SLASH – “Slash” (Roadrunner)

Archiviata l’esperienza Velvet Revolver (un primo disco quasi entusiasmante, un secondo quasi inutile), Slash torna con un lavoro solista concepito per essere a tutti i costi l’evento hard rock del 2010. Tredici brani cantati da tredici guest che più special non si può, pescati tra mostri sacri del genere (Ozzy Osbourne, Iggy Pop, Lemmy), idoli del pop da classifica (Fergie dei Black Eyed Peas) e giovani stelle. Ad accompagnare l’ex chitarrista dei Guns’n’Roses una sezione ritmica d’eccezione formata da Chris Chaney (Jane’s Addiction) al basso e Josh Freese (Nine Inch Nails) dietro le pelli, con un paio di vecchi amici dei tempi di “Appetite for Destruction” (Duff McKagan e Izzy Stradlin) a fare capolino qua è là. Abbastanza da far eccitare anche il più compassato dei critici da quotidiano, insomma. Purtroppo, in tutto questo, ciò che manca sono le canzoni. Quando un musicista della fama e del talento di Slash si cimenta in un progetto del genere può scegliere due strade: costringere l’ospite a cimentarsi con un sound non suo e vedere cosa ne esce fuori o costruirgli una canzone su misura. L’axeman statunitense privilegia questo secondo approccio, e l’album finisce quindi per soffrire di una certa prevedibilità. Così “Doctor Alibi” è un r’n’r rozzo e tosto, perfetto per la voce di Lemmy, “I Hold On” un rock da classifica dove Kid Rock non può che trovarsi a suo agio, “By The Sword” una ledzeppelinata che Andrew Stockdale degli Wolfmother avrebbe potuto benissimo inserire in un disco suo e così via. Peccato che il brano più divertente (e forse il migliore dell’intero lotto insieme alla sorniona “Crucify the Dead”, con Ozzy dietro il microfono) sia quella “Beautiful Dangerous” dove Fergie si ritrova alle prese, cavandosela sorprendentemente bene, con dei riff e dei cori da hair metal anni ’80. Per il resto calma piatta, o quasi. Si fanno ascoltare la dura e sabbathiana “Nothing to Say” (con M. Shadows degli Avenged Sevenfold), l’altrettanto rocciosa “Watch This” (con Dave Grohl) e l’opener “Ghost”, interpretata da Ian Astbury dei Cult. Il disco, in generale, fatica però a coinvolgere, e non basta l’estro solista di Slash a salvare dall’anonimato brani come “Promise”, “Saint Is a Sinner Too” e “Starlight”, cantati rispettivamente da Chris Cornell, Rocco De Luca e Myles Kennedy degli Alter Bridge. Ancora più trascurabile il brano con Iggy Pop (“We’re All Gonna Die”), uno di quelli che ricordano più da vicino il vecchio suono dei Guns, mentre la palma di pezzo più brutto del disco va senza dubbio alla scipita ballatina “Gotten”, affidata all’ugola di Adam Levine dei Maroon 5. In definitiva, e al netto di qualche sussulto, un album troppo freddo, iperprodotto e costruito a tavolino per catturare l’attenzione dell’ascoltatore. Poi, ok, Slash si sarà sicuramente divertito un mondo a inciderlo. Vedete un po’ se riuscite a divertirvi anche voi… (Ciccio Russo)

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