Avere vent’anni: TANKARD – The Beauty and the Beer

Questa settimana ho avuto un’alimentazione decisamente scorretta. Il martedì sono uscito da lavoro e mi sono fiondato a cena fuori, con pizza, birre, caffè e ammazzino. Il mercoledì altra tavolata prima di partecipare a una serata a un gruppo fotografico. Birra anche lì. Il giovedì mi hanno sfondato di pizza a un corso di formazione in centro a Firenze. Venerdì concerto, anticipato da pizza e birre. Al concerto naturalmente ho ribevuto. Avevo in programma di fare le analisi del sangue. Due anni fa furono perfette, neanche un asterisco. Questa settimana ho la certezza che ne sarebbe fuoriuscito un cruciforme camposanto di asterischi, cancelletti, punti esclamativi e teschi, e numeri con molti zeri. Ho rimandato il tutto, non era affrontabile una cosa così. Ma i problemi non li ho avuti alla fine della settimana, li ho avuti quasi subito, il mercoledì sera di ritorno dal gruppo fotografico, a un orario stimato attorno alla mezzanotte e mezza. Non ero affatto ubriaco, ero solamente stanco. 

Di rientro a casa ho parcheggiato, percorso cinquecento metri a piedi e ho salito le scale. Ad attendermi i miei cani, il più rancoroso dei quali si chiama Whisky, per noi della redazione conosciuto come Lord Satanachia perché in fotografia ha molto spesso la stessa espressione del leader degli Azazel.

Ho messo il guinzaglio ai cani e siamo scesi, la passeggiata è durata non oltre i cinque minuti. Siccome Whisky inizia ad avere qualche problema con la vecchiaia, l’unica rampa di scale non gliela faccio percorrere sulle zampe ma lo prendo in braccio, e lo porto giù. Poi lo riporto su. Ha la brutta abitudine, stile pastore maremmano, di attendere che entriamo tutti in casa e poi di seguirci, come se controllasse un gregge. Mi metto sempre di lato alla porta, lo faccio passare e poi entro io. Controllo che sia in casa anche lui, vista la sua ferrea abitudine a restare per ultimo sul pianerottolo, e chiudo la porta. Questo ho fatto anche mercoledì, mi ripeto da allora. Sono andato a lavarmi i denti, ho pisciato e mi sono cambiato per andare a letto. Era mezzanotte e mezzo passata, non estremamente tardi.

Al mattino la sveglia suonava alle sei in punto per quel corso di formazione. Mi sono fatto la doccia, vestito, ho preparato lo zaino con dentro le cuffie, una bottiglietta d’acqua e altre due puttanate, e sono andato a fare colazione. All’improvviso, neanche alle sei e mezzo, è suonato il campanello, come quando arriva un corriere che ti consegna il pacco. Mi sono fiondato alla porta quasi correndo, come in procinto di picchiare qualcuno. Ho aperto il portone dal citofono e subito dopo ho aperto casa; non c’era nessuno di fronte a me. Di sotto non sentivo un suono. Stavo per richiudere, magari lo scherzo di qualche ragazzino. Una voce in fondo al corridoio mi ha detto: il cane!

Guardando in basso Whisky era lì. Era lì da sei ore spaccate, piantato davanti alla porta di casa mia, dove aveva passato tutta la notte. Mi sono sentito all’improvviso una merda. Il cane senza accennare a una reazione, tipo staccarmi la giugulare dal collo, è entrato in casa e si è dileguato verso una cuccia a passo incerto. Testa bassa. Lì per lì, oltre a sentirmi in colpa, ho pensato che qualunque cane, fuorché quello, avrebbe iniziato a raschiare la porta con le zampe per attirare l’attenzione, o ad abbaiare, ancor più efficacemente. Avremmo aperto subito, e lui sarebbe entrato. Non so nemmeno che cosa abbia fatto in quelle sei ore, se rinunciatario si sia appisolato lì di fianco, esausto, o se abbia fissato per tutto il tempo la maniglia, incapace di afferrarla e azionarla. Ma so questo, per una frazione di secondo Whisky mi ha guardato, senza voler rivolgere all’esterno il contenuto delle sue sensazioni.

A quel punto ho dovuto pure prepararlo per la passeggiata, mettere il guinzaglio a lui e agli altri, e riportarli fuori a urinare dappertutto, come in un loop, un incubo senza fine. Tipo in Nightmare IV quando tornano sempre allo stesso punto con la macchina. Ancora la passeggiata, Whisky. Riportati su i cani sono andato a prendere il treno regionale e ho raggiunto il centro di Firenze.

Il corso si è rivelato molto utile, ma soprattutto si è concluso con due ore di anticipo. Mi ero pure premunito di chiamare mia madre per portarli fuori e andare a prendere mia figlia all’asilo: in questa maniera i cani non avrebbero dovuto restare neanche troppo da soli. Ma il corso, come dicevo poc’anzi, si è concluso molto prima del dovuto, e in casa sono rientrato per primo io. Un’altra passeggiata, quindi, ho pensato.

All’apertura della porta qualcosa luccicava sul pavimento, e seguiva le fughe di tutte le mattonelle come per evidenziarne le accattivanti e regolari geometrie. Due cani dormivano di fianco all’entrata, l’età relativamente avanzata non gli aveva permesso neanche di comprendere che il padrone era appena rientrato per potergli scodinzolare con fare festoso. Ma fra quei due cani non figurava Whisky.

Il nero era nella solita cuccia in cui poche ore prima aveva battuto la ritirata, con quell’aria apparentemente sopraffatta. L’occhio era semiaperto e mi fissava mentre realizzavo che aveva appena allagato, volontariamente, ogni angolo del salotto col suo piscio, come se ciascuna birra assimilata in quella settimana se la fosse fatta lui per pianificare la Sua vendetta. Il signor diavolo aveva appena colpito, costringendomi a una rivoltante e abbondante mezz’ora di pulizie. Io devo iniziare a riposare di più, comunque, e il riff che apre Blue Rage – Black Redemption è un qualcosa di totale. (Marco Belardi)

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