I cinquant’anni di Rising, l’album che ha forgiato il Metallo – Parte terza
(Continua dalla seconda parte)
Sabotaggio!
Non si direbbe, da come ne parlo, ma Rising ha anche dei difetti. Uno, macroscopico, è il fatto che il basso in realtà è inudibile, ad eccezione dell’ultima traccia, A Light in the Black, comunque utile a ricostruire lo stile del lavoro di Jimmy Bain (così come lo sono gli n-mila bootleg di qualità egregia relativi al tour tedesco di quell’anno). Esistono su YouTube anche delle versioni in cui qualche anima pia ha provato, semplicemente equalizzando, a premiare i bassi, ma con risultati che richiedono fede e suggestione. Di certo, però, non è al mixing (anche perché il bilanciamento dei suoni degli altri strumenti è formidabile) che si può imputare il risultato modesto di vendite dell’album, fuori da qualsiasi top ten nazionale.
Un fallimento, per le ambizioni (anche contraddittorie) di Blackmore. E quindi Rising, che ha un’importanza gigantesca sulla musica prodotta nei cinque decenni a seguire, resta isolato, come un unicum sia nella carriera dei Rainbow che di tutta la scena di rock duro dei suoi tempi. Per apprezzarne il peso e l’influenza, appunto, ci vorranno anni. Il perché, a mio avviso, non è ascrivibile ad una ragione sola. Certo, l’assenza del traino di singoli “tradizionali” potrebbe avere avuto il suo peso (il 45 giri Starstruck / Run With the Wolf sarebbe uscito solo in agosto, a supporto del tour, ma anche quello vendette poco). Secondo me Do You Close Your Eyes avrebbe potuto avere delle chance, fosse stata scelta come singolo. Ha tutte le caratteristiche di un singolo solido, ma stranamente non è stata scelta per fare da apripista all’uscita dell’album. Strana scelta, che in realtà ci fa venire il sospetto che (consciamente o meno) Rising sia stato addirittura sabotato. È una tesi forte, come altre espresse già nell’articolo, come il fatto che abbia forgiato il metal (o che l’abbia fatto sotto l’influenza stupefacente degli ABBA). Ma anche sul sabotaggio di Rising ho le mie argomentazioni e un imputato: il suo stesso artefice, il chitarrista inglese Ritchie Blackmore. Vado ad argomentare.
La negazione
Partiamo dal tour estenuante che ha seguito l’uscita dell’album: trentadue date tra USA e Canada (i Thin Lizzy avrebbero dovuto aprire, ma saltarono per via della salute di Phil Lynott), poi dieci nel Regno Unito, altre diciannove in Europa (di cui ben dieci in Germania con gli AC/DC come supporto), undici in Australia (i magnifici Buffalo ad aprire le danze) e infine dieci in Giappone. Ottantadue date in tutto il mondo e tutte in poco più di sei mesi (dall’undici giugno al sedici dicembre 1976). Uno sforzo promozionale imponente (anche con altrettanto imponenti scenografie al seguito). Eppure, la scaletta di questi concerti (per come la possiamo ricostruire dai bootleg tedeschi di cui facevo cenno prima, ma anche da quella del live ufficiale On Stage) non rende giustizia, se non minimamente, all’album appena uscito. Ogni show si apriva con il celebre campionamento del Mago di Oz, perfetto per lanciare quella meraviglia metal che è la parossistica Kill the King, il brano forse più bello di Rising… col solo difetto che non compare in Rising! Venne registrata effettivamente solo per l’album seguente, Long Live Rock’n’Roll, ma venne composta nelle stesse sessioni di Rising ed era quindi pronta quando si trattava di registrare l’album. Ora, Rising è un album molto breve e ha un equilibrio formidabile, ma chi avrebbe perso l’occasione (avendone lo spazio a disposizione) di inserire un capolavoro come Kill the King, perfettamente in linea (musicalmente e tematicamente) col resto dell’album? Resta una scelta difficilmente comprensibile, visto che, dato il ruolo importantissimo nella scaletta del tour, non si può certo dire che Blackmore non credesse nel pezzo. Un pezzo che, verità lapalissiana, al pari di A Light in the Black anticipa di alcuni anni e racchiude in sé tutta il futuro glorioso dell’heavy metal con una potenza semplicemente disarmante.
Ma se l’esclusione di Kill The King in Rising è uno dei misteri più incomprensibili della storia del rock, il resto della scaletta dei concerti è ancora più significativo. A parte l’inclusione di Do You Close Your Eyes e (più raramente) di Stargazer, il resto di Rising pare quasi scomparso, quasi si fosse desiderato già di dimenticarlo (si trova però fortunatamente su YouTube la registrazione di A Light In The Black nella data di Hiroshima, purtroppo però con qualità inferiore rispetto ad altri reperti del periodo). Il resto della scaletta (per come lo si può ricostruire dai bootleg “tedeschi”, piuttosto omogenei) è occupato da altro. Tre brani del disco precedente, ovvero Sixteenth Century Greensleeves, Catch the Rainbow e Man on the Silver Mountain, la cover di Still I’m Sad degli Yardbirds (cantata, dal vivo, mentre su disco era stata reinterpretata in chiave strumentale) e addirittura una “cover” dei Deep Purple (Mistreated, invero, con un trattamento incredibile che la rende perfettamente calata nell’immaginario fiabesco dei Rainbow pur essendo sostanzialmente un blues). Ora, potremmo concentrarci sul fatto che, con un disco come Rising in tasca, Blackmore continuasse a dedicare almeno un quarto d’ora a sera ancora al repertorio della sua band precedente (segno, forse, che quel vissuto non fosse del tutto rielaborato, ancora), ma concentriamoci piuttosto sulla durata delle tracce di questi bootleg.
La maggior parte dei brani nel repertorio dal vivo del 1976 supera i dieci minuti di durata (e non di poco), quando i brani in studio duravano la metà, un terzo, anche meno. Questo perché quasi tutti i brani (fa eccezione Kill The King) diventano rampe di lancio per lunghissime digressioni strumentali e improvvisazioni, a volte fenomenali, più spesso estenuanti. Blackmore non ha mai fatto mistero del fatto che si trovasse molto più a suo agio con l’improvvisazione che non con la ripetizione delle strutture delle canzoni. Viene semmai da chiedersi cosa provasse ai tempi un fan, che magari aveva avuto modo di ascoltare un album fenomenale per concisione e sensatezza, mentre assisteva a minuti e minuti di assoli ed improvvisazioni. Magari estasiato (giustamente) dalle prove eccellenti di ogni singolo solista, magari esasperato (comprensibilmente) da leziosità quali un Ronnie James Dio “cinguettante” che replica i suoni della chitarra, in un gioco che i due avrebbero benissimo potuto godersi a porte chiuse. Ascoltate ad esempio i convenevoli sconcertanti che iniziano al minuto 13:28 della versione di Mistreated sul bootleg semi ufficiale Live in Germany ’76, ma giustamente anche lo schernimento di un ascoltatore al minuto 15:02 che, unito alle risate che scaturiscono subito dopo, da la misura anche della necessità del pubblico di sdrammatizzare di fronte a tanta autoreferenzialità.
La torre di pietra viene giù
A prescindere dal fatto che gli show dei Rainbow convincessero integralmente il pubblico e fossero efficaci o meno nel promuovere l’album, fu però durante quel tour estenuante che Blackmore maturò la decisione di disfare anzitempo la formazione che aveva appena messo insieme. In realtà Carey sarebbe stato già licenziato già in agosto, dopo un concerto a Newcastle, pare perché il suo stile fosse “troppo complicato” (motivazione risibile), ma non riuscendo a rimpiazzarlo (tra i possibili candidati, a un certo punto, pure il savonese Joe Vescovi dei The Trip nonché ex compagno di Mia Martini) lo riprese per farne il destinatario dei suoi scherzi e dei suoi maltrattamenti per il resto del tour. A gennaio ’77 Blackmore fece invece licenziare Jimmy Bain dal manager, a suo dire per inadeguatezza rispetto al livello della band. Magari c’entravano anche caratteri incompatibili, con bassista e tastierista che facevano sodalizio durante il tour tra alcool, droghe e compagnie femminili, mentre pare che Dio se ne restasse per conto suo nelle camere d’albergo, Blackmore rimanesse in disparte a scolarsi da solo il suo amato Johnny Walker Black Label e Powell, nonostante la nomea di viveur, pare fosse in realtà un “bravo ragazzo” e non seguisse i due festaioli nelle loro scorribande post concerto. Bain avrebbe ammesso in realtà che all’epoca bevesse molto, ma negando che questo avesse in alcun modo influenzato le sue prestazioni sul palco. Comunque siano andate le cose, quella particolare magia che si era costituita solo pochi mesi prima era destinata a sfaldarsi pezzo dopo pezzo.
Blackmore, attribuendo al suono troppo pesante il suo insuccesso commerciale, decise di fare le cose diversamente per il successivo Long Live Rock’n’Roll, riuscito solo a metà, cambiando stile di produzione e introducendo qualche brano più “facile” e radiofonico, col risultato di annacquare la genialità di Rising (e di azzoppare Kill the King, finalmente registrata, ma in una versione che soffre il confronto con la veste live). Registrato tra maggio e luglio 1977, presso il castello (XVIII secolo) d’Hérouville, in Francia, fu durante le sue sessioni che Tony Carey lasciò definitivamente la band, vuoi per essere arrivato al colmo di quello stillicidio di angherie cui lo sottoponeva Blackmore (pare gli vietasse addirittura di uscire dalla camera se non per registrare), vuoi perché la faccenda delle sedute spiritiche stava uscendo un po’ di mano. Si racconta infatti di fenomeni inspiegabili che avrebbero realmente spaventato durante le registrazioni membri del gruppo e dello staff (e solo alcuni riconducibili agli scherzi geniali di Blackmore). Effettivamente, pare che Carey abbandonò il castello di notte, con un taxi, dirigendosi immediatamente all’aeroporto più vicino. Comportamento precipitoso, per lo meno… Curioso che nei ringraziamenti del disco si sia scelto di escludere esplicitamente addirittura Baal, oscura divinità di Cananei e Fenici, tra i meritevoli di gratitudine. Fu poi Dio ad andarsene, non certo amichevolmente, dopo l’uscita del seguito di quel Rising cui si sarebbe sempre riferito in futuro, nelle interviste, con sufficienza ed acrimonia, nonostante sia stato ovviamente il fondamento su cui è nato il suo mito.
Guarda in cielo, lì nel cielo, io vedo una stella
Inseguendo sempre più convintamente il successo, Blackmore arruolò poi alla produzione e al basso quel Roger Glover che aveva già estromesso dai Deep Purple, altra dimostrazione del fatto che quel vissuto non era stato ancora elaborato compiutamente. Il risultato fu un ottimo album di rock adulto, Down to Earth, che si rifaceva ai ‘Purple per stile, produzione e persino copertina, rappresentandone una evoluzione (più che una creatura del tutto nuova e diversa). L’inclusione di Since You Been Gone, ignobile cover di Russ Ballard (non sarebbe stato meglio l’avessero registrata direttamente gli ABBA?) non solo lasciava presagire lo svacco definitivo in direzione AOR dei Rainbow di Ritchie Blackmore. Fu anche forse la goccia che portò uno stanco Cozy Powell ad abbandonare la baracca, scontento dell’ammorbidimento del suono di quella che era stata la formazione dell’album che aveva forgiato l’heavy metal, per opera e principale merito del suo stregone, il chitarrista inglese di trentun anni Ritchie Blackmore. Che come un alchimista aveva trasformato la materia preesistente e l’aveva trasformata in un altro meraviglioso. Con pazienza, minuzia, visione, assenza di compromessi. Come uno stregone aveva orchestrato una band perché costruisse una torre di pietra. Per spiccare il volo, per cambiare il mondo. Poi, scontento, l’ha demolita, pietra dopo pietra. Di quel volo meraviglioso è rimasta in realtà una pietra sola, meravigliosa. Tutto quello che l’ha seguito può comunque sembrare prezioso, e lo è, ma impallidisce di fronte allo splendore di Rising, che forse, nel maggio 1976, ha brillato di luce troppo intensa perché durasse. Ma che da allora continua ad indicare la via a chi sceglie di seguire quella del Metallo. (Lorenzo Centini)






Sborro.
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