altre parti. Ma ogni volta che il papà torna a casa vogliono sentirsi raccontare una storia, quella storia che ha proprio loro come protagonisti. Nel ‘98 Jerry Cantrell ha solo 32 anni ma è già un sopravvissuto, e Boggy Depot è la sua testimonianza. Suona familiare ma è anche distante. Se ne riconoscono gli umori però non è la stessa cosa di prima. Manca qualcosa, manca qualcuno. Questo lo rende il racconto di un’amarezza che va anche oltre l’intenzione esplicita del narratore, il quale anzi cerca di voler stemperare l’atmosfera tramite episodi forzatamente solari (Between sembra quasi una cosa dei Nickelback. Ok, forse ho esagerato). Nel successivo Degradation Trip la sofferenza verrà abbracciata senza timore: forse anche in questo caso sarebbe stata la cosa più sensata da fare.

DEEDS OF FLESH – Inbreeding The Antropophagi

Ciccio Russo: Nonostante la combo copertina-titolo-etichetta (la putridissima Repulse Records del macellaio di Madrid, Dave Rotten degli Avulsed) facesse di tutto per farteli amare a prima vista, i Deeds of Flesh di allora non erano proprio imperdibili. Rispetto al mediocre debutto Trading Pieces, il salto di qualità è notevole: il riffing è un po’ più fantasioso, il doppio registro vocale growl/screaming funziona, il rullante ha smesso di suscitare paragoni frusti con i fustini. Caso di scuola di gruppo che ha cambiato stile mano a mano che ha imparato a suonare. Oggi sono una delle più apprezzate formazioni di brutal death tecnico americane. Allora manco facevano gli assoli. Che poi poteva diventare pure una cifra stilistica non fare gli assoli, a ripensarci.

ABLAZE MY SORROW – The Plague

Trainspotting: Non succede spesso, ma a volte, riascoltando un album per Avere vent’anni, scopro che i bei ricordi che avevo di un disco si rivelano essere gonfiati. Questo è esattamente ciò che è accaduto per il secondo degli Ablaze My Sorrow, band che, essendo parte della primissima ondata del death melodico svedese, dovrebbe avere uno status di culto o cose del genere. Purtroppo però The Plague è piuttosto moscetto, specie a causa della produzione e della voce di Fredrik Arnesson, un clone di Tompa sotto sedativo, che ci sarà un motivo se questo nella vita ha cantato solo sul secondo degli degli Ablaze My Sorrow e basta. Nulla a che vedere, comunque, con i primi dischi degli Unanimated, degli Eucharist o degli altri gruppi secondari di quell’ondata, che anche ascoltati adesso fanno la loro porchissima figura. The Plague ha comunque dei buoni spunti qua e là, quindi consiglio un ascolto ai fan del death svedese, senza che però ci si faccia troppe illusioni.

COVENANT – Nexus Polaris

Marco Belardi: Svariati anni prima dei casini totali che avrebbero seguito l’uscita di S.E.T.I., i Covenant si chiamavano ancora così e vantavano la loro formazione più completa. C’erano, fra gli altri, la corista dei Cradle Of Filth (Sarah Jezebel Deva) ed Astennu, oltre al membro di lungo corso Hellhammer, che in quel periodo non sapeva più con chi registrare un album. Sono molto affezionato al debutto dei Covenant In Times Before The Light, ma a distanza di così tanto tempo devo ammettere che il secondo Nexus Polaris – che all’epoca bollai come ispirato, ma anche ruffiano – è in realtà un lavoro assai raffinato. Oltre che composto da gente inconsapevole di essere all’apice, e forse anche perciò capace di tirare fuori cose pazzesche con relativa facilità. Cose come la celebre opener The Sulphur Feast, la più elaborata e dinamica Bizarre Cosmic Industries, ed il capolavoro finale Chariots Of Thunder.

Un album comunque imperfetto e che soffriva una parte centrale non proprio impeccabile – e che lasciava inesorabilmente spazio agli episodi più energici, come Dragonheart, senza fare in modo scontato centro – ma comunque un validissimo esempio di quel black metal sinfonico e/o melodico o chiamatelo come preferite che, in quei tempi, aveva su di me lo stesso effetto di un tipo che si presenta completamente vestito di rosso in un campo pieno di tacchini. Semplicemente, non sapevo resistere a quella roba. Col successivo Animatronic – inciso come The Kovenant in seguito ai problemi legali occorsi per omonimia – Nagash riuscì a farmi incazzare come una bestia, motivo per cui sono molto curioso di rimetterlo su a distanza di due decenni. Perché credo sia più o meno da allora che non lo riascolto, e ricordo solo che l’incarnazione “industrial” degli …And Oceans su A.M.G.O.D. – risalente al 2000 – mi aveva colpito decisamente di più.

THYRFING – st

Trainspotting: Il debutto dei Thyrfing è il classico disco di viking black metal. O meglio, è quello che in seguito sarebbe diventato il classico disco di viking black, perché all’epoca di esempi ce n’erano pochini, tanto che la band svedese ora è giustamente vista sotto un’ottica pioneristica. A parte il valore storico, Thyrfing è un gran bel dischetto, con pezzi notevoli come Set Sail to Plunder, Celebration of our Victory o la bellissima Going Berserk posta in chiusura. Trascinati dall’ottimo lavoro di tastiere di Peter Lof e dalla produzione dei Sunlight Studios di Stoccolma, i Thyrfing tratteggiano scenari bellici scandinavi un po’ fumettosi ma comunque molto affascinanti: nei momenti più seriosi, l’evocazione è tanto ben riuscita che diventa difficile non lasciarsi trascinare dalle atmosfere vichinghe. In un’epoca in cui il viking black è diventato quasi una barzelletta, fa bene ricordarsi quando tutto ciò aveva ancora un senso.

SEPTIC FLESH – A Fallen Temple

Edoardo Giardina: Ogni tanto mi chiedo se questi gruppi metal dell’area mediterranea sarebbero mai interessati a qualcuno se non fossero venuti da dove vengono, o se tutto il loro fascino fosse dovuto a del semplice esotismo. Poi penso ai Rotting Christ e ai Septic Flesh e mi rispondo che sì, sarebbero stati grandi a prescindere. Questi ultimi li ho sempre considerati i Paradise Lost di noi PIIGS, che abbiamo avuto la fortuna nella vita di passeggiare per la macchia mediterranea e sentirne il profumo. I primi due magici album, Mystic Places of Dawn e Έσοπτρον, sono stati seguiti da un Ophidian Weel che comincia già a recepire i futuri cambiamenti di Revolution DNA (più elettronica e ritmiche più “industriali”). A Fallen Temple, nel mezzo, rappresenta un piacevole e parziale passo indietro; un momentaneo ritorno al death doom, gotico e torrido allo stesso tempo. Immaginate che Frankenstein, o il moderno Prometeo venga ambientato in qualche agorà greca piuttosto che tra le Alpi svizzere. E riascoltarlo dopo tanto tempo mi ha convinto ancora di più del parallelismo con il gruppo della plumbea Halifax – forse solo in nuce a inizio carriera. La conferma? Una cover di The Last Time da Draconian Times contenuta nella ristampa del 2014 pubblicata dalla Season of Mist (ovviamente troppo ripulita per essere veramente apprezzabile). Se al posto di leggere Mary Shelley leggessi Fabio Volo direi che A Fallen Temple è lo spazio tra le parole Septic e Flesh.

BENEDICTION – Grind Bastard

Ciccio Russo: Pur mai ufficialmente sciolti, i Benediction si erano fermati da un pezzo. L’ultimo disco risale al 2008 e si sono riattivati da pochissimo, annunciando lo scorso gennaio di essere a lavoro su un nuovo album. La roba che hanno fatto dopo The Dreams You Dread non mi ha mai appassionato. Come tanti altri della loro generazione (appena o manco trentenni e già considerati vecchia guardia) avevano finito per aggiornare un minimo il loro suono. C’è del death’n’roll, c’è l’hardcore, c’è la sporadica panterata, ci sono un paio di pezzi che sembrano usciti da un disco dei Napalm Death degli anni 2000 (ovvero, successivi al rinsavimento). Se vi piace e ci siete legati vi capisco, per carità, ma forse 14 pezzi erano troppi e il quintetto di Birmingham aveva ormai perso in larga parte quella vena oscura britannica che ce lo aveva fatto amare. Tuttavia, a incocciarli dal vivo, un paio di canzoni da Grind Bastard le vorrei sentire.

STRATOVARIUS – Visions of Europe

Trainspotting: Gli Stratovarius nel 1998 erano sulla cresta dell’onda, ed era quindi il momento perfetto per un disco dal vivo. Visions of Europe ci restituisce la band di Timo Tolkki al massimo della forma, quand’era una vera macchina da guerra con una discografia inattaccabile alle spalle: nello specifico, qui vengono estratti solo pezzi dagli album con Kotipelto alla voce, e cioè Visions, Episode e Fourth Dimension, con una resa praticamente perfetta che rende il presente live imprescindibile per gli appassionati di quel periodo storico degli Stratovarius. Certe versioni sono ancora più belle dell’originale, o quantomeno hanno segnato l’immaginario dei fan più delle rispettive versioni in studio: Twilight Symphony, Speed of Light, Against the Wind, Legions, persino il cavallo di battaglia Forever traggono nuova linfa in questa veste, dimostrazione che Visions of Europe riuscì a fotografare la band proprio nel momento di maggior gloria, quando pareva che tutto il mondo stesse ai loro piedi e che mancasse pochissimo per una consacrazione definitiva che li lanciasse come nuovi portabandiera del metal mondiale. Le cose poi andarono diversamente, ma questo già lo sapete.

TANKARD – Disco Destroyer

Marco Belardi: Negli anni novanta ci fu un breve periodo in cui i Tankard provarono a trattare tematiche più serie, il che si riversò pure sulla loro musica. Tutto ebbe inizio con Two-Faced e culminò nell’omonimo del 1995, che per il sottoscritto è anche il più maturo e sottovalutato della loro intera carriera. A dire il vero, non in molti prendono in considerazione quella fase della discografia della band di Andreas Geremia, finendo per nominare i soliti Chemical Invasion o The Morning After. E hanno anche un po’ ragione. La verità è che con Disco Destroyer le cose stavano ancora nel mezzo: un’uscita stilisticamente molto punk, con dei suoni belli potenti ed un tasso di ispirazione piuttosto latitante. Peccato, perché di energia qua ce n’era a barili – come quello che pretesero dal gestore del Siddharta di Prato nel tour di B-Day, pieno di ghiaccio e lattine di Bavaria.

Tornando al disco, Roach MotelAway! si affermarono come due degli highlight di questo capitolo di passaggio, l’ultimo per il chitarrista di lungo corso Andy Bulgaropulos. Dopodiché sarà il turno di Kings Of Beer, noto più per Flirtin’ With Desaster che per essere un album di alto livello. Qualche anno ancora e avrebbero ripreso a combinare roba grossa come – appunto – il bellissimo B-Day, culmine non solo per l’ironia sprigionata dalle liriche, ma anche per la qualità che riuscirono ad ottenere. Ricordiamoci di Disco Destroyer per la sua copertina oltre i limiti del buzzurro, e passiamo oltre con tranquillità poiché su tredici brani, riascoltandolo, ho faticato a salvarne cinque. Another Perfect DaySplendid Boyz sono lo specchio di un gruppo imprigionato nella ricerca della semplicità ad ogni costo, dopo un’uscita relativamente articolata che, come The Tankard, non aveva riscosso il successo sperato. Di sicuro questa scelta non consentì loro di debuttare nel migliore dei modi su Century Media.

TRISTANIA – Widow’s Weeds

Trainspotting: I Tristania si incastravano perfettamente nel contesto della scena metal dell’epoca, a tal punto che il loro arrivo fu salutato con relativa sufficienza. L’accusa principale era di essere un gruppo clone dei Theatre of Tragedy, band con cui condividevano la nazionalità norvegese e quella particolare sensibilità gotica che si estrinsecava soprattutto nel doppio cantato beauty & the beast del quale ci siamo già abbondantemente occupati trattando dei dischi usciti in quel periodo. Widow’s Weeds però meritava davvero, al contrario della maggior parte della discografia successiva dei Tristania: per quanto questo tipo di immaginario ormai suoni abbastanza ridicolo, viene affrontato con una certa delicatezza che poi la band di Anders Hidle perderà, affogatasi nel turbine di produzioni ipertrofiche e sessioni fotografiche ammiccanti della cantante. Ma Widow’s Weeds no, è puro e innocente come solo certi dischi degli anni novanta sapevano essere. Menzione speciale per Angellore, svarione ottantiano in stile Fields of the Nephilim che i Theatre of Tragedy non hanno mai fatto. Ma il disco merita tutto nella propria interezza.

THERAPY?  – Semi-Detached

Stefano Greco: Il passaggio ad una formazione a quattro elementi, il cambio di batterista, un sacco di tempo tra un disco e il successivo: le cose cominciano a prendere una piega troppo professionale per questi tizi, è una situazione innaturale, sbagliata. E il disco ne risente. Pare che nei piani degli autori questo dovesse essere l’album rumoroso, ma la casa discografica (la A&M nel bel mezzo del fallimento) fece pressioni per avere più pezzi melodici cambiandone il risultato complessivo. Semi-detached per lunghe parti infatti suona come una raccolta di canzoni assemblate insieme, e non come un disco coeso e dal sound compatto come i precedenti: per ritrovare la sua essenza alle volte sono più indicative alcune bonus track e b-sides del periodo (High Noon di Dj Shadow) che non molti brani dell’album stesso. Quello che forse doveva essere il nocciolo è relegato in appendice: i due pezzi in chiusura (Tramline, The Boy’s Asleep) sono liricamente stringatissimi, avulsi del resto dell’album e da molta della loro discografia eppure sono quelli che alla lunga restano più dentro. Un’occasione mancata e l’inizio dei casini.

GORGASM – Stabwound Intercourse

Ciccio Russo: Primo ep di quella che resta una delle migliori band brutal death americane della seconda ondata (recuperate, se non lo avete ancora sentito, l’ultimo, spettacolare Destined to Violate). Già allora erano una spanna sopra quasi tutti: avevano la capacità di pestare durissimo mantenendo nel contempo un’ispirazione nella scrittura, una cura degli arrangiamenti e delle dinamiche, una disinvoltura nel cambiare registro all’improvviso – grazie a un bagaglio tecnico di tutto rispetto – tali da rendere superfluo e ridicolo il 90% della concorrenza, a partire dal cosiddetto slam che nascerà da lì a poco. Nel loro genere, sottovalutatissimi. Il cantante Damien Leski attualmente sostituisce la buonanima di Joe Ptacek nei Broken Hope.

ENTWINED – Dancing Under Glass

Trainspotting: L’unico motivo valido per ricordare gli inglesi Entwined è che fecero da supporto ai Morbid Angel per il tour di Formulas Fatal to the Flesh, che è un po’ come se i Modà facessero da supporto ai Bestial Warlust. Dancing Under Glass si compone di un gothic metal senz’arte né parte con qualche spunto carino qua e là ma che, in generale, fa parte di quelle cose passate che usualmente si dice sia meglio lasciare sepolte. Alcuni pezzi non sarebbero neanche male se li avesse suonati e cantati qualcun altro, ma il problema principale qua è soprattutto la voce sgraziata, anzi straziata, che a cantare questi testi romantici e melanconici da supermercato del gotico ci hanno messo uno che sembra un incrocio tra il cantante dei Silverchair con la pertosse e un ultras degli Irriducibili della Lazio. Dopo quest’album gli Entwined si sciolsero e nulla più rimase di loro, e suppongo che essersi trovati davanti al pubblico dei Morbid Angel che gli tirava le banane possa avere avuto un ruolo in tutto questo.

SHEAVY – The Electric Sheep

Marco Belardi: È straordinario quello che può accadere ad una cover band nel giro di qualche annetto. Gli Sheavy, canadesi, suonavano perlopiù brani dei Kyuss sotto il nome Green Machine. Poi un paio di demo, qualcuno che si incazza perché già si chiamava come il celebre brano di Blues For The Red Sun, e l’inizio di una nuova storia. Il primo album degli Sheavy – Blue Sky Mind – è piuttosto trascurabile soprattutto a causa dei metodi malsani con cui fu registrato, ma subito dopo iniziò il periodo d’oro per Steve Hennessey e compagnia bella. A mio avviso, The Electric Sleep rappresenta il loro apice perché funziona in tutto e per tutto, senza pretendere di andare oltre la riproposizione dello stile dei Kyuss di Welcome To Sky Valley, inserito dentro a massicce dosi di Black Sabbath. Naturalmente mi riferisco al gruppo di Iommi nei termini dei momenti più abrasivi di Master Of Reality, ed a niente di eccessivamente postumo.

Il blues è ovunque, ed alla energica Virtual Machine seguono una serie di brani dalla composizione più raffinata di quello che ci si potesse aspettare da un combo alla sua seconda release ufficiale. Dopo essere stati tacciati di somigliare troppo al gruppo inglese, si confermeranno su alti livelli anche con Celestial Hi-Fi di due anni dopo, o almeno fino a che la Rise Above deciderà di tenerli sotto la sua ala protettrice. Ma il periodo di The Electric Sleep fu particolarmente proficuo semplicemente perché non avevano ancora deciso di mettere troppa carne al fuoco, come avverrà quattro anni dopo con la sperimentazione a ruota libera di Synchronized – altro buon album per carità, ma a cui non sono mai riuscito ad affezionarmi oltre un certo limite. Qua si correva in direzione della semplicità e del risultato finale: canzoni di buon livello, come la vivace Automation. Stoner rock  suonato con maestria e cantato con quel pelino di devozione di troppo nei riguardi del madman, che bastò a limitarli in termini di personalità (quando Steve sale di tono nell’accelerazione presente all’interno della title-track, sembra davvero di essere dalle parti di Vol. 4). Comunque sia, è stato un piacere riascoltarli oggi.

OTYG – Älvefärd

Trainspotting: Quando ero un giovine frequentatore dei forum a tema metallurgico, c’era sempre un sacco di gente che se la menava con gli Otyg. Questi erano una band che aveva tirato fuori due dischi a fine anni novanta e poi era sparita nel nulla, fagocitata dai mille progetti paralleli dei musicisti coinvolti, tipo Vintersorg che a un certo punto era diventato il prezzemolino della scena norvegese. Io però non sono mai riuscito a entrare nelle loro corde: ho provato svariate volte ad ascoltare il debutto Älvefärd, senza mai riuscire a farmelo piacere, e anche ascoltato a distanza di anni confermo l’impressione dell’epoca. Folk (black?) metal zumpettone e ritmato stile sagra del villaggio dei folletti del bosco, con la voce di Vintersorg che replica il timbro enfatico dei canti nordici, e si fatica ad arrivare fino in fondo senza mai intervenire sul tastino skip. Piacciono a così tante persone che forse mi sto perdendo effettivamente qualcosa, ma a questo punto suppongo di non poterci fare niente. Comunque questi qualche anno fa spergiurarono di stare tornando, però poi scomparirono di nuovo. Meglio così, dai.

KRABATHOR – Orthodox

Ciccio Russo: Lies mi era piaciuto tantissimo; i Krabathor divennero gruppo feticcio immediato, complice una provenienza che all’epoca suonava ancora vagamente esotica. Non era mica come ora che ci sono Schengen, il Couchsurfing e Ryanair. Il muro di Berlino era caduto pochi anni prima, la Polonia era ancora un Paese misterioso, del quale al massimo sapevamo che si rimorchiava offrendo in cambio calze, come ci aveva insegnato Carlo Verdone. Ricordavo Orthodox come una delusione abbastanza tremenda. Riascoltato oggi, non migliora chissà quanto ma conserva il fascino naif di certi dischi estremi di seconda fascia (quindi non interpretati da Fabrizio Frizzi) un po’ incasinati, con sprazzi di ispirazione meritevoli (i pezzi dove tentano qualche esperimento melodico, come Parasites e About Death) alternati a momenti più grezzi e tirati via. Metal Archives li dà per riuniti dal 2013 ma da allora hanno fatto uscire solo un live e un box celebrativo.

MOTORPSYCHO – Trust Us

Stefano Greco: Nonostante sia il quinto disco nel giro di cinque anni, Trust Us mantiene lo standard della produzione dei Motorpsycho a livelli insensati. Un’uscita che complica ulteriormente quell’esercizio impossibile che è fare una classifica ordinata dei loro album migliori. Col tempo mi sono fatto l’idea che, con i norvegesi, scegliersi l’album preferito è una cosa che nulla ha a che fare con criteri oggettivi. La qualità da Demon Box a questo è talmente alta che le preferenze probabilmente riguardano più il vissuto personale che le canzoni in sé. Se la ragazza ti aveva mollato con Timothy’s Monster allora quello arriva ultimo (o forse primo?), mentre se durante l’estate ascoltavi Angels And Daemons At Play allora voti per quello. Non esistono ragioni reali per preferire Vortex Surfer a Un Chien D’Espace o a Watersound. E’ semplicemente impossibile, non si può fare. Mi reputo davvero fortunato ad avere ascoltato e vissuto questi album in diretta. Perché canzoni così rendono bellissima anche l’esistenza più noiosa. C’è gente che campa una vita intera senza aver mai sentito questo gruppo, mi dispiace per loro.

NOKTURNAL MORTUM – To the Gates of Blasphemous Fire

Trainspotting: La fama dei Nokturnal Mortum aveva raggiunto un picco nei primi anni 2000, quando la scena dell’Est Europa stava maturando e vedeva i suddetti come i propri apripista. Ucraini, confusamente nazistoidi e innamorati degli Emperor, i Nokturnal Mortum nel 1997 se n’erano usciti col debutto Goat Horns, che, anche a causa dei due tastieristi in formazione, spingeva un po’ troppo sul lato sinfonico; la rotta venne quindi corretta già dall’anno successivo con il presente To the Gates of Blasphemous Fire, forse il disco più diretto e aggressivo della storia della band. Il compromesso funzionò, al netto di qualche arzigogolo di troppo, aspetto che nel bene e nel male è comunque un loro tratto costitutivo. Pezzi come l’apertura Bestial Summoning o la maestosa On The Moonlight Path valgono la (ri)scoperta dell’album, uno dei meno considerati della discografia dei Nokturnal Mortum eppure, da un certo punto di vista, il più meritevole.

 

 

 

 

 

9 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    31 marzo 2018 10:10

    Minchia quanta robba! In breve Behemoth e’ l’ultimo che tollero; Jerry Cantrell buon disco ma giustamente che avete scritto si sente che manca qualcosa; Septic Flesh li scoprii con questo disco e ci sono molto affezionato, ma per me fino a Revolution Dna compreso piacciono tutti, poi quelli dopo li trovo carini che punte alte; Tristania seguiti con interesse in tutti i lavori con Morten Veland; Covenant Nexus Polaris ha forse perso un po della magia del tempo, ma alcune track mantengono inalterato il loro fascino; Otyg sempre amato quello stile zumpappa ma mai troppo allegrotto e poi la voce di Vintersorg e’ troppo assurda; Nokturnal Mortum questo disco mi ricorda una mia ex…

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  2. Cosmo Kidd permalink
    31 marzo 2018 16:31

    Grandi i canadesi! Sì concordo…”The Electric Sleep” è il loro lavoro più bello, ma in generale per me non hanno mai sbagliato un colpo.

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  3. bonzo79 permalink
    1 aprile 2018 09:53

    Che periodo, vaccabboia…
    Io gli Otyg li adoro, anche se non ricordo mai se sia questo o l’altro il migliore.
    Disco dei Tristania splendido (e il successivo pure meglio, poi il crollo verticale).
    Incompensibile l’album dei Therapy?, si sente che c’erano troppe indicazioni da parte dei discografici… già il lavoro dopo assai migliore.
    Doppio live degli Stratovarius colossale, si fossero sciolti in quel momento staremmo ancora in molti col lutto al braccio.
    Covenant carino ma, ebbene sì, preferisco i successivi.
    Thyrfing discreto ma l’anno dopo esce Valdr Galga e non ce n’è più per nessuno.
    Cantrell ce l’ho ma non lo sento da almeno 15 anni… non ricordo un pezzo!
    A Fallen Temple per me stupendo: la cover cui fate riferimento era nel meraviglioso “As we die for…Paradise Lost”, tributo uscito per Holy Records nel 1998… lo straconsiglio!

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  4. 1 aprile 2018 12:53

    Grazie Belardi per gli Sheavy, non li conoscevo (all’epoca ero impegnato a mettermi in pari con le puntate precedenti) e adesso mi sto esaltando con “The Electric Sleep” e “Celestial Hi-Fi”. Al Metal Skunk Fest ti offrirò una pinta di ringraziamento. A proposito, a quando il primo Metal Skunk Fest? Farebbe il botto già dalla prima edizione.

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