Frattaglie in saldo #81
I PHARMACIST, diciamocelo subito, sono una delle migliori band-clone dei Carcass in circolazione. Tuttavia sarebbe ingiusto definirli solo cloni. L’accostamento è inevitabile, ovviamente, ma il duo basato in Giappone prova a costruire qualcosa di proprio, di più moderno. Il genere innanzitutto non è più goregrind; da un paio di album a questa parte i Pharmacist suonano più che altro deathgrind, se non proprio death. I punti di partenza sono: Symphonies of Sickness, per i riff più deathgrind, Necroticism per le strutture e Heartwork per le parti più melodiche. Metteteci pure quanto basta degli Slayer. Ad ogni modo, la migliore qualità di questa band rimane quella di creare riff su riff e tutti memorabili. Vertebrae After Vertebrae potrebbe sembrare una cagatina se ascoltato così tanto per fare, ma è un lavoro serio e studiato, nonché il loro disco migliore. Domanda a parte: non notate una certa somiglianza tra il riff iniziale di Mimicking the Organics e quello di For Those Who Have Fallen degli Impaled Nazarene?
I NOTHINGNESS sono una band americana di Minneapolis che pubblicò il primo disco in maniera indipendente prima di passare sotto Everlasting Spew. Fin da subito i ragazzi hanno mostrato molta personalità grazie a ritmi e riff subito riconoscibili. Hanno un livello tecnico alto ma non suonano death tecnico: diciamo che il loro stile si muove tra i Morbid Angel per quanto riguarda i riff, i Gorguts per la ricerca armonica e gli Immolation per le dissonanze. Ma, ripeto, i Nothingness hanno personalità da vendere, perciò prendete i riferimenti con le pinze. Loro stessi si sono definiti “digressive death”, cioè autori di un death che devia dai normali canoni sia a livello di musica che di testi. Il precedente Supraliminal, del 2023, è stato il mio personale album dell’anno. È un lavoro ispiratissimo e contiene pezzi clamorosi. Mi aspettavo quindi molto da questo terzo lavoro dal titolo Godslaughter. Purtroppo non ne sono rimasto così contento. È un disco molto più muscolare e diretto del precedente, ma anche meno sorprendente. Manca soprattutto quel piglio melodico che contraddistingueva Supraliminal. Il che penso sia voluto. La prima parte gira un po’ a vuoto; invece da Vanquishing Providence in poi prende una piega interessante. Ma, ecco, personalmente non riesco a descriverlo con un aggettivo migliore di “interessante”, appunto. Nonostante questo, i Nothingness rimangono una band sopra la media e preferisco cento volte un loro disco riuscito a metà che un disco ben riuscito ma troppo ispirato al passato.
Altra band particolare sono i newyorkesi THÆTAS. La band nasce nel 2015 e pubblica un demo e uno split. Nel 2020 esce il debutto, Shrines to Absurdity, sotto l’etichetta Maggot Stomp. È un disco tecnico, dissonante e decisamente brutal ma già si può sentire la voglia di fare qualcosa di diverso. Una misto tra Suffocation, Defeated Sanity, Gorguts di Obscura, Afterbirth e, azzardo, pure Cephalic Carnage. Il chitarrista Pat Hawkins cita pure Meshuggah e il chitarrista fusion Allan Holdsworth tra le sue influenze. Come debutto non è niente male. Lo stile è già definito e le idee ci sono. The Irredeemable Age è invece il loro secondo disco ed è uscito per Profound Lore. Il passaggio alla nuova etichetta, e proprio a quella etichetta, si sente. Le canzoni diventano più deformate, più strambe. Dove il precedente puntava sì a sperimentare ma soprattutto a picchiare duro, il nuovo punta invece più sulla sperimentazione, pur non dimenticandosi di essere un disco brutal. Ci sono più aperture, più dinamismo e sicuramente una maggiore consapevolezza sul risultato d’insieme. Il disco è arricchito con influenze prog, noise, talvolta jazz. Questo perché, dice sempre Hawkins, vivere a New York significa essere esposti non solo ai Suffocation ma anche a un’infinità di altri generi non metal, molti dei quali sperimentali. E in questo album non c’è mai una canzone che proceda in maniera prevedibile. Se la maggior parte della musica, in generale, vive di un costante avvicendamento tra tensione e rilascio, nel nuovo lavoro dei Thætas c’è quasi solo tensione. Inoltre, molte parti si chiudono bruscamente. Per questo all’inizio potrà sembrare un disco spigoloso. E in effetti lo è. Ma, se si passa indenni i primi quattro cinque ascolti, poi è impossibile mollarlo.
Il promo di Remorse of Conscience, il debutto di tali AGENBITE MISERY, americani, lo sto ascoltando da ormai non so più quanto tempo. La prima mail credo sia arrivata l’anno scorso. Al che mi chiedevo il perché di così tanta premura. Leggendo la bio scopro che la band si definisce “experimental metal” e ha un’idea ambiziosa alla base del progetto: rielaborare in ciascuno degli otto brani altrettanti capitoli di Ulisse di James Joyce, trasformando in esperienza sonora il flusso di coscienza joyciano. Quindi, più che parlare della trama o degli episodi contenuti nel libro, i testi parlano degli argomenti presenti nell’opera. Ad esempio, un brano come Bellwether and Swine riprende il capitolo dei Ciclopi e fa una satira del nazionalismo, della xenofobia e del fanatismo. E i testi degli altri brani affrontano conflitto tra individuo e società, memoria e rimorso, realtà e allucinazione. Se vi ha incuriosito fate un giro sul sito della band, c’è una breve spiegazione per ogni canzone. Per esprimere tutto questo gli Agenbite Misery attingono dal black, dallo sludge, dal death, dal post-punk, dall’industrial, dall’ambient. Insomma, c’è davvero tantissima roba in questo disco e dopo qualche ascolto ho capito la scelta di mandarlo largamente in anticipo. Richiede tempo per essere capito ma è un gioiellino. (Luca Venturini)
