Avere vent’anni: DISCORDANCE AXIS – The Inalienable Dreamless

Il grindcore era principalmente una questione di dischi corti prodotti da schifo, ampli perennemente in saturazione e batteria a mitraglia, pezzi che più brevi sono meglio è, testi sullo sloganistico centrosocialaro spinto o frasi senza senso o porcate da depravato, con sample di comizietti elettorali o Z-movies o gemiti presi dai film porno ad allungare il brodo a seconda dell’attitudine – io sì che ho capito come va il mondo/horror brutti/repressi che si sfogano così. Batteria a parte, la tecnica non faceva inizialmente parte dell’equazione; era più che altro una questione di memoria, ricordare la scaletta ai concerti senza troppi tempi morti, lì stava la vera sfida. Molto presto il bivio: da una parte la stessa broda mezzo accordo e un’attitudine ripetuta all’infinito, dall’altra andare sul complicato. Le avanguardie dai primi anni ’90, fuori dai radar fino al decennio successivo, non era ancora il momento; The Inalienable Dreamless il punto d’arrivo, la rivelazione che nessuno era preparato a cogliere, qualcosa che il concetto di perfezione assoluta arriva a incarnarlo quasi totalmente.

Niente basso, un batterista tra i migliori mai esistiti, inizi del tutto conformi agli standard del genere – inevitabile trafila di split in vinile con altri gruppi per dividere le spese, copertine in bianco e nero da fotocopiatrice alla vecchia, produzione inesistente – prendono presto il largo stracciando tutti sul finale. The Inalienable Dreamless è il terzo e ultimo, il migliore per distacco. È il disco che eleva il grindcore a uno stato dell’arte (in senso anglosassone) che il genere non ha mai chiesto o cercato e probabilmente nemmeno merita. Dura 23 minuti e 25 secondi e basterebbe da solo a riempire un’intera esistenza di ascolti, non sarebbe necessario altro; per ispirazione, portata e rigore è paragonabile ai pilastri che hanno cambiato per sempre la vita negli anni formativi, che da allora fino a oggi sono rimasti e non se ne andranno mai (per quel che mi riguarda: Iron Maiden, Sad Wings of Destiny, Legion, Love, per rimanere in territori contigui). Concettualmente prende spunto da un cartone animato giapponese per abbracciare letteralmente ogni aspetto dell’esperienza umana, in un diluvio di parole tra testi, parafrasi e digressioni joyciane nel fluviale libretto che è un Mestiere di vivere cibernetico il cui valore letterario è complementare alle trame escheriane di 16 pezzi che mantengono la tensione costantemente oltre ogni soglia di sopportazione, più l’unica tregua concessa in A leaden stride to nowhere (il pezzo più lungo del disco, necessaria decompressione ma anche l’unico momento che si possa tranquillamente skippare dal secondo ascolto in poi). È come unire il migliore romanzo mai letto con il migliore film mai visto e il migliore disco mai ascoltato, elevare il risultato alla N e comprimerlo in venti minuti scarsi, ma anche così non rende l’idea; bisogna sentire con le proprie orecchie, perdersi nella vertigine di riff inimmaginabili, torsioni vocali inconcepibili, tempi di batteria disumani.

Andava così: ci trovavamo a scrivere e registrare un po’ di roba, poi ognuno per la sua strada. Non abbiamo mai suonato molto dal vivo perché, beh, non siamo mai riusciti a vendere più di 500 copie di un nostro disco e ognuno aveva la propria vita. Ci è stato chiesto come mai siamo stati in tour soltanto in Giappone, è semplice: è lì che i nostri dischi vendevano, e quasi tutti i nostri gruppi preferiti venivano da lì. Per farla breve, i Discordance Axis sono nati nel 1992 e hanno smesso di esistere nel 2001. (Jon Chang)

Poi la tecnica è diventata un problema, i dischi tutt’al più masturbatorie esibizioni non richieste di virtuosismi insopportabili in un tripudio di chitarre strane e bassi a dieci corde e batterie che Neil Peart scansate. Da agosto 2000 in poi, lontano da tutto, irraggiungibile, ineguagliato, si staglia The Inalienable Dreamless. Lo spirito dei Discordance Axis continua negli Hayaino Daisuki del cantante e paroliere unico Jon Chang, ventiquattro minuti e qualche secondo l’intera discografia; Chang fa parte anche dei più celebrati quanto meno esaltanti Gridlink. Il batterista Dave Witte suona ovunque lo paghino, per soldi è finito negli orribili Municipal Waste, lo spreco di talento più grande da quando Chet Baker smise di suonare per drogarsi full time. Del chitarrista Rob Marton ammetto di avere perso le tracce fino all’anno scorso, quando è ricomparso insieme a Chang in No One Knows What The Dead Think, dove il suono è definitivamente diventato maniera. (Matteo Cortesi)

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