SPEED STROKE & SUPERHORROR @Officina Civica, Calenzano – 02.05.2026
Foto di Marco Belardi
Il Brute Force edizione glam rock ha chiuso con smisurata sfrontatezza la stagione 2025/2026 dei ragazzi di Firenze Metal. Niente evento principale stavolta, in autunno come in primavera: la data di aprile con i Cytotoxin è saltata, allorché il VHS di Scandicci in quel periodo non era nelle condizioni per potere operare (se ricordate, quasi in contemporanea il concerto dei Damn Freaks, lì previsto, era stato in egual maniera cancellato). Eppure abbiamo assistito a un supporto all’underground senza precedenti, alle collaborazioni con Sonar e Death Over Rome, al thrash metal tecnico e poi purista di Miscreance e Game Over, al metal estremo di Keres e Frostmoon Eclipse. Ci siamo senza dubbio divertiti in una provincia, la nostra, in cui era di norma farci due coglioni grossi come arance.
Ho vissuto questo concerto come l’attimo in cui si mette il sigillo a un qualcosa e si tirano le somme di quanto accaduto, salutandoci tutti quanti con una birra in mano. Non mi aspettavo però il glam rock, dopo tutto quel metalcore e quel metal estremo, e pertanto sono stato contento che si sia andati in una direzione definibile come inedita. Proprio come al VHS di Scandicci alla serata con i Game Over.


Parto da ciò che è andato storto: ponte del primo maggio, un momento incredibilmente proibitivo per un concerto; così come una settimana prima, in occasione del 25 aprile, c’era stato il Fuzz Resistance nel senese, e non era neanche andato male.
E poi una data prevista per il Santomato a Pistoia, anch’esso temporaneamente chiuso per potere rientrare in tutto e per tutto in regola, per effetto del fiume dei controlli derivanti da quel che è accaduto a Crans Montana. Quel concerto l’avrebbero suonato i Reviver (si scrive Reviver, si legge cover band) di John Macaluso, lo storico batterista di Yngwie Malmsteen, ma è stato spostato a Scandicci, all’Iron Music Store, proprio in data due maggio. A pochissimi chilometri dal Brute Force di Calenzano. Due locali ravvicinati, due concerti che potenzialmente attiravano lo stesso e identico pubblico – qualche anno d’età media in più e qualche riccardone in più per il secondo – in una serata in cui a Firenze eravamo rimasti in due gatti.
Di gente all’Officina Civica ce ne era poca già in partenza, alle 20:30, allo scoccare del primo di cinque concerti, e un numero a tutti gli effetti ragionevole, se non addirittura insperato, attorno al terzo e quarto concerto. Dopodiché a rimetterci sono stati proprio gli headliner, gli Speed Stroke, perché i festival locali con cinque o sei gruppi a esibirsi, dopo la mezzanotte, favoriscono il fuggi fuggi perché i quarantenni e cinquantenni, me compreso, sono stanchi, e dopo il susseguirsi di tutte quelle band è anche prevedibile – oltre che fisiologico – riscontrare un certo calo di attenzione.


La partenza è stata col botto. Io ero fuori a chiacchierare, perché dopo i Kanonenfieber a Milano ero stato assolutamente latitante ai concerti ed era più che lecito che mi perdessi in discorsi con un po’ di gente. Nel pomeriggio avevo convinto un addetto ai lavori che non sarei stato della partita, perché impegnato a fotografare leoni marini in tenuta mimetica alla piscina comunale Le Pavoniere di Firenze. È maggio, e la stanchezza, oltre che fisica, comincia evidentemente a presentarsi anche in una forma del tutto mentale.
Sono corso dentro per i VAN FOR A DIME. Spesso il primo concerto è una sorta di riscaldamento, oltre che uno dei peggiori della serata, perché le seguenti formazioni, così di solito accade, ci mostrano uno scalino in più in termini di preparazione, esperienza, tenuta del palco. Sabato questo scalino non si è mai percepito: un gruppo ha dominato, i Van for a Dime hanno fatto benissimo, in due hanno fatto benino, e uno mi ha un pelino deluso. Ma chi mi ha relativamente deluso ha avuto quasi tutte le scusanti del caso in suo favore, ne riparleremo dopo. L’hard rock dei Van for a Dime è stato energico, con un’energia quasi stoner rock e un piglio stradaiolo. Anni Settanta dappertutto, a partire dal nome. Bel concerto, aiutato dalla breve durata, che, su musiche così indirizzate, è finita per risaltarne tutta quanta l’esplosività.
Gli HOGANS ALLEY non hanno fatto poi così peggio di loro. Ho percepito meno energia, e, a controbilanciare, una migliore preparazione tecnica e cura generale nella composizione dei brani, con quella fortificata vena blues e quella matrice anni Ottanta su cui sembrano fondarsi in tutto e per tutto. Il palco lo hanno tenuto altrettanto bene, il bassista l’ho guardato per due terzi del concerto per capire se fosse un emulo di Frankie Hi-Nrg o proprio Frankie Hi-Nrg. Nota a margine, erano transitati per Firenze Metal, e per il VHS di Scandicci, non molto tempo fa, alla serata benefica di raccolta fondi per il Viper Theatre.



Fuori dal locale mi sono ritrovato di nuovo a cercare di perdermi in ciane, finché un tipo ha iniziato a infilarsi nei nostri discorsi descrivendo dal nulla il videoclip di Wrong dei Depeche Mode, e chiedendo come si chiamasse la canzone, e infine, affermando che pure quello di House fosse particolarmente bello. L’unico dettaglio è che dentro a Ultra c’è Home e non House.
I SEXUAL HURRICANE li avevo visti proprio lì, nello storico locale di via Pistoiese distrutto dal rogo dell’estate scorsa. Avevano stavolta un minore spazio a disposizione sul palco per poter mettere in scena le celebri gag, e un’oggettistica rinnovata per sorprenderci di nuovo per mezzo di esse. Sul palco si sono rivelati nuovamente delle bestie. Il batterista è passato per i Subhuman. Come si possa passare per i Subhuman e finire nei Sexual Hurricane lo possono spiegare solo tre cose: un forte trauma cranico con temporanea perdita della memoria; inciampare e cadere di faccia su una ciotola piena di droghe sintetiche; la corruzione. In ogni caso gli hanno riservato un assolo di batteria e lui lo ha sfruttato centimetro per centimetro, senza strafare, e senza nemmeno cascare nel tranello di rientrare nei panni del picchiatore di pelli in ambito metal estremo. Il cantante ha esibito questa capigliatura alla Steve Sylvester epoca Free Man. Concerto ineccepibile fuorché una cosa: tutto quello che hanno fatto sul palco è stato indubbiamente irriverente e dissacrante, e la musica, al contrario, è sembrata volerci raccontare tutta un’altra storia, fatta di rimandi all’epoca commerciale del glam rock e di passaggi sfacciatamente strappamutande.
Poi è toccato ai SUPERHORROR i quali hanno semplicemente distrutto tutto. Trucco in faccia, un cantante magrissimo dalle movenze talvolta mansoniane, ironia alla Twisted Sister e un immaginario shock rock che mi è sembrato una dichiarazione d’amore ad Alice Cooper elevata al cubo. Non hanno sbagliato niente. L’introduzione ai vari encore, tutti graditi, il dialogo col pubblico e neppure l’involontaria testata alla fotografa ufficiale, Valentina, amante terminale dei grandangoli, che, ne sono assolutamente certo, dalla prossima data scatterà dall’altezza del mixer con le stesse ottiche che adopero io per immortalare i ghiotti e grassi leoni marini presso Le Pavoniere. Un frontman così strutturato e abile, seppur posto dopo una sequela di cantanti tecnicamente invidiabili e preparati, e diametralmente opposto nella sua impostazione canora, sporca, aggressiva, ma comunque dotato di una certa estensione, garantisce un settanta o ottanta percento di riuscita del concerto che la band intraprenderà. Anche nel loro caso qualche metro in più di palco, e luci migliori, avrebbero assolutamente perfezionato il tutto.



All’esibizione degli SPEED STROKE non ne potevamo semplicemente più. Seconda band non locale della serata, dopo i Superhorror, originari se non erro di Verona, i bolognesi Speed Stroke vantano una carriera quasi altrettanto prolungata (circa quindici anni, contro i venti dei Superhorror). I loro sforzi sono stati recentemente premiati dalla firma del contratto per Scarlet Records. Fascia in testa per il cantante, il loro look è stato il più ordinario dell’ultima tranche del Brute Force. E forse lo è stato anche il concerto in sé, che non recava all’occhio e all’orecchio niente che realmente non andasse, ma non mi ha sorpreso sotto alcun punto di vista, complice anche un pubblico stanco e in lieve calo numerico – anche se in molti, aspetto tipico dell’Officina Civica in stagione estiva, erano fuori a fumare e bere – e l’aver suonato a ridosso di un gruppo che non avrebbe sbagliato a posizionare una virgola neanche provandoci di proposito. Arrivederci alla prossima stagione, scena metal fiorentina. Quella appena conclusa è stata un po’ come andare sulle montagne russe, fra colpi di scena e rare delusioni, ma è stata intensa e indimenticabile al punto che vorrei comunque riviverla. Grazie a tutti i ragazzi della crew. (Marco Belardi)
