L’iconico impatto della resilienza: prontuario grindcore contro le parole scassamaroni

Vi ricordate l’articolo di Marco Belardi sulle espressioni da lui definite idiote, che si ritrovano nelle recensioni musicali, metal in particolare? Tipo fulmicotone, seminale, pachidermico, etc.? Un’inchiesta bellissima e verissima. Io oggi vorrei riaprire il belardiano Vaso di Pandora e parlare di una tendenza più generale che si può riscontrare nella degenerazione linguistica che infesta il giornalismo, la comunicazione, gli uffici stampa di ogni tipo e i sedicenti creatori di contenuti. Io la chiamerei sostituzione: un fenomeno per cui una pluralità di concetti, e quindi anche le parole che servirebbero a distinguerli, vengono ricondotti a un numero intenzionalmente più ristretto di espressioni di moda. Molte parole, molte sfumature, molte idee diverse vengono così sostituite da pochi termini immediatamente riconoscibili, perché più comodi e più adatti alla circolazione veloce presso il pubblico di massa. È un impoverimento che ricorda, con tutte le dovute proporzioni, la Neolingua di 1984, tuttavia, a differenza di quanto si narrava nel romanzo, ai giorni nostri non si può dare la colpa a una qualche forma di potere centrale che ci imponga dall’alto quali parole usare, ma l’effetto finale a cui stiamo assistendo sembra andare nella stessa direzione, cioè ridurre la possibilità di pensare con precisione, riducendo la disponibilità concreta delle parole. Non so se avete messo bene a fuoco la premessa: qui non c’è nessuna fantasia distopica, ma stiamo registrando un’involuzione spontanea e volontaria, che per questo si fa molto più inquietante, reale e dannosa. 

Abbiamo capito che nessuno ha più tempo, nessuno legge, nessuno arriva alla terza riga se non gli prometti un trauma, un catalogo di oggetti da acquistare, una rivelazione o una foto di qualcosa “iconico”. Ne prendiamo atto mugugnando. Questo però non autorizza chi scrive, chi comunica, chi giornalisticamente produce “contenuti” a usare sempre le stesse cinque parole come se fossero una cassetta di pronto soccorso lessicale. Ma il problema, attenzione, non sono mai le parole: non hanno colpa le parole, perché sono sempre state e restano degli strumenti. Il cacciavite non è responsabile se uno lo conficca nella schiena di un altro. Il problema è l’uso pigro, ripetuto, spettacolarizzato, cioè quella forma di scrittura che invece di scegliere, distinguere, precisare e magari inventare qualcosa, prende il vocabolo di moda e lo sostituisce a più concetti possibili, gettandolo dappertutto, con la speranza che i fessi abbocchino.
Facciamo ora qualche esempio pratico di queste parole fra le più scassamaroni che capita di incontrare:

1. NARRAZIONE

La prima delle parole usate in modo irresponsabile è diventato un materasso che fa dimenticare altri termini più precisi. Era una parola con una certa dignità, che aveva molteplici significati, ma che purtroppo si è fatta neologismo, non si sa perché, e dobbiamo imparare a riconoscerla per potercene liberare. Di sicuro c’entra anche qualche ignobile analogia con l’inglese narrative. Comunque sia andata, narrazione si usa per evitare termini come spiegazione, versione, memoria, propaganda, discorso, oppure anche i più espliciti menzogna, falsità, etc. La Treccani ne registra anche un uso politico, nel senso di esposizione argomentata per conquistare consenso. Quindi la narrazione è ora una specie di paravento da usare quando non si vuole chiarire se si sta spiegando, mentendo, ricordando male o vendendo una Panda come se fosse una Bentley. Un esempio che potremmo fare nei nostri uffici è una frase aberrante, tipo: “La narrazione di Griffar è che questo sia il disco raw black metal dell’anno”.

Antidoto: Estinzione – Kali Yuga infinito II. Grindcore bolognese, 2025: qui si narra in poche parole di ostilità, conflitti, eventi cosmici, senza indugi e senza cercare rifugi che non esistono.

2. ICONICO

Questa è fra le più irritanti della storia, perché si è diffusa rapidissima e viene usata per definire ogni cosa. Da qualche anno, tutto è iconico: la copertina, il riff, il panino, il vinile, la maglietta, il gesto, il rutto del cantante durante il soundcheck. La parola, in origine, aveva una sua dignità tecnica: riguardava l’immagine, il rapporto tra segno e oggetto, la rappresentazione figurativa. Il problema è che l’uso odierno, quello che si ritrova nel marketing di bassa lega, nel giornalismo leggero e nei soliti canali, è chiaramente ricalcato sull’inglese iconic, altra parola abusata fino allo sfinimento, dove significa più o meno famoso, memorabile, rappresentativo. Chi la usa, ne sia consapevole o meno, comunica al pubblico un temibile senso di ridotta capacità mentale: “Questa cosa è famosa e non ho voglia di spiegare perché”. Ci sono moltissime alternative per superare l’iconico dilemma: esemplare, riconoscibile, emblematico, celebre, tipico, anche simbolico, etc.

Antidoto: Napalm DeathYou Suffer. Questo lo si potrebbe chiamare “iconico” per davvero, ma proprio per questo non lo si deve fare. È il brano più rappresentativo di un intero genere ed è il corrispettivo grindcore di 4’33’’ di John Cage: definirlo solo “iconico” sarebbe come descrivere un incidente ferroviario dicendo “situazione movimentata”. Risulterebbe davvero fuori fuoco, mentre invece è un brano storico, memorabile, che nelle sue frazioni di secondo di durata, motivo per il quale mette euforia, ha un significato profondo.

3. RESILIENZA

Questa è la parola che ha fatto il salto più tragico: da termine tecnico usato in ingegneria e in ecologia a concetto anestetico per il grande pubblico. Si sentiva dire già da parecchio, ma nella lingua generalista è esplosa soprattutto nel periodo della pandemia, tra aziende, psicologia da LinkedIn e falsa retorica dell’adattamento. Treccani le ha purtroppo dedicato anche un articolo come “parola alla moda”, proprio nel 2020. Con resilienza si vorrebbe esprimere un concetto del tipo che, se il mondo ti passa sopra con un trattore, tu non solo devi rialzarti, ma devi anche ringraziare per l’opportunità di crescita. Ma vai a resiliarti tu e chi t’ha messo al mondo. Per piacere, usate resistenza, adattamento, ostinazione, oppure la semplice forza. Forza, che ce la facciamo.

Antidoto: Brutal Truth – Regression-Progression. Altro che resilienza, qui siamo al loro debutto del 1992, perfetto per dire VAFFANCULO a chi predica di sopportare e tacere.

4. SOSTENIBILE

Parola importante, quindi ancora più pericolosa quando viene svuotata. “Sostenibile” ha un significato serio: riguarda uno sviluppo capace di soddisfare i bisogni presenti senza compromettere quelli delle generazioni future. Il problema è che lo abbiamo visto diventare troppo presto un aggettivo ornamentale e subdolamente convincente: il packaging sostenibile, l’evento sostenibile, la crescita sostenibile, l’aperitivo sostenibile, il capitalismo sostenibile. Quando qualcosa raggiunge il grado “sostenibile”, allora gli è concesso di lavarsi la coscienza con poco sforzo. Non che sia un brutto termine in sé, ma veramente non bisogna dimenticare concetti più precisi, come durevole, riciclabile, riparabile, sobrio, compatibile, misurabile, virtuoso.

Antidoto: Extreme Noise Terror – Raping the Earth. Questi urlavano di ambiente e di sostenibilità, alla loro maniera, molto prima che si iniziassero ad avere i cassonetti colorati per la strada.

5. INCLUSIVO

Anche questa era una parola seria, che poi è precipitata in un uso spesso ridicolo. “Inclusività” viene registrata come capacità di includere più soggetti possibili nel godimento di un diritto o nella partecipazione a un’attività, e più in generale come tendenza a non discriminare. Così è perfetto, ma nella comunicazione pigra diventa una formula magica, un talismano che dovrebbe mettere al riparo da dubbi: se scrivi “inclusivo”, la cosa sembra automaticamente buona, anche quando non si capisce chi includa, come, dove, con quali conseguenze e con quali conflitti reali. Il rischio è sempre fare il contrario di quel che si dice, ma senza ironia, quindi il significato vero di “inclusivo” è: abbiamo messo insieme quattro persone diverse nella foto, ora lasciateci continuare come prima. Se vogliamo essere più chiari, meglio prendere in considerazione: accessibile, aperto, rappresentativo, plurale, equo, accogliente, a seconda del caso.

Antidoto: Screeching Weasel – I wanna be a homosexual. Meno violenti di altri esempi citati qui, ma altrettanto chiari negli intenti.

6. TOSSICO

“Tossico” è un aggettivo, a volte sostantivato, antichissimo. È utilissimo quando si parla davvero di sostanze, ambienti, dinamiche nocive, ma ormai è diventato un termine emotivo per qualsiasi cosa sgradevole: relazione tossica, ambiente tossico, mascolinità tossica, fandom tossico, pranzo di Natale tossico. È la parola che ha sostituito una gamma amplissima di termini, anche molto distanti di significato, perché viene usata quando non si vuole più distinguere tra concetti quali pericoloso, sgradevole, opprimente, ostile, maleducato, frustrante, oppure semplicemente rompicoglioni.

Antidoto: Cripple Bastards – Morte da Tossico. Grindcore aggressivo e disturbante: se dobbiamo parlare di tossicità, bisogna saperla guardare in faccia quando si manifesta. La nostra redazione ne aveva parlato bene in un memorabile articolo.

7. IMPATTANTE

Parola che ha una lunga storia, in breve: da impatto deriva il verbo impattare. Anticamente significava “terminare alla pari, senza vincere né perdere”, dal termine patta, oppure “stendere il patto”, ovvero il letto delle bestie (con paglia o altro, da cui il derivato pattume). Impattare nel significato di ‘urtare, scontrarsi’ e in quello figurato di “avere un determinato impatto, effetto” è accolto dalla grande maggioranza dei dizionari dell’uso solo a partire dalla fine del Novecento ed è certamente stato rafforzato dalla solita analogia con l’inglese to impact
Adesso è una parola orrenda, perché finge un’energia che non avrà mai. Oggi pare che tutto debba essere impattante: il titolo impattante, la mostra impattante, il messaggio impattante, il peperoncino impattante. Sembra che non si possa più interessare qualcuno senza investirlo con un furgone, invece di rimboccarsi le maniche e ritrovare vecchie conoscenze come efficace, incisivo, forte, netto, memorabile, chiaro, rilevante, significativo, espressivo, potente.

Antidoto: Discordance Axis – The Inalienable Dreamless. Un grindcore intensissimo del 2000, qui l’impatto sulle orecchie è certo. Rileggete anche la recensione di Matteo Cortesi.

8. RITUALE

Una volta il rituale prevedeva sacerdoti, offerte, formule, calendari, passaggi di stato, simboli condivisi, comunità, tabù, sangue vero o metaforico. Personalmente ricordo che aveva anche una vaga accezione negativa, perché si riferiva specialmente alla sfera religiosa. Oggi è il caffè, la skincare, la doccia calda, la passeggiata alle 7.15, la sigaretta in balcone, la tisana, il “mio momento per me”. E, naturalmente, lo usiamo anche noi nelle recensioni: immaginatevi quando “si apre il rituale con un riff agghiacciante, che squarcia la tela dei nostri ascolti convenzionali e ci lascia attoniti, in attesa dell’inevitabile”. Si trova spesso usato, sempre meno responsabilmente, a proposito di gruppi black metal, doom, dovunque l’atmosfera abbia un certo peso. Il problema non è chiamare “rituale” una ripetizione carica di significato, che sarebbe anche il suo. Il problema è che oggi qualunque abitudine a caso viene imbellettata con una parola sacrale per non sembrare quello che è: una fissazione, un vizio, una semplice pausa. Qui meritano alcune traduzioni simultanee esemplari:

“Il mio rituale del mattino” = faccio una colazione da 600 calorie.
“Il rituale della domenica” = mi trascino in casa in mutande.
“Un rituale di benessere” = ho comprato una crema da 87 euro.
“Rituale privato” = mi faccio una sega.

Alternative meno farlocche: abitudine, gesto, consuetudine, pratica, preparazione; ma anche più onestamente: mania, fissazione, dipendenza.

Antidoto: Anal Cunt – Everyone Should Be Killed. Controcanto estremo all’autocelebrazione e all’onanismo mascherato, da un gruppo che ha basato la propria esistenza sull’oltraggio a qualunque cosa, anche alla stessa musica.

9. MEME

Questa è una parola con un genitore e un anno di nascita: fu inventata nel 1976 da Richard Dawkins, nell’ultimo capitolo de Il gene egoista. Dawkins coniò “meme” per analogia con “gene”, abbreviando il greco mimeme, cioè “cosa imitata”, e lo usò per indicare una unità di trasmissione culturale: un’idea, una melodia, una moda, una frase, una tecnica, una credenza, un comportamento capace di passare da una mente all’altra, replicarsi, mutare, competere con altri elementi culturali e, se abbastanza adatto, sopravvivere. Così come il gene trasmette informazione biologica, il meme, nell’idea di Dawkins, trasmette informazione culturale. Per cui le foto divertenti con le scritte grosse che condividiamo nei messaggi o sui social non c’entrano proprio un cazzo col meme di Dawkins. Questo non è nemmeno impoverimento: è un’appropriazione indebita e la cancellazione di un concetto scientifico. Caro Richard, qui di idee se ne diffondono sempre meno, altro che teoria dei memi: siamo alla decadenza del pensiero, dove sopravvive ciò che richiede meno tempo, meno attenzione, meno sintassi e possibilmente nessuna vergogna. In questo caso non ci sono sinonimi da considerare, perché si tratta proprio di altre cose: vignetta, battuta, slogan, cazzata condivisa, a seconda del livello di pietà che volete ancora concedere. Oppure inventatevi un’altra parola.

Antidoto: Seven Minutes of Nausea – Cancelled. Centinaia di canzoni senza titolo in un 7”. Se proprio dobbiamo parlare di memi e di contenuti che viaggiano veloci, almeno facciamolo con qualcosa che abbia compreso la violenza della trasmissione.

Il punto, alla fine, non è fare i soliti vecchi al bar che rimpiangono quando si diceva “giovanotto” e non “creator”. Le lingue sono sempre cambiate, hanno sempre rubato, scartato, riciclato, anche inventato, e questo è giustissimo. Il punto è che chi scrive dovrebbe saperlo, perché la lingua è la materia che utilizza, quindi dovrebbe sapere quando una parola è esatta e quando invece è solo comoda. L’uso irresponsabile e standardizzato delle parole elimina contenuti, anziché crearne, per cui si passa in un attimo da content creator a content eraser, ma per chi è abbastanza navigato per accorgersene, tutto questo diventa semplicemente una grandissima rottura di coglioni da leggere o da ascoltare. Il fatto è che scrivere non significa produrre contenuti; quello lo fa anche una betoniera, se dentro ci buttate abbastanza roba. Scrivere significa fare scelte. Non lo dico io, lo dicono autori e pensatori come Giuseppe Pontiggia. E scegliere, purtroppo per i resilienti, gli iconici e i narratori dei miei maroni quadrati, richiede ancora un minimo di fatica. (Stefano Mazza)

15 commenti

  • Avatar di nxero

    Applausi. Ma mancano i Nasum e i Terrorizer, possiamo andare avanti all’infinito? ;-)

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  • Avatar di Fanta

    Molto interessante.

    Aggiungo qualche terrificante neologismo che incontro sempre più spesso.

    Rossobruno e rossobrunismo, termine usato per riunire sotto una confusiva egida “politica” personaggi ideologicamente ambigui. O meglio: gente che di politica non capisce un cazzo ma che spara cose acchiappate da fonti discutibili e con l’approfondimento culturale di una foca monaca.

    Bullismo, che oramai non si nega manco a quello cui è stata fatta una battuta di spirito, anche da parte di un singolo compagno di scuola. Per non parlare delle mitologie vittimistiche per giustificare ogni variante dei propri fallimenti da adulti. Eh, oh, sono stato/a bullizzato/a (ci mettiamo anche una “u”?), mica cazzi. Non mi si fraintenda, conosco benissimo situazioni drammatiche, sto solo dicendo che sta diventando un’esagerazione.

    Ghostare, sempre coniugato in modo passivo (mi ha ghostata/o/u) da chi subirebbe l’incompetenza relazionale dell’altro. Certo che se mandate 156 WhatsApp a un povero cristo, mi pare il minimo che si inizi a ignorarvi. O no?

    O se conoscete qualcuno/a/u che manifesta repentinamente tratti socio-patici ma voi ci passate sopra (ma sì…. chissene frega della weltanshauung di chi ci sta vicino), poi mi sembra plausibile che finisca di merda.

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    • Avatar di Fredrik DZ0

      Rossobruni sono stati appellati anche Costanzo Preve e il recentemente scomparso Gianfranco La Grassa, non propriamente due capre…io il termine lo vedo abusato nei confronti di chiunque sia un minimo in opposizione a certe teorie prese come dogmi piuttosto…

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    • Avatar di Fanta

      Ma infatti mi riferivo soprattutto a chi addita, non a chi è additato. Ho scritto di corsa e non mi sono espresso bene. Resta il fatto che per me nazionalismo (o localismo) e sinistra sono due cose che non stanno bene insieme.

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  • Avatar di ignis

    Ottimo articolo!

    La scrittura dovrebbe essere volontà di forma, precisione, taglio…

    Dovrebbe essere esercizio di stile, laddove convergono contenuto e forma.

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  • Avatar di ignis

    Forse, non sono molto d’accordo sull’ipotesi che il livellamento e lo svuotamento della lingua non siano imposti dall’alto.

    Da un lato, sicuramente, si tratta di un processo di ‘naturale’ decadenza dell’umano.

    Tuttavia, da un altro lato, l’appiattimento è regolato dalla società dei consumi perché facilita le varie dinamiche che la caratterizzano.

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    • Avatar di tapiroubriaco

      A me parrebbe che il livellamento e lo svuotamento della lingua, insieme a tutte le magagne della vita moderna, siano imposte dalla paura, più che “dall’alto” o “dai potenti”.

      Dalla paura di perdere il treno, di rimanere col cerino in mano.

      L’articolista (magari un po’ scemo) di Repubblica DEVE usare tutte le parole di moda per paura di essere l’unico a non usarle, e perdere il lavoro.

      DEVE usare ChatGPT per scrivere le bozze, e DEVE conservare lo stile tipico di ChatGPT, perché ormai lo usano tutti, e se non metti “non è X, è Y” non sei nessuno.

      L’azienda di legnami taldeitali DEVE avere una presenza sul Metaverso, perché vuoi mai perdere il treno ed essere l’unico a non approfittare del business del domani?
      Poi arrivano i cinesi e ti spazzano via, senza il Metaverso. O forse lo faranno lo stesso…

      Tutto questo, mi parrebbe, si è acuito in modo particolare dopo il 2008-2010.
      Quando, insomma, il babau della dispensa vuota ha iniziato a nascondersi sotto il letto di parecchie persone in modo permanente.

      Insieme ad esso, il babau della solitudine e della malattia e dell’invecchiamento, che viaggiano in tandem con quello della dispensa vuota per motivi atavici.

      Corollario notevole: SE tutti concordassero che i legnami sul metaverso sono una stronzata, le azioni Meta, Inc crollerebbero dalla sera alla mattina, e di conseguenza il patrimonio di Mark Zuckerberg e soci, che non è fatto di banconote nascoste sotto il letto. Zuckerberg inizierebbe ad avere qualche problema con le banche. I grandi ed i potenti non sono COSÌ immuni da questo meccanismo.

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  • Avatar di ignis

    “Quando le parole scompaiono o si torcono, le idee muoiono con loro. Il linguaggio così brutalizzato contribuisce alla deflagrazione dell’individuo. […] il linguaggio non libera più. Non è più uno strumento di pensiero ma un copione preprogrammato distribuito dai nuovi dispositivi di controllo” (A. Mhalla, Resistere ai tempi oscuri. Il nuovo sistema totalitario).

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    • Avatar di tapiroubriaco

      A riguardo c’è una citazione più autorevole, più generale, e molto più antica.

      È di Confucio, ma a differenza di TUTTE le citazioni inventate falsamente attribuite a Confucio, questa è vera ed ha una fonte: Dialoghi, 13.3.

      È il famoso monologo sulla “rettifica dei nomi”, pronunciato 2500 (DUEMILACINQUECENTO) anni fa, che dimostra che già all’epoca c’era qualcuno che diceva “iconico” o “implementare” a sproposito.

      Quando l’allievo Zilu chiede al Maestro quale sarebbe il suo primo atto per riformare gli affari pubblici, Confucio risponde: “a rendere a ogni cosa il suo vero nome”.

      Poiché “se i nomi non sono corretti, cioè se non corrispondono alla realtà, il linguaggio è privo di oggetto. Se il linguaggio è privo di oggetto, agire diventa complicato, tutte le faccende umane vanno a rotoli e gestirle diventa impossibile e senza senso.”

      Per questo il primo compito di un Principe saggio “è dare alle cose i nomi che convengono loro, e ogni cosa deve essere trattata secondo il significato del nome che egli le dà. Alla scelta [delle parole] un Principe saggio presta la massima attenzione.”

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  • Avatar di manuelcolombo

    Articolo molto interessante e condivisibile.

    Ancora più bello trovarlo qui, nella tana del caprone.

    grazie

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