Il report del TEIMAT FEST 2026

Foto di Enrico Lacedelli dalla pagina FB dell’evento

Se qualche anno fa mi avessero detto che sarei riuscito a vedere dal vivo gli Spiritual Front e i Klimt 1918 direttamente “a casa”, penso avrei consigliato al mio interlocutore di consultare un neurologo. Devo constatare che invece la provincia di Belluno comincia a farsi un nome in quanto ad eventi musicali alternativi e non, e il Teimat Fest, giunto quest’anno alla quarta edizione, ne è la dimostrazione concreta. Una tre giorni di (non solo) musica, immersi nella natura ai piedi del monte Antelao, nella cornice dell’ex villaggio Eni di Borca di Cadore, a poco più di un’ora dal centro di Belluno. Ammetto che, normalmente, non rientrerei nel target del festival, incentrato perlopiù sull’indie, l’elettronica e la musica “alternativa” in generale, qualunque cosa questo possa significare. Tuttavia i ragazzi dell’organizzazione, tra cui il collettivo Belluno Hardcore, molto attivo nel ridare lustro alla scena musicale bellunese che da ormai diversi anni viveva un periodo di magra, sono riusciti a mettere insieme una scaletta che ha richiamato dalle valli una fauna variopinta, tra cui diversi metallari.

Io e i miei sodali arriviamo all’ex villaggio Eni mentre è in corso l’esibizione dei The Frog, duo veronese basso/voce e batteria/voce che sfodera una commistione dove ci si può sentire di tutto: rock, metal, hardcore, industrial e chi più ne ha ne metta. Sono in due ma fanno casino per quattro.

È poi il turno dei Bleeding Eyes, storico gruppo trevigiano attivo ormai da più di vent’anni e che, ammetto, avevo sempre sentito nominare senza mai averli ascoltati. Il concerto si rivela un lungo rituale tra sludge, doom, e sporadiche accelerazioni metal.

Tocca poi agli A/lpaca, gruppo mantovano autore di una miscela interessante tra krautrock e industrial. Ipnotici è dire poco, trascinano le canzoni all’infinito rendendo l’atmosfera lisergica, portando ad un involontario e compulsivo ondeggiamento nelle teste dei presenti.

I Pennines erano l’unico gruppo straniero presente in scaletta e, a giudicare dal pubblico, erano anche molto attesi, pare addirittura che un ragazzo sia venuto su fin da Firenze solo per loro, come segnalato dal chitarrista. Ammetto che non è proprio la mia tazza di tè, siamo su un emo/math rock molto sognante e delicato. Da segnalare comunque la perizia tecnica, considerando la complessità delle composizioni.

Arriviamo ora a quelli che per me sono stati i piatti forti della serata. I Klimt 1918 sono stati quelli che mi hanno fatto avvicinare allo shoegaze, ampliando i miei gusti musicali verso un genere che non avrei mai pensato potesse attirarmi. Il gruppo romano sfodera una scaletta che spazia lungo buona parte della loro discografia, aprendosi con Just an Interlude in your Life, uno dei miei pezzi preferiti. Marco scambia giusto due parole col pubblico, confessando di essere rimasto colpito dalla cornice suggestiva in cui si svolge il festival, e non so se sia più riconoscente io di averli visti a due passi da casa o loro di aver suonato in un posto tanto bello.

Per quanto riguarda gli Spiritual Front il discorso è pressoché analogo. Amo alla follia la creatura di Simone fin da quell’Armageddon Gigolò che il me diciassettenne ha consumato, proprio in quel periodo della vita in cui la tarda adolescenza e l’ingresso nella vita adulta ti prendono a calci in faccia. Il neofolk dei romani è perfetto nel richiamare certe atmosfere decadenti e torbide, a metà strada tra il nichilismo autodistruttivo e una flebile speranza nel futuro alimentata dall’amore. In questo 2026 cade poi il ventennale di quel disco, e infatti la scaletta ne è la conseguenza: Bastard Angel, Slave, The Shining Circle, più alcuni estratti dall’altrettanto ottimo Amour Braque (la divertentissima Disaffection e, in conclusione, Children of the Black Light). Simone è un autentico istrione, raramente ho visto qualcuno tenere il palco con una tale naturalezza. Interagisce spesso con il pubblico, scambia battute ed incita la gente a “fare l’amore”, che visto il freddo della montagna è pure un ottimo consiglio per scaldarsi. Se vi capita di andarli a vedere, non perdeteli.

A chiusura della giornata c’erano gli Zu, attesissimi da tutta la platea, desiderosa di sentire dal vivo l’ultimo lavoro del gruppo, Ferrum Sidereum. Vi confesso che pur non essendo un grande fan del trio sarei stato curioso di sentirli dal vivo, cosa che purtroppo non è avvenuta per cause di forza maggiore (leggasi prole) che hanno richiesto la mia presenza altrove. Gli amici venuti con me mi hanno però confermato che l’esibizione è stata impeccabile, quindi scusatemi se non posso dirvi di più.

La giornata dedicata alla musica del Teimat si chiude così, la temperatura esterna è scesa drasticamente (se pensate di andarci portatevi dei vestiti adeguati, sarà anche estate ma siamo in quota) e gli inossidabili autisti delle navette sono pronti a riportarci giù. Approfitto del report per ringraziare ancora tutta l’organizzazione del festival: quand’ero un ragazzino ricordo la frustrazione nel sapere di dovermi fare svariati chilometri tutte le volte in cui avrei voluto vedere un concerto, e noto con piacere che negli ultimi anni la scena si è ravvivata, portando in provincia gruppi ed eventi che fino ad una decina di anni fa sarebbero stati impensabili. Avanti così, Belùn. (Luca Bonetta)

Un commento

  • Avatar di nxero

    Anche il collettibo Belluno Hardcore (credo fosse presente alla manifrestazione) organizza un interessatissimo festival d’estate, hanno veramente una bella organizzazione fatta da gente appassionata e competente. Personalmente, anche se purtroppo non ci vado spesso, ho quei posti nel cuore.

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