Avere vent’anni: STRATOVARIUS – Visions

Trainspotting: Con Visions si apre definitivamente il periodo truzzo degli Stratovarius. Per fare un paragone cinematografico, se The Fourth Dimension fosse Pitch Black, Visions sarebbe The Chronicles of Riddick. O Rambo 1 e 2, o Rocky 1 e 4. Insomma, ci siamo capiti; e, come detto, Episode sta nel mezzo.

La caratteristica dei primi Stratovarius era proprio l’unione del power metal con il lacerante spleen tipico della Scandinavia – e della Finlandia in particolare. Arrivati a Visions, il sesto disco, di quello spleen non rimane che un’ombra, quasi un sottilissimo trait d’union di sottofondo ai pezzi, e riconoscibile perlopiù dai testi; perché, musicalmente, Visions è il perfetto disco power estivo da macchina, con la produzione ipertrofica e i ritornelli da cantare con il finestrino abbassato e il vento in faccia. Ma Visions fu anche di più: fu, forse insieme a un altro paio di album, il vero detonatore responsabile dell’esplosione del power metal di fine anni novanta, specie in termini di popolarità. Un gruppo come gli Stratovarius, finlandese e malmsteeniano, era un’assoluta novità per la grande massa dei metallari, che magari fino a quel momento pensavano che il power fosse morto con l’addio di Kai Hansen agli Helloween. Visions ebbe il merito di mostrare al mondo che il power aveva ancora molto da dire, e molti risvolti da esplorare, e che persino dei finlandesi dalla storia personale decisamente atipica potevano dire la loro e proiettare il genere in avanti.

Visions è ovviamente più immediato e di più facile fruibilità rispetto ai precedenti, per capire i quali bisognava quantomeno entrare sulla stessa lunghezza d’onda emozionale di Tolkki. Qui invece c’è Jorg Michael che suona in 4/4 robotico con la doppia cassa ad elicottero, Kotipelto che pensa solo ad andare il più alto possibile e Tolkki in pieno delirio d’onnipotenza (in senso iperbolico, ovviamente, perché il vero delirio di onnipotenza arrivò quando si mise a dire in giro che Gesù Cristo gli mormorava kabbalah-kabbalah all’orecchio). Poi vabbè, con le copertine non sono mai stati dei draghi, ma quella che vedete lì sopra rimane a tutt’oggi una delle più grandi tamarrate di cattivo gusto della storia di, boh, delle illustrazioni?

La partenza lenta con The Kiss of Judas è fuorviante, perché dopo il suddetto mid-tempo hardrockeggiante si passa subito al frullar di cassa, con Timo Kotipelto che strilla su velocissime cascate di note della coppia Tolkki/Johansson, che da parte loro scardinano l’influenza helloweeniana rendendola molto più quadrata, asfittica e tamarra. Legions è l’equivalente power di Gabry Ponte, o giù di lì. Ovviamente Visions è un capolavoro, non mi si fraintenda; il fatto che non abbia nulla della profondità emotiva di Dreamspace o Fourth Dimension (ma neanche di Episode) non esclude il fatto che, in un modo diverso, sia ugualmente memorabile. Del resto a ogni persona, per quanto miserabile e sfortunata, può capitare un periodo positivo: e, anche se non conosco dettagliatamente la biografia di Timo Tolkki, giurerei che il suo periodo positivo abbia coinciso proprio con la composizione di Visions. Il pezzo forse più lacerante, quello in cui l’antico spleen torna a riaffiorare, è The Abyss of your Eyes, che però viene così pompato dalla produzione da rendere irriconoscibile quel tocco delicato con cui, in passato, venivano toccate determinate corde. Ma tutto questo non toglie, ripeto, il fatto che Visions sia un capolavoro.

Così nel 1997 gli Stratovarius passano agilmente dallo status di gruppo da riflessione a gruppo da cazzeggio: visto che la primavera sta nuovamente entrando nelle nostre vite, il miglior modo per godersi ancora una volta un disco come Visions è portarlo in macchina e andarci a fare una scampagnata, cantando e tamburellando le dita sul volante, con tutto lo spirito liberatorio che chi non è uno di noi non può capire.

Cesare Carrozzi: Come scrissi poco meno di un anno fa, Visions è un discone. Non ai livelli di Episode, almeno per quanto mi riguarda, ma comunque un disco della Madonna Addolorata. Soprattutto, risulta ancora oggi piuttosto allucinante il fatto che a brevissima distanza dal precedente capolavoro se ne siano usciti con quest’altra perla, con una nonchalance da veri fuoriclasse, e senza contare peraltro tutta la discografia pre-Episode: perché diciamolo pure, in effetti basta un Fourth Dimension qualsiasi a smerdare il buon novanta per cento del panorama power metal del relativo periodo. E anche di quelli un po’ più in là, in effetti.

Ovviamente è un discone e non propriamente un capolavoro come Episode perché, a differenza di quest’ultimo, ha dei difetti, e si chiamano Paradise e Coming Home. La prima, pure se osannata dal pubblico e riproposta spesso dal vivo, è la prima di un indefinito numero di pezzi-fuffa con i quali Timo Tolkki decise di suicidare la propria carriera ed in definitiva gli Stratovarius stessi, la seconda una sciapissima ballata che meglio perderla che trovarla alla quale, fortunatamente, la bellissima Before The Winter pone rimedio.

Per il resto tutto perfetto, dall’arcinota Black Diamond a Forever Free, passando per The Abyss Of Your Eyes fino all’omonima Visions, la quale con i suoi dieci minuti di durata sigilla un disco splendido, che per i suoi vent’anni andrebbe ripescato e riascoltato a manetta, eventualmente saltando giusto quel paio di tracce di cui vi ho detto, per vostra convenienza pure messe una dietro l’altra. Come resistere? Su.

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