Avere vent’anni: marzo 2001

LACUNA COIL – Unleashed Memories

Marco Belardi: La disamina sui Lacuna Coil l’ho già fatta parlando del debutto In a Reverie, il mio preferito. Un album, quest’ultimo, che gioca pressoché da solo: quella di Unleashed Memories sembra un’altra band, che ha preso un sentiero del tutto divergente. Motivo per cui sarebbe straniante fare paragoni con il titolo precedente; sarebbe come valutare la produzione discografica dei The Gathering partendo dai due album senza Anneke, per intenderci.
Con Unleashed Memories smisi di seguire i Lacuna Coil perché non ero interessato alla piega che stavano prendendo, ossia quella di un metal cantautoriale basato sul duetto di voci contrapposte e su un piglio che, nel corso degli anni, avrebbe risentito di più ondate radiofoniche, fra cui spiccava certo metallo in voga negli States e sui canali dedicati. Per quanto in Unleashed Memories i riff stoppati appena si percepissero e si perdessero nella bontà d’alcune tracce di spicco (fra cui la tanto chiacchierata Senzafine già assaggiata nel ravvicinato EP Halflife), il secondo full dei Lacuna Coil sembrava voler sgrassare quanto di buono si celasse dietro al gothic metal degli esordi. Via più arrangiamenti possibile, via le strutture: l’album doveva girare intorno ai due cantanti, e farlo nella maniera più diretta possibile. Le due canzoni che mi rimasero più in testa furono When a Dead Man Walks, una sorta di gothic metal spigoloso alla maniera di certi Paradise Lost, e A Current Obsession, costruita sul crescendo del ritornello, con la voce di Cristina che non stuccava mai. Proprio Cristina era il piatto forte di In a Reverie assieme ai magistrali arrangiamenti della sezione ritmica: qui dentro i secondi erano del tutto scomparsi, e lei, la protagonista, era tanto impostata e sull’attenti da non poter trasmettere il medesimo effetto di soli due anni prima. Non fece presa, non mi piacque e dopo questo titolo avrei dato un rapido ascolto distratto a tutta la futura discografia, o quasi, senza mai individuare un concreto punto d’interesse da cui ripartire.

VORDVEN – Woodland passages

Griffar: La delusione dell’anno 2001 me la ricordo benissimo, ed è questo EP. Brucia ancora a distanza di vent’anni esatti (uscì il 31 marzo) perché per me i Vordven erano dei geni: il loro – purtroppo unico – full lenght fu Towards the Frozen Stream di due anni prima ed è un tale capolavoro che solo a scriverne il titolo mi vengono i brividi. Immaginatevi cosa mi aspettassi da loro dopo due anni di silenzio assoluto, sì che incidevano per No Colours ed io ero in contatto con quella canaglia di Steffen mensilmente, ma non c’erano mai notizie, e l’uscita di questo EP fu un fulmine a ciel sereno. Non c’è un cazzo di niente di Towards the Frozen Stream qui, della sua oscura ammaliante bellezza, cruda ma orchestrale, delle chitarre che disegnano riff obliqui, cupi, strani, delle sue tastiere evocative e sognanti, dei suoi brani veloci/velocissimi composti ed arrangiati alla perfezione. No, questo qui è pagan metal con un po’ di vocals black ma persino cori epici, voci femminili, tastierine innocue, riff pretenziosi sempre ben radicati nel pagan più sputtanato. Sembra che si siano messi in testa di rifare (male, malissimo) il verso ai Finntroll o ai Moonsorrow di quel periodo… un disastro. Un disastro lungo diciannove minuti, abbastanza da fargli terminare la carriera perché a causa di questo dozzinale EP e del suo insuccesso anche commerciale la band finì nell’oblio e si sciolse quello stesso anno. Uno dei componenti fondò poco tempo dopo gli Impious Havoc, gran bel gruppo di black metal come dio comanda (anche se pure loro inattivi da un pezzo, l’ultimo disco è del 2013), un altro ha ricominciato di recente come bassista degli Horna mentre gli altri credo si siano ritirati dalla scena musicale metal. Che peccato, che sconforto.

SEPULTURA – Nation

Barg: Mi trovo costretto a parlare di questo disco perché si sono tutti tirati indietro, e quando persino Belardi si rifiuta di recensire un disco c’è da avere paura seriamente. Non credo comunque di riuscire a esprimere alcunché di particolarmente brillante al riguardo. All’epoca vivemmo gli inizi della carriera dei nuovi Sepultura con un sentimento a metà tra lo scoramento e la stanchezza: troppo vicino il ricordo di quei Sepultura, che per un breve periodo a inizio anni Novanta sembravano essere uno dei quattro-cinque migliori gruppi mai esistiti, e ancora più vicino il ricordo di come, lentamente e inesorabilmente, avevano iniziato a rovinarsi con le loro stesse mani fino ad arrivare alla rottura definitiva. Che ci ha lasciato un gruppo di merda vero, i Soulfly, e un altro gruppo che, per quanto si impegnasse metodicamente a fare schifo, non riusciva a farsi volere veramente male, un po’ per simpatia verso i quattro membri (Greene compreso) un po’ perché Max Cavalera era diventato un collettore d’odio tale che alla fine questi Sepultura ne uscivano sempre meglio. Nation è un disco moscio, inutile e mortalmente noioso, anche se i pezzi iniziali qualche spunto decente ce l’avrebbero pure; per qualche motivo, comunque, mi è sempre dispiaciuto parlare troppo male di Kisser e compagnia.

HATE FOREST  – The Most Ancient Ones

Michele Romani: Quando si parla di Hate Forest non si può non menzionare l’enigmatica figura di Roman Saenko, uno dei personaggi chiave della scena black ucraina ma forse sarebbe meglio dire di Kharkiv, cittadina sita a soli 40 km dal confine russo che ha dato vita ad altre notevolissime realtà come i prime movers Nokturnal Mortum, Astrofaes ed ovviamente i Drudkh, l’altro progetto più noto del musicista di cui sopra. Personaggio che nel corso degli anni non ha mai rilasciato un’intervista e fatto leggere uno dei suoi testi, ma che non è un mistero che abbia forti legami con la scena musicale legata all’estrema destra ed il partito nazionalista ucraino. Riguardo l’aspetto prettamente musicale, gli Hate Forest sono portatori di puro gelo, odio e misantropia, un black metal senza compromessi sparato a 300 all’ora dove non c’è spazio per atmosfere o melodia, come invece per i “fratelli” Drudkh. The Most Ancient Ones nel suo specifico non è altro che la ri-registrazione del secondo demo del 2000, che mostra come tutti gli aspetti tipici del sound degli Hate Forest, incluso l’anomalo scream (praticamente un growl) di Thurios, che conosciamo già bene nei Drudkh. Non per tutti.

Griffar: Debutto di una band attiva già da metà anni ’90 e poi diventata culto, benché spesso ritenuta essere un side project di Roman Saenko e Roman Blagih dei molto più celebri Drudkh (e Astrofaes, Blood of Kingu, Windswept). Gli ucraini Hate Forest avevano la dichiarata intenzione di riportare l’attenzione alle vecchie sonorità del black: per suonare freddo e feroce come i primi dischi della scena scandinava si avvalgono di una produzione minimale, e per dare quel tocco di glaciale impersonalità si fanno programmare la batteria elettronica dal tipo dei Khors. The Most Ancient Ones è un’entità oscura e maligna di puro black metal dall’impatto elefantiaco, anche nei non rari tratti suonati a velocità medie, e medio-basse, con riff monocorda di poche note che si inseguono e s’incastrano alla perfezione senza grandi pretese di arrangiamenti sontuosi o sfoggio di doti tecniche. Metodo Transylvanian Hunger classico, che male c’è? Nessuno dei pezzi presenti su questo debutto è inedito, perché tutti quanti già usciti in versione più scarna nella tape del 2000 Curse, ma qui sono stati rivisti, allungati, resi più gelidi dalla scelta di sonorità diverse e incupiti dalla batteria elettronica, laddove nella prima stesura venivano suonati da un batterista in carne ed ossa (non particolarmente capace, se mi è consentito). La differenza più sostanziale è che i due Roman si sono divisi le parti vocali, Saenko più classicamente screaming e l’altro con un vocione growl che non avrebbe sfigurato su un album dei primi Edge of Sanity, arrivando al punto di duettare – il che all’epoca nel black era una novità quasi assoluta. Da molti fu considerato disco dell’anno, io adesso di preciso non mi ricordo ma di certo nella mia top 10 c’era eccome. Almeno fino a Sorrow del 2005 non hanno sbagliato un colpo, poi a mio parere sono diventati meno spontanei ed un po’ ripetitivi, ma questo disco spacca le ossa e vi consiglio vivamente di ascoltarlo in cuffia, volume a palla come si conviene, birra ghiacciata e necessità di violenza.

HALFORD – Live Insurrection

Cesare Carrozzi: Live Insurrection è il risultato del voler batter il ferro finché caldo da parte di Halford e della casa discografica, che sull’onda lunga del successo di Resurrection tentarono di vendere ulteriori copie dando alle stampe anche questo doppio disco dal vivo assai ritoccato in studio. Di solito queste operazioni mi lasciano sempre piuttosto freddo, però che vi devo dire, sarà per la scaletta assai variegata (che pesca a piene mani sia da Resurrection che dai Judas Priest e anche dai Fight, con in più qualche inedito in studio), sarà che si sente molto bene (anche troppo per essere appunto un live), insomma Live Insurrection mi piacque parecchio, con un Halford ovviamente in forma splendida ed un buon gruppo a supporto, specialmente il mai troppo lodato Bobby Jarzombek alla batteria. Se questo periodo non sapete cosa ascoltare, vale sicuramente la pena di rispolverarlo.

GORGUTS – From Wisdom to Hate

Edoardo Giardina: Quando Obscura uscì ai Mondiali del metallo contro Whisper Supremacy ci rimasi quasi male, soprattutto perché quasi tutti i miei colleghi scribacchini gli avevano votato contro. Mentre tutti mi insultarono per la mia fiducia nel genio e nella sregolatezza di Luc Lemay, solo un ottimo Ciccio Russo ebbe la gentilezza di farmi notare come fosse chiaramente un discorso generazionale, poiché quell’album dei Gorguts ha vissuto un’epoca d’oro solo postuma, quando ha poi finito per influenzare pressoché tutto il death metal tecnico estremo con quasi un decennio di ritardo. Piero Tola mi rispose invece che lui i “Gorguts delle note a caso” non li ha mai sopportati. Tutto questo per dire che forse neanche Luc Lemay stesso aveva capito (o credeva in) quanto aveva appena fatto, tanto che il successivo From Wisdom to Hate rappresenta un sostanziale ritorno alle origini, dove la sua creatività veniva imbrigliata in una forma più convenzionale (con la parziale eccezione della traccia d’apertura, che sembra riprendere gli stilemi di Obscura). Inutile dire che essendo un vero genio ha tirato comunque fuori un album che la gran parte delle band si sognerebbe di pubblicare, e che per farlo non ha avuto bisogno di fare qualcosa di incomprensibile ai più per poi avere la scusa di essere talmente avanti da essere incompreso – però lo è, sia chiaro.

DIE SAAT – Niedergang

Griffar: Il pagan black non è il genere più estremo che si possa ascoltare tra i sottogeneri del metal. Se poi i brani sono prodotti approssimativamente e con un demo sound piuttosto innocuo e poco aggressivo, potrebbe anche darsi che il tuo disco d’esordio venga ricordato più perché dopo sei entrato a far parte degli Absurd (il chitarrista Tormentor) che non per i suoi effettivi meriti o demeriti. Pertanto, se si riesce a superare il primo impatto – che vi riporterà alla mente certi demo registrati in modo sparagnino, quando di soldi ce n’erano pochi e si doveva tentare di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo economico –  il nostro Niedergang un suo perché ce l’ha. Se non avevi una major dietro che ci metteva i soldi dovevi arrangiarti, e se il meglio che potevi ottenere era questo, pazienza… Speravi che il tuo talento e la bontà dei pezzi ti permettessero di fare il botto ed il conseguente salto di qualità. In realtà questo salto di qualità è accaduto solo in parte, perché dopo Niedergang i Die Saat hanno fatto uscire ancora due buoni album prima di sparire nel nulla, ma è questo il loro disco migliore – e sono pronto a ripetere queste parole sotto tortura. Un pezzo come Sonnenglanz lo hanno scritto in pochissimi, con quella melodia che ti entra nel cervello e non ne esce che dopo settimane (se ne esce), dopo averti costretto ad implorare una lobotomia perché ce l’hai nelle orecchie 24 ore al giorno e salta fuori all’improvviso, la fischietti e chi ti sta intorno ti chiede di chi è? Giorgia? La Pausini? E vaglielo tu a spiegare che è la melodia portante di un pezzo di un gruppetto pagan/epic/folk black metal tedesco che non esiste più da quindici anni. Però tutto il disco è fatto bene, veramente piacevole , coinvolgente e suonato da gente molto ma molto convinta che la loro musica avrebbe spaccato di brutto. Chissà cosa verrebbe fuori se lo riregistrassero oggi con i mezzi che offre la tecnologia anche casalinga. Può essere gradito da chiunque anche al di fuori del black metal: 45 minuti di musica sottovalutatissima che vi esorto a riscoprire perché sì che in questo caso vale la pena, cominciando naturalmente da Sonnenglanz così sarà l’abisso… e l’abisso invocato dall’abisso… e capirete di avere peccato.

LABYRINTH – Sons of Thunder

Barg: Succede a tutti. L’attesissimo seguito di Return to Heaven Denied fu accolto con delusione generale, al punto che in molti si chiesero se i Labyrinth stessi fossero un fuoco di paglia. Non lo erano, ovviamente, e la loro discografia sta lì a testimoniarlo, ma purtroppo Sons of Thunder arrivò al momento peggiore, dando una seria botta alle aspettative della band, proprio nel momento in cui i Rhapsody, percepiti come rivali, stavano spiccando il volo. Nessuno pretendeva un disco bello quanto Return to Heaven Denied, ovviamente, ma Sons of Thunder fu per certi versi incomprensibile. Il motivo principale, la vera pietra dello scandalo fu la produzione, su cui pure spesero parecchio (coinvolgendo persino Neil Kernon) ma che, all’atto finale, devasta un album che i suoi lati positivi ce li ha. Perché Sons of Thunder non è brutto: l’apertura Kathryn è un mezzo capolavoro, Touch the Rainbow ha belle melodie di chitarra, Rage of the King è spettacolare, etc. Ma fa dolere alle orecchie per quanto suona male, e non c’è neanche bisogno di dilungarsi troppo sulla questione: basta ascoltarne pochi secondi. Poi certo, non è al livello del precedente in alcun aspetto (il che non è di per sé un problema: quasi ogni gruppo ha un picco insuperato nella propria discografia) e si sente la mancanza di Frank Andiver, ma il problema principale è la produzione. Suonasse diversamente, ne staremmo parlando in tutt’altri termini. Ma purtroppo. L’importante è che sia stato solo un incidente di percorso.

AJATTARA – Itse

Michele Romani: Gli Ajattara sono sempre stati una band abbastanza singolare: famosissimi in Finlandia ma quasi sconosciuti fuori dai patri confini, hanno portato avanti nel corso degli anni un sound difficilissimo da catalogare, tanto che ancora oggi mi chiedo nello specifico cosa cazzo suonino. Su Metal Archives e in molte recensioni che mi è capitato di leggere si parla di black metal, ma non ho mai capito su quale basi. I loro dischi li ho ascoltati quasi tutti, ma di black metal francamente non c’ho mai trovato nulla, a parte forse qualche atmosfera tipica del genere: sul lato prettamente strumentale parlerei di un death metal tastierato che fa dell’impatto e del sound piuttosto semplice e cadenzato la propria arma vincente. Itse trattasi del disco d’esordio della band di Helsinki, un disco che si muove sui canoni di cui sopra e che mostra un sound ancora scevro da quelle tastiere onnipresenti e contaminazioni elettroniche che saranno protagoniste nei dischi a venire. L’ex Amorphis Ruoja urla con me un ossesso testi interamente in finlandese, che fanno da base a brani notevolissimi come Verivalta, Tulessa o Kuolevan Rukous, che fanno dell’immediatezza e dell’impatto la propria arma principale. Non parliamo di nulla di trascendentale, sia chiaro: gli Ajattara fondamentalmente non s’inventano nulla e non lasceranno di sicuro una traccia particolare all’interno della scena metal, ma quello che fanno lo fanno bene senza particolari pretese o altro.

INTERNAL SUFFERING – Unmercyful Extermination

Griffar: Due anni dopo il discreto esordio Supreme Knowledge Domain si rifanno vivi i colombiani Internal Suffering con questo EP di sei brani, cinque nuovi più il rifacimento di Outside Dwellers apparsa sul debutto e per l’occasione ribattezzata Outside Dwellers (New Hyper Brutally Improved Version), e penso che già questo sia sufficiente per farvi capire dove stiamo andando a parare. Il problema di questo EP è che è registrato in modo indecente: la batteria sovraesposta suonata modello frullatore un po’ aiuta a capire cosa sta succedendo, ma di distinguere riff o linee melodiche (prendendo questo termine in senso molto lato, dato che stiamo comunque parlando di brutal death sudamericano) nelle parti veloci proprio non se ne parla; ci si riesce solo quando rallentano e si lanciano nei riff stoppatissimi di derivazione totalmente Suffocation. Le vocals catacombali sono un unico grugnito monocorde abbastanza noioso, anche se il disco ha una durata di appena diciassette minuti. Un episodio della loro discografia direi piuttosto marginale. Per i completisti degli Internal Suffering informo che già il successivo Chaotic Matrix è enormemente superiore, tanto da sembrare un’altra band. Cosa che qualche anno dopo li portò a firmare per Unique Leader, incidere un discone di brutal death tecnico, sciogliersi poco tempo dopo, presumibilmente buttando a mare un contratto da sogno con l’etichetta americana che è considerabile come la Century Media del genere brutal death, e riformarsi dopo dieci anni per pubblicare un nuovo disco sempre per Unique Leader (incredibile ma vero). Quest’ultimo album poi è passato abbastanza inosservato perché oramai l’età dell’oro del brutal death tecnico era passata, e molti degli appassionati del genere che se li erano dimenticati (me compreso) hanno ascoltato il disco, rimuginato tra sé e sé “tutto qui?” e si sono dedicati ad altro. E loro nel frattempo sono di nuovo spariti.

DARKANE – Insanity

Marco Belardi: Il giorno in cui comprai e ascoltai Insanity notai subito il batterista, un folle totale. Notai anche Emanation of Fear e i suoi coretti alla Strapping Young Lad, e notai Distress, il brano più schizoide e violento di tutti. Ma fu il batterista, Peter Wildoer, che mi rimase nel cuore. Per quanto suonassero death metal melodico in annate nel quale il genere era diventato una sorta di bevanda commerciale con un sapore prestabilito e quantità inverosimili di zucchero, i Darkane di Insanity furono fra i pochissimi a cercare di uscire da quegli schemi e giocarsela sul piano dell’estro. Gli riuscì soltanto con questo disco e, in parte, con il precedente Rusted Angel . Wildoer qualche anno dopo avrebbe preso parte a quella malsana audizione per i Dream Theater aperta a cani e porci, a batteristi death/black, al percussionista di strada che stupisce i passanti picchiando sul Dash e al vincitore finale già stabilito Mike Mangini, che, a dirla tutta, forse se la giocava col solo Minnemann.

CIRITH GORGOR – Unveiling the Essence

Barg: Ho un ricordo molto specifico legato a questo disco, perché mi faceva piegare dalle risate. Per due motivi fondamentalmente: uno erano le parti spezzettate di batteria sotto ai riff furiosissimi, che sembravano essere suonati da uno in crisi epilettica sotto effetto di cocaina; ma soprattutto perché l’assolo della title track, che dura quindici secondi ed è composto di note messe completamente a caso, sembrava suonato da uno che stava cadendo dalle scale. Questi simpatici aspetti hanno purtroppo fatto in modo che io non sia mai riuscito a prendere sul serio l’album, ma se dovessi fare uno sforzo sovrumano per rimanere serio non potrei non ammettere che Unveiling the Essence è in realtà un ottimo lavoro, pieno di spunti e capace persino di creare un’atmosfera piuttosto oscura. Certo il batterista Levithmong, membro fondatore e unico rimasto a tutt’oggi dai tempi dei demo, ha una seria mania di protagonismo, ma se non altro questo contribuisce a renderli originali rispetto alla concorrenza.

MELECHESH – Djinn

Griffar: Secondo disco di questi israeliani che furono costretti a trasferirsi in Olanda perché accusati di blasfemia nella loro madrepatria, molto meno liberal di quanto si pensi o di quanto ci vogliano far pensare. Il primo As Jerusalem Burns… Al’Intisar è classico old style black metal e metterci le mani sopra non fu per nulla facile, né a quello né al 7” precedente – del quale leggenda vuole che siano state distrutte una barca di copie sempre perché considerato troppo blasfemo per i tempi (parliamo del 1996). Presa la residenza in Olanda e firmato un contratto con Osmose, dopo cinque anni iniziano la loro nuova carriera suonando un tipo di musica che oramai di black metal non ha che vaghe reminiscenze, e che è molto più facilmente inquadrabile in un contesto death metal tecnico con influenze mediorientali che contribuiscono a rendere la loro proposta varia ed accattivante, forse un tantino prolissa in certi frangenti però di buon livello, composta arrangiata e suonata con gran accuratezza e indubbiamente originale: non mi ricordo di qualcuno che avesse tentato un mix tra il death metal, un pizzico di black ma proprio un pizzico, il thrash, lo speed ed il folk tipico delle loro terre d’origine. Djinn è un disco da riscoprire e da ascoltare nella sua interezza, perché non ha brani pazzeschi che avrebbero potuto essere dei singoli da classifica che ti convincono in seguito a comperarti l’intero LP. È un bell’album omogeneo, compatto, con buone atmosfere e melodie, dal quale i Melechesh sarebbero poi ripartiti per complicare le loro partiture, abbandonando del tutto il metal più estremo e suonando una loro personale interpretazione della world music, non prima però di far uscire altri due ottimi album ben radicati in territorio heavy metal: Sphynx e Emissaries, tuttavia assai diversi da Djinn. Degli altri non so dire perché li ho persi di vista dopo Emissaries, ma so che non si fanno sentire in giro da parecchio tempo.

BUCKCHERRY – Time Bomb

Ciccio Russo: Sul momento rimasi deluso, come più o meno tutti. Il debutto del ’99, disco d’oro e una manciata di singoli in classifica, era riuscito nel miracolo di riportare in auge l’immaginario sleaze anni ’80 a base di sesso, droga ed eyeliner in pieno trionfo del nu metal. Prima il tour con Lenny Kravitz, poi quello con gli Ac/Dc: i Buckcherry per un breve ma intenso periodo sembrarono davvero destinati a diventare gli Aerosmith del nuovo millennio e a seppellire il ricordo di Limp Bizkit e accoliti. Cosa andò male? Time Bomb è un altro disco eccellente, pieno di ottime canzoni, ma non il lavoro piacione e strappamutande che tutti si aspettavano. I solchi trasudano una negatività e uno scazzo che coordinate stilistiche tutto sommato immutate non riescono a nascondere, segno che nel gruppo qualcosa stava già iniziando a sfasciarsi. Le vendite furono deludenti. Subito dopo, tre quinti della formazione avrebbero mollato, lasciando soli il cantante Josh Todd e il chitarrista Keith Nelson, che sarebbero passati per la prima incarnazione dei Velvet Revolver prima di rimettere in piedi la band, cinque anni dopo, con gente nuova. Nel frattempo la scena rock era stata invasa da bovari ciccioni con la barba lunga e la chitarra acustica che avrebbero trainato gli ascoltatori più sensibili lontano dalla retta via come pifferai magici della sfiga. Peccato.

DARK FORTRESS – Tales from Eternal Dusk

Griffar: Avere vent’anni a volte è una puntura di vespe in mezzo agli occhi, dato che finisco a riascoltare cose che mi fanno chiedere “perché cazzo ho comprato questo disco?”. In realtà il perché me lo ricordo benissimo: lo comprai perché l’esordio ufficioso dei Dark Fortress fu il pregevole split con i Barad Dûr, che uscì per la microscopica Fog of the Apokalypse con una distribuzione indecorosa e che io riuscii a recuperare sbattendomi come un ossesso. Questo però accadeva quattro anni prima, ma nel frattempo i nostri amici tedeschi decisero che, se la loro musica fosse stata un po’ più pop, nel vero senso del termine cioè popolare, ciò avrebbe portato loro grande giovamento. Non bisogna dimenticare che nel 2001 i dischi si vendevano ancora: i nostri compari si saranno ritrovati in una qualche brauerei e, dopo qualche pinta di birra e qualche salsiccia, avranno pensato che, visto che in fin dei conti gli strumenti li sapevano suonare, e che quando hanno provato a scrivere musica che fosse farina del loro sacco i risultati erano stati più che apprezzabili, se si fossero messi a scrivere riff pescando a piene mani dai vari Dissection, Dimmu Borgir, Emperor, Dark Funeral e Satyricon il loro posticino nello show-biz se lo sarebbero conquistato. Il risultato fu il loro esordio ufficiale, Tales from Eternal Dusk, primo mattone di un’oscura fortezza costruita per difendere il verbo del melodic black metal nel modo più redditizio possibile. Di conseguenza i dieci brani sono tutti studiati per piacere a chiunque ascoltasse la musica dei gruppi storici sopracitati, riuscendoci in pieno. Grandi melodie, tipiche del gusto tedesco che tanto sovente ritroviamo nello speed metal di quelle terre, buona perizia tecnica, gusto e capacità nell’arrangiare i pezzi in modo appropriato. Originalità ZERO, in maiuscolo che si veda bene. Insisto nel dire che, se oggi questo non è più un difetto, giacché se cercassimo l’originalità nei dischi black metal odierni uscirebbero cinque dischi all’anno, nel 2001 lo scopiazzare a destra e a manca un certo qual fastidio lo dava. Ebbero comunque ragione loro, se ad un certo momento sono stati considerati l’unica risposta possibile ai Watain e se è dal 2006 che sono uno dei gruppi prioritari per Century Media, con tutto quel che ne deriva. Buon per loro. A me non fanno impazzire, valgono giusto un ascolto ogni vent’anni costringendomi a cercare nel mio io profondo le ragioni per le quali non spesi i miei soldi per qualcosa di più consistente. Ma c’era ancora la lira, i CD costavano 23mila lire, l’equivalente di 12 euro e 60 ¢ o poco di più, forse anche per quello non ci riflettevo più di tanto. Altri tempi, altro che vent’anni, sembrano passati venti secoli.

IRON SAVIOR – Dark Assault

Cesare Carrozzi: Dopo due album ed un mini proprio belli, e che probabilmente racchiudevano riff e idee vecchie di chissà quanto, Piet Sielck si è trovato ad affrontare il fatidico terzo album evidentemente piuttosto scarico d’ispirazione, tanto che si può tranquillamente affermare che Dark Assault è, sostanzialmente, la somatizzazione su cd del periodo loffio che viveva il nostro calvo galletto amburghese. D’altronde quando uno si occupa da solo di tutto, ma proprio di tutto, dalla composizione agli arrangiamenti alla produzione fino all’ultimo dettaglio, ci sta che sia piuttosto facile perdere freschezza, anche dopo relativamente poco. E quindi Dark Assault vent’anni fa fu una brutta delusione, scialbo e insipido com’è. Per carità, qualche buon momento ce l’ha pure (I’ve Been to Hell e Solar Wings), però insomma su. Tra l’altro Firing the Guns sembra una scopiazzatura di Solid dei Gamma Ray, che gli è pure coeva, solo che Solid è miliardi di volte migliore. Passate pure oltre.

LARS FREDERIKSEN AND THE BASTARDS – st

Barg: Appena ho visto che quest’album compiva vent’anni ho subito chiamato Luciano, per dirgli che ci siamo fatti vecchi. Se dovessi fare una colonna sonora del mio 2001 di sicuro ci metterei To Have & To Have Not, il singolo del disco, che poi era una cover di Billy Bragg. Erano i primi anni di università, noi giravamo notte e giorno nel pandino di Luciano con il punk stradaiolo a palla e la vita era bellissima. Ora purtroppo il pandino è stato rottamato, io e Luciano abitiamo a 700 km di distanza con un paio di frontiere nel mezzo e non abbiamo più né il tempo né il fisico per fare quella vita. Però per il resto potevamo finire decisamente peggio, e quel pezzo spacca ancora. Alziamo in alto i bicchieri in onore di Luciano, e che un giorno la vita ci porti di nuovo a vivere vicini.

5 commenti

  • Probabilmente sono l’unico ad apprezzarlo ed è anche vero che poi ho smesso di seguirli, però “Nation” io lo salvo. Credo sinceramente che sia il miglior disco della seconda era dei Sepultura. Ahhahah.

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    • Pure io non lo trovo quel disastro che viene considerato, il loro tentativo di darsi ad uno stile più hardcore mi piaceva. Il problema di questi sepultura era che gli mancava il dono della sintesi. Come già su against ci sono troppi pezzi che sparano in troppe direzioni diverse, e soprattutto venivano percepiti come perdenti in partenza in ogni confronto non solo con il loro passato ma pure con la monnezza che andava pubblicando quello scappato di casa di max cavalera.

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  • Cd a 23 mila lire? Caduti dal camion forse

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  • A me degli Ajattara hanno sempre fatto impazzire i singoli fatti uscire sotto Natale, con le copertine raffiguranti la classica famigliola finlandese media riunita sotto l’albero. Musicalmente apprezzabili comunque.

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    • Mi scuso per il doppio post, ma ho fatto partire solo ora il pezzo linkato dal bargone non dicendomi nulla né il titolo della canzone né il gruppo.
      La canzone la conoscevo, era presente in una moltitudine di cassette che ancora giravano all’epoca, ed era una sorta di inno.
      Non so spiegare che emozioni mi si sono risvegliate riascoltandola, ma è stato comunque bello.
      Grazie mille.

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