Avere vent’anni: gli ultimi due dischi solisti di LUCA TURILLI

Nel 2006 Luca Turilli, a soli due anni dall’uscita di Symphony of Enchanted Lands II, fu protagonista di ben tre album. Uno a firma Rhapsody of Fire, ovvero Triumph or Agony, di cui parleremo a settembre; gli altri due invece uscirono come continuazione del suo progetto solista, con alcuni distinguo che lui teneva a specificare.

Il primo di cui si parla qui, The Infinite Wonders of Creation, uscì a maggio ed è a tutti gli effetti il terzo album solista di Luca Turilli, che succede quindi al primo King of the Nordic Twilight (1999) e al secondo Prophet of the Last Eclipse (2002). Qui ritroviamo grossomodo la stessa formazione di quei due dischi, compreso Olaf Hayer alla voce. In teoria c’erano quindi tutte le premesse per aspettarsi un prosieguo di quelle sonorità e quelle atmosfere, con un power metal all’italiana molto melodico, molto lineare, con assoli neoclassici e ritmiche zumpettone da sagra del villaggio dei folletti. Invece basta qualche minuto di ascolto per rendersi conto che le coordinate sono molto diverse. The Infinite Wonders of Creation, più che riprendere cose come The Ancient Forest of Elves o New Century’s Tarantella, sembra rifarsi a quelle lunghe suite orchestrali dal piglio narrativo che i Rhapsody avevano l’abitudine di porre in conclusione dei loro dischi. Quindi niente più spadoni, dragoni, incoronazioni, coboldi ubriachi e porchette allo spiedo, ma piuttosto sonorità più rarefatte, cambi di ritmica, piani stratificati e una pesante cappa operistica. E Olaf Hayer, nonostante risulti sempre in formazione come cantante, viene decisamente oscurato nel minutaggio da Bridget Fogle, soprano tedesca specializzata in musical e che ha lavorato, tra gli altri, con Sarah Brightman e Al Bano.

Bei tempi quelli

In certi punti sembra di stare a sentire i Trans-Siberian Orchestra, in altri ancora i Therion, anche se lo stile di Turilli rimane molto ben riconoscibile, soprattutto negli sporadici momenti più ortodossi come The Miracle of Life. All’epoca, devo dire la verità, rimasi talmente spiazzato dall’album che smisi presto di ascoltarlo. Mi aspettavo altro e non ho avuto la pazienza di starci troppo dietro. E invece, a risentirlo adesso, mi ritrovo a dire che merita. Sentire Turilli alle prese con una materia relativamente nuova, e con una voce così diversa dal solito, fa anzi pensare a cosa sarebbe potuto uscire fuori se il progetto fosse continuato. E invece l’esperimento non ebbe successo. Peccato.

Per l’altro disco il discorso è parzialmente diverso, perché è uscito a nome Luca Turilli’s Dreamquest, quindi almeno nominalmente si parlava di un altro progetto. Ma il risultato non cambia più di tanto, quantomeno a livello strutturale, anche perché la formazione è la stessa, con la sola differenza che qui non c’è Olaf Hayer e le linee vocali sono affidate alla sola Bridget Fogle. Contrariamente a quanto sarebbe logico pensare, questo Lost Horizons è più lineare e strutturalmente semplice rispetto al disco uscito pochi mesi prima, eppure ha ancora meno punti in comune rispetto ai precedenti dischi solisti di Luca Turilli. Qui infatti spesso vengono ripresi i Nightwish di quel periodo, quindi quelli della sbronza d’onnipotenza di Once, e la stessa Fogle opera su registri diversi, spesso accostabili a quelli della varie Tarja Turunen, Simone Simons o Sharon den Adel. Il disco spara tutte le migliori cartucce all’inizio, con le non disprezzabili Virus e Dreamquest, per poi accomodarsi su un livello buono tutt’al più per un sottofondo innocuo. Visto il responso freddino riservato a questi due album, che peraltro non godettero neanche di ottima promozione, Turilli decise di spegnere ogni velleità solista e dedicarsi completamente, da lì in poi, solo ai Rhapsody. Quantomeno fino agli ultimissimi anni: pare infatti che il Nostro si sia allontanato dal metal e che, nella rinnovata veste di pianista, abbia in cantiere un disco di solo pianoforte. In giro si trovano alcuni singoli, per chi fosse interessato. (barg)

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