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Svegliarsi nel proprio vomito con i BUCKCHERRY

25 gennaio 2013

buckcherry

Il debutto omonimo dei Buckcherry, targato 1999, lo fece venire duro anche a chi non era abituato a fare colazione con eyeliner e bourbon. Lit Up, il lercissimo panegirico della cocaina che apre l’album, mi fece subito innamorare di loro. Il tatuatissimo cantante Josh Todd (la cui somiglianza con Steven Tyler sta aumentando in modo inquietante con l’avanzare dell’età) e i suoi accoliti erano riusciti in un compito che, nell’anno del boom internazionale degli Slipknot, sembrava impossibile: trasportare nel nuovo millennio quell’immaginario fatto di droga, sesso promiscuo e sbronze come se non ci fosse un domani che negli ’80 era stato il lascivo biglietto da visita della scena street/glam della loro Los Angeles. Qualche mese dopo erano già in tour con gli AC/DC.

Il successivo Time Bomb era, se possibile, ancora più riuscito. Ciò che colpiva dei Buckcherry non era solo la capacità di sciorinare hit assassini con la naturalezza dei veri grandi ma la rassegnata patina di nichilismo e sommessa disperazione che ammantava inni alla decadenza come Whiskey In The Morning e Porno Star. Perché dopo un party selvaggio ci si sveglia sempre con la nausea e un gran mal di testa, circondati da  posaceneri pieni e bottiglie vuote, con a fianco una sconosciuta che non sei sicuro di avere voglia di rivedere in faccia. O forse qualche ingranaggio si stava già inceppando. Ad appena tre anni dell’esordio, la band si sfascia all’improvviso. Josh e l’altro membro superstite, il chitarrista Keith Nelson, si uniscono a Slash, Duff McKagan e Matt Sorum per quella che sarà la prima, effimera incarnazione dei Velvet Revolver. Un disco viene registrato e buttato subito nel cesso da Slash, che cambia idea e recluta al loro posto Dave Kushner dei Wasted Youth e l’affidabilissimo Scott Weiland. Difficile, del resto, immaginare che due spiriti irrequieti e creativi come Todd e Nelson potessero convivere a lungo con una personalità ingombrante come l’ex chitarrista dei Guns’n’Roses. Reclutati tre nuovi membri, il marchio viene resuscitato e il nuovo full, 15, è un’altra raccolta di singoli lascivi e irresistibili. Ma io avevo già perso di vista la band, che ritrovai solo nel 2010 con il sotto tono All Night Long. Un mezzo passo falso tutto sommato perdonabile, mi renderò conto una volta recuperato il tempo perduto. La fiducia resta quindi intatta, e attendo con una certa curiosità il suo successore, Confessions, un concept sui sette peccati capitali con cui i californiani varcheranno la boa del sesto lavoro in studio. E, a giudicare dal primo singolo, Gluttony, i Buckcherry hanno ancora fame e non vedono l’ora di scoparci nelle orecchie. Noi siamo consenzienti:

2 commenti leave one →
  1. Nunzio Lamonaca permalink
    25 gennaio 2013 16:48

    L’esordio dei Buckcherry mi piacque un sacco, anche perché Lit Up citava spudoratamente Shock Me dei Kiss

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  2. 25 gennaio 2013 17:04

    Adoro i Buckcherry …

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