OBSESSION e BACKROOMS sono davvero la rivoluzione del cinema horror come si dice in giro?
Leggevo un po’ ovunque del successo contemporaneo e inatteso di Obsession e Backrooms, i due horror indipendenti statunitensi in sala nelle ultime settimane. Se ne parla, in alcuni casi, come di una rivoluzione del cinema horror, in grado di ridettare le regole commerciali della settima, moribonda arte. Entrambi i film hanno ottenuto infatti risultati simili ed al di là di qualsiasi attesa, incassando più di duecento milioni di dollari a testa in tutto il mondo, a fronte di investimenti veramente contenuti: dieci milioni per Backrooms e solamente settecentocinquantamila dollari per Obsession (quanto l’acquisto di un appartamento a Milano, in pratica). A solleticare ancora di più la voglia di iperbole dei commentatori, l’età dei due registi: ventisei gli anni di Curry Barker, autore di Obsession, addirittura solo venti quelli del collega Kane Parsons, dietro la cinepresa di Backrooms. Ulteriore punto in comune, il fatto che i due registi non siano emersi da una scuola di cinema prestigiosa e non abbiano a curriculum parentele pesanti. Barker e Parsons in realtà (anche se per il primo siamo al secondo lungometraggio) sono emersi “dal basso”, come autori di sketch e video su YouTube, a quanto pare sufficientente popolari da convincere due mezze corazzate indipendenti come Blumhouse e A24 a partecipare alle produzioni. Praticamente quanto successe già ai due gemelli australiani Philippou, esordienti al cinema ai tempi di Talk To Me e poi autori di quel pugno nello stomaco che è stato Bring Her Back. Ora, di generazione scopro che io sarei classificato come “millenial” e sono in difficoltà a decifrare e valutare le dinamiche sociali e comunicative della “Generazione Z” e della “Generazione Alfa”, i primi veri e propri nativi digitali. Però vi dico che recandomi al cinema entrambe le volte, già contento di non trovarmi un horror indipendente relegato allo spettacolo di seconda serata nella settimana di uscita, mi ha fatto un’impressione decisamente piacevole trovare le sale mezze riempite (vado pur sempre in orari “da vecchi”) in prevalenza da ragazzini liceali che hanno voglia di andare al cinema per prendersi qualche bello spavento. In questo, tanto Obsession che Backrooms funzionano bene, nulla da eccepire.

Sull’effettiva rivoluzionarietà (per lo meno come intendono la parola “Generazione X” e “Baby Boomers”) ci sarebbe facilmente da ridimensionare l’iperbole dei commentatori. Va bene che il successo in sala può essere ottenuto anche senza polpettoni indigesti di supereroi in calzamaglia tech e labbra a canotto, un sollievo che non vi dico, ma entrambe le “pellicole” del momento sono in realtà piuttosto convenzionali nei topoi e nello svolgimento. Il labirinto impossibile, l’oggetto maledetto acquistato nel negozio magico, la possessione, l’attrazione per l’oblio, le maledizioni, la psicologia, sono tutti schemi e luoghi comuni visti e rivisti in tantissime salse, nel cinema dei decenni passati. Sotto questo punto di vista né Barker né tantomeno Parsons inventano nulla, ma proprio nulla, per cui, nel suo significato mediatico più comune, la parola Rivoluzione non pare spesa proprio a proposito. Da qualche parte ho addirittura letto confronti con la generazione degli Spielberg e dei Lucas, in grado ai tempi di cambiare per sempre il cinema negli anni a venire (diventando establishment prima e poi causando parte del rancidume successivo). A mio avviso, capisco la voglia di sensazionalismo, ma ho l’impressione che si stia mancando il punto. E di parecchio.
Se ci dimentichiamo per un attimo del fenomenale risultato al botteghino e del curriculum degli autori, entrambi i film, come dicevo, sono abbastanza convenzionali. E ad entrambi, specie vista la relativa esperienza dei registi, si possono perdonare facilmente i limiti più evidenti: alcuni passaggi un po’ troppo forzati in Obsession, la scelta di vanificare in parte la tensione dell’incognito in Backrooms con un mostro caricaturale. Detto questo, entrambi meritano (a mio avviso, per lo meno) il risalto che stanno avendo rispetto all’offerta penosa delle sale negli ultimi mesi/anni. Ed entrambi, buoni prodotti da intrattenimento, sono piuttosto efficaci nel sollecitare paure recondite e magari poco enunciate. Ed ecco che, forse, un po’ di quella parola, “rivoluzione”, potrebbe in realtà non essere spesa del tutto a caso. Ma non da intendere, dicevo, come fenomeno che riscrive le regole di una tradizione per consentirle di perpetrarsi. Semmai come fenomeno semplice, “dal basso”, di una generazione che crea e manifesta da sola il suo particolare Orrore, evidentemente poco presente altrimenti nel mainstream. Mentre infatti gli intellettuali, i benestanti e gli studenti di cinema si fomentano per il folk horror (e la sua capacità escapistica di far dimenticare la bruttezza delle città moderne) e mentre invece le produzioni principali non riescono ad uscire troppo da schemi quali case infestate e tipiche famiglie americane che vanno ad abitarle (professionisti abbienti, prole numerosa, saldi principi), dal basso, dal web, provengono storie più simili alle realtà più comuni: ragazzi nel limbo tra la speranza di affermarsi e la prospettiva di sentirsi falliti a vita, professionisti che non ce l’hanno fatta, nella carriera come negli affetti e nei legami familiari. Così in particolare i due protagonisti finiscono per assomigliarsi: quello che non sa gestire veramente una rabbia scomposta che cova dentro, per giustificare il fatto di non essere arrivato a nulla e di vivere in un negozio, e quello che invece non sa esprimere nessun sentimento, nemmeno la sacrosanta rabbia di fronte ad accadimenti inaccettabili o il cordoglio per il proprio gatto defunto. Che pare semplicemente un ignavo ma che lascia capire di essere persino qualcosa di peggio, quando viene chiesto il suo aiuto. Due personaggi con cui non è affatto facile (né necessario) empatizzare, ma che non per questo vanno semplicemente giudicati e condannati. Non è quello il punto.

Con le miserie dei due protagonisti, i due film consentono di mettere a nudo paure parecchio più intime di quanto non potrebbe fare rappresentare un Eroe alle prese con un Drago. L’incertezza economica e l’instabilità del futuro, la precarietà e volatilità di rapporti umani che non si sanno semplicemente coltivare, l’incapacità di affrontare la propria realtà, rifugiandosi in alcool, pillole e menzogne. Facile (e stupido) puntare il dito sui due protagonisti, come su tutta una generazione, accusando di non avere nerbo. Primo perché le cose non sono così semplici e magari ci si dimentica che ogni generazione è anche in buona parte frutto e prodotto delle precedenti. Poi il fatto che certe faglie paiono più estese guardandole da fuori, nelle comunità dei più giovani, non significa che non siano presenti nella realtà umana, e non da oggi. L’incapacità di essere fermi di fronte a una prevaricazione, la voglia di rifugiarsi in un ignoto nascosto, sono esperienze che, chi più chi meno, hanno provato tutti. Poi c’è un fattore “ambientale”, l’incredibile bruttezza, prodotta delle generazioni precedenti, della realtà fisica e di quella virtuale, nelle quali ci troviamo quasi tutti a vivere (e pensare che siamo nella parte fortunata del pianeta). Spazi orrendi, senza natura, frutto di decenni di architettura e capitale, controsoffitti, moquette economiche, strade anonime, vuoto mentale e reale. L’alternativa: una realtà virtuale, una presunta intelligenza artificiale che replica e amplifica la bruttura che conosce, anche lei, solo ogni volta con qualche glitch in più, ogni volta un po’ più sbagliata. Difficile raccontarsi ancora che si abiti nel migliore dei mondi possibile.

Bene, su queste fragilità ed angosce, anche piuttosto lucidamente, una generazione di nuovi cineasti horror pare stia creando la sua “poetica” (passatemi il termine). Attenzione: senza indulgenza e autoassoluzione. In fondo, la principale paura (oltre che tentazione) pare il restare soli. Senza possibilità di dialogo, anche con i più anziani e anche quando lo sono solo di poco, che una realtà connessa ed ipermediatica come l’attuale la vivono differentemente, magari anche in maniera più distaccata e superficiale. Ecco che i pupazzi di Benicio Del Toro e gli esorcismi rassicuranti di James Wang paiono improvvisamente invecchiati, di botto. Ecco che persino It Follows, freschissimo solo dodici anni fa, pare irrimediabilmente datato, con la forza del gruppo e la capacità di reagire uniti, anche se senza adulti, dei suoi protagonisti. Ecco che forse prende una cantonata chi storce il naso d’ufficio di fronte all’idea che sia concesso di fare cinema a chi proviene dai bassifondi del web. E intanto branchi di ragazzini, che forse assomigliano molto meno al modello-Kardashian dei loro fratelli più anziani, vanno al cinema in massa, al contrario di chi li giudica vuoti e non muove più il culo dal divano. Ci vanno per guardare un film che parla delle loro paure e ritrovarsi subito dopo fuori dalla sala, nel retro di un multisala (oscenamente brutto e sbagliato come una backroom), a condividere tra amici lo spavento e le emozioni provate. Se ci pensate, visto l’andazzo, alla fine questa sì che può essere vista come una piccola rivoluzione. (Lorenzo Centini)
