Recensioni brevi per dischi brevi: estate 2026, parte seconda
Già incontrati in un’altra edizione di questa specie di rubrica, i KREST (крест) di San Pietroburgo. Terzetto di doom satanico e (boh, immagino) drogato. Alla Electric Wizard, per intenderci. Во имя зла (In the name of evil) è un brano semplice: tre minuti soltanto, ma ben confezionati. Il cantato in russo straniante un po’. L’internazionale necro/narco doom ha una sponda anche nella fredda Madre Russia. Speriamo, ora che è uscito anche il disco dei Grave Disgrace (presto su queste pagine) che i due chitarristi dei Krest si occupino anche di registrare un album del loro progetto russofono.
Con La Atormentada preannunciano il nuovo album i cileni ARTEAGA, tra doom e retro rock, in chiave sudamericana. Si intitolerà Proto Punk Travestido e, a giudicare dall’anticipazione, potrebbe interessarci. Rock latino, di base, anche qui. E anche qui ibridato con cose belle che vengono da fuori, tipo lo stoner più drogato, il doom più drogato, la psichedelia più drogata. Parliamo di musica, eh, Metal Skunk rinnova il suo impegno morale contro la droga e la perversione delle anime dei giovani, sempre a favore dei valori positivi. Però ci piacciono gli Electric Wizard e le canzoni che parlano di caproni. Vai a capire perché. Insomma, riparleremo degli Arteaga presto, molto probabilmente.
A proposito di gruppy heavy psych e doom che ci giocano coi feticismi e le cose che si fanno liberamente tra le coperte (occhio anche al doom da spogliarelliste degli Omenbringer), ecco i californiani PEGZILLA, con tanto di mistress alla guida (voce e chitarra). Terzetto che approfitta delle chitarre dello stoner e del fatto che persino il doom, sui social, possa essere sexy, per una formula retro rock che potrebbe andare bene anche per un pubblico un po’ meno “rimastone” di quanto ci si aspetterebbe. Virginia Warewolf, oltre ad essere un gioco di parole divertente, è l’ultimo “singolo” rilasciato. Se il disco sarà per lo meno carino, immagino che ne riparleremo.
Mi interrogo da un bel po’ sul caso BUZZARD, micro-fenomeno relegato, immagino, ad una dimensione da Bandcamp. “Appalachian doom folk” suonerebbe come una definizione per la quale farei letteralmente carte false. I dischi però fino ad ora non mi hanno detto gran che, il tipo non è che sappia scrivere una canzone memorabile o arrangiarne una con un po’ di carattere. Hillibilly Fuckery / Appalachian Blood Bourbon è un singolo né carne né pesce (un po’ stupida la prima delle due), ma mi offre l’occasione di parlarne senza proporre a qualcuno di ascoltare un disco intero.

We’re All Gonna Fukkin’ Die è un mini-album pubblicato da Dying Victims Productions. È l’esordio della belga SHEWOLFF, che in precedenza ha transitato addirittura nelle crust-doomster SaturninE di Bologna (chi le rocorda?). Un piccolo concentrato di punk metal bastardo, urlato e catarroso, tra il pre-black di Venom, Hellhammer, Bathory e l’heavy punk post-black (dio mio, sparatemi) dei Darkthrone, quando ancora facevano simpatia. Praticamente un concentrato di quel tupa-tupa-e-vaffanculo che qua in mezzo ha parecchi estimatori. Meno forsennato di tante compagini speed-black-thrash di cui ci occupiamo spesso, ma intanto gente come Midnight cominci a guardarsi intorno, che dietro l’angolo potrebbe nascondersi una ragaza belga col face painting e una lama da macellaio.
Intanto Bologna non resta impassibile e rilancia. I LAST GOAT amano anche loro i pentacoli, i teschi, i castelli diroccati e i capri, ma in realtà sono un gruppo hardcore punk con tentazioni crust e sludge. Nadile (chrysalis) è l’Ep d’esordio, Black Plague, Cancer God e Last Goat titoli che parlano da soli. C’è un’idea, c’è un programma, c’è tutto il tempo per trasformarle in una proposta davvero gagliarda. Come la coda post-hardcore psichedelica proprio di Cancer God fa presagire. O l’accordo deftonesiano che apre Last Goat prima del mosh e del tupa-tupa, apre e riaffiora nel “ritornello”, con spleen indie presto impantanato nel doom. Ottimo esordio pure questo. Restate ben sintonizzati, con le cornine bene in alto.
Addirittura riecco gli ZAO, che persino io che so nulla di metalcore a un certo punto ho incontrato. Pillars è un Ep e contiene quattro cover di band della Pennsylvania degli anni ’90 che li avrebbero ispirati (e considerate che “loro”, gli Zao di ora, non hanno da venti anni più nemmeno un membro in comune con la formazione originaria). Uscita per esperti e completisti, inutile dircelo. Ad ogni modo, mi ricorda di quando avevo quattordici anni e Big Daddy Rott. mi passava improbabili e meravigliosi dischi SxE di gente che aveva le visioni mistiche.
Chiudiamo in bellezza con Magnus Pelander, ormai unico uomo dietro il nome WITCHCRAFT, che in passato ha avuto un’aurea gloriosa ma che di recente ha dimostrato non troppa lucidità. A Sinner’s Child Ep conferma la china. Non è brutto, anzi, meno raffazzonato dell’album dell’anno scorso. Ma resta comunque un riciclo di brani, take e scarti di quello stesso album. Pelander ha una personalità musicale riconoscibilissima, raffinata. A Sinner’s Child ancora lo dimostra, alcuni brani, presi singolarmente, sono piccole ma autentiche gemme. Tra doom ancestrale e folklore senza tempo. Sinceramente, spero davvero trovi nuovi compagni che possano garantire maggiore stabilità e continuità alla sua visione. (Lorenzo Centini)
