Almanacco Gotico Italiano #11: luna delle streghe, nostalgia jazz e occhi neri d’Oriente

Bollettino di informazione sul lato più oscuro delle uscite indipendenti nazionali – Foto di gotico_italiano

L’aveva intercettata dal vivo Ciccio e a maggior ragione sarebbe d’obbligo soffermarsi su Negalite, ultimissima uscita di LILI REFRAIN. Ma tanto ormai la conosciamo tutti, giusto? Il riscontro che ha raggiunto, anche all’estero, non è mica frutto del caso, ma di un lavoro costante della Nostra, coerente e stratificato, drone, ambient, tribalità, dark, occasionali ammiccamenti a forme di metal. Piuttosto “post”, per quanto parecchio metal non sia affatto a digiuno e spaesato con quei codici lì. Indeciso se definirlo un album breve o un Ep lungo (trenta minuti tondi, quattro tracce), Negalite va a confermare tutte le opinioni positive sulla misteriosa musicista romana e sull’efficacia del suo lavoro di stratificazione, straniante ed evocativo, fortunatamente svincolato da qualsiasi mitologia precostituita e quindi meno narrativo, didascalico. Più ecumenico. Anche perché italiana sarà italiana, Lili Refrain, di passaporto, ma, musicalmente parlando, i confini sono sfumati o inesistenti. Se c’è un legame terreno, semmai è con un’Italia lunare, cosmica. I Dead Can Dance alla Notte delle Streghe di San Giovanni. Artista preziosa, mica solo per iniziati.

Ritroviamo anche un’altra vecchia conoscenza, quel RAMON MORO presente al battesimo di questa rubrica col suo album precedente, Calima. Il nuovo si intitola Saudade, ma non è mica un trip tra bossanova e tropicalismo. Viaggio quieto, ok, ma piuttosto buio, anche questo. Disco per tromba, flugelhorn (una specie di tromba) ed effetti analogici, tutti eseguiti dallo stesso musicista torinese. Malinconia ambient, jazz contemporaneo, venti suggestivi provenienti da oriente (Tatreez, da una forma tradizionale di ricamo palestinese). Incentrato prevalentemente sull’archetipo femminile (Atena, Eirene, Afrodite), nell’ultima composizione, Final + T, la tromba jazz incontra l’incubo drone. Manco fosse l’Alice dei Sunn O))), come in parte anche nella precedente, misteriosa Tatreez. Ovviamente la più orientale del lotto. Non molto altro da consigliare al lettore di Metal Skunk meno aperto, forse. Calima era più prossimo al “nostro” mondo. Ma quella vena placida e malinconica, quei paesini silenziosi e i musicisti della banda che tornano a casa suonando un motivo meno baldanzoso di quello della festa, anche questo in Saudade merita…

Ritroviamo infine pure MAI MAI MAI, alfiere “southern gothic” del mondo sperimentale italiano, anche lui romano come Lili Refrain, meno cosmico e più terreno. Più radicato. Dopo il disco con Lino Capra Vaccina lo ritroviamo ora con Karakoz, registrato nel 2024 tra Ramallah e Betlemme. Tutto il concetto di paesaggio sonoro, di integrazione tra suoni strani, ambientali o eseguiti apposta, montati con reperti di archivio per comporre una specie di ascolto-memoria, stavolta è più spostato sulla costa orientale del Mediterraneo. Il titolo proverrebbe dal personaggio principale del teatro delle ombre ottomano, popolare fino in Palestina, che verrebbe generalmente chiamato proprio Karagöz (o varianti, a seconda dei dialetti e delle traslitterazioni), ovvero “occhio nero”. Ascolto, comunque, distantissimo da qualsiasi idea di rock e piuttosto impegnativo. Ad ogni modo, anche per l’intervento di ospiti locali, una testimonianza dolente di una popolazione sacrificata dalla storia ormai da tempo, forse all’ultimo atto o quasi. La musica di Mai Mai Mai non ha comunque i connotati enunciativi di un classico album “di denuncia”. Jinn of the Bethlehem Souk sembra ad esempio un’interferenza demoniaca di una trasmissione radio folk, Wandering Through the Crowded Paths of Al-Hisba una passeggiata irreale e sospesa in un mercato affollato. Per i lettori di Metal Skunk più pazienti e prossimi ad Oriente. (Lorenzo Centini)

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