Retro Rock Mania: si stava meglio quando si stava Manson
Che nostalgia che provo a volte. Il rock era libero per davvero, l’amore libero per davvero. Le droghe erano migliori, o almeno, boh, che ne so, penso, comunque io non mi drogo, chissà ai tempi se l’avrei fatto. Le vibrazioni erano buone. Le guerre le fermavi scendendo in strada coi cartelli con su scritto “pace” e le pacifiche comuni hippie erano dedite a fare graffiti coi titoli delle canzoni dei Beatles nelle case delle persone. Che nostalgia, i tempi andati. Anche se in realtà non esistevo ancora manco dipinto, io, ai tempi. Comunque lo so di non essere il solo, anzi: questo è lo spazio per quei dischi che fanno finta che il punk, l’elettronica, il rap e manco la tv a colori siano mai arrivati. Ce ne sono, di dischi e gruppi del genere.
Prendete i PRIMITIVE RING, che belli che sono. Sono pure californiani, di Los Angeles. Magari abitano pure vicino a Cielo Drive. Il disco omonimo, Primitive Ring, è un esordio, ma non sembrano proprio di primissimo pelo. Heavy psych, heavy blues, Rolling Stones, high energy sound di Detroit, sprazzi folk, il southern rock, i Grand Funk Railroad. Le coordinate sono lì, tutte in un passato indefinito tra fine ’60 e inizi ’70. E il disco è una goduria, un terzetto in fiamme che rovescia watt e rullate, ma ancheggia, lo fa con calore più che compiacimento, e infatti il disco potrebbe garbare persino ai nostalgici dei Queens of the Stone Age, quelli prima del declino, e di tutto lo stoner di un tempo (Nebula, Atomic Bitchwax), anche per via di un vago, vaghissimo taglio space. Undici brani di rock grandioso e fuzzoso che non so se ne riuscite a farne a meno, poi. Dietro loro c’è la mitica In The Red che ricordavo dedicata al garage rock’n’roll e che avevo perso di vista. Recupero sicuro. Disco che è una goduria, per certi palati nostalgici.
Da qualche tempo a questa parte i norvegesi, dismesso il face painting, si sono messi a fare il verso alla scena retro-rock svedese di Örebro e Goteborg di venti anni fa. Un po’ sulla scia dei Kryptograf (pregevoli), ecco i GYENFERD, da Bergen. Black Smoke Rising è un album di hard rock/heavy psych coerente con la sua ambientazione anni ’70, addirittura con una profusione di Hammond e piano Rhodes. Suonando vintage al quadrato (revival a venti anni di distanza da un revival distante a sua volta cinquant’anni dai modelli di partenza) il suono che viene fuori è un po’ un medione, una marea di reminescenze e nessun carattere specifico da farti dire “suonano come nessun altro”, ma nemmeno “suonano esattamente come qualcuno”. Un limbo retrò in cui non puoi dire proprio che manchi qualcosa, ma nemmeno dire che ti senti in Paradiso. Sono bravi, comunque, a fare quello che fanno, i Gyenferd. Solo che già i Kryptograf sono più bravi di loro. Poco male, comunque, per i nostalgici più entusiasti. Black Smoke Rising contiene riff e riffoni che, se ascoltati ad occhi chiusi, possono facilmente aiutarvi negli esercizi di training autogeno per convincervi che gli anni ’70 (o il loro revival) non siano mai terminati.
E che dire dei PURPLE SKIES, da Bergen pure loro, che con A Million Years, un esordio, proprio si rifanno quasi esplicitamente agli splendidi Witchcraft. Che poi, sapete, quando si parla di revival retro rock, mica si può essere troppo oltranzisti. E quindi il suono dei Purple Skies assomiglia un po’ ad un mix tra “le due ere” della band di Magnus Pelander: quella filologica Pentagram+Rocky Erickson e quella Nuclear Blast. La somiglianza è e non può essere un caso: questa è una band che vuole (o vorrebbe) suonare esattamente come i Witchcraft e quindi ci assomiglia, parecchio. Se la cosa non vi crea troppi problemi (tanto ormai chi è che non è clone di qualcuno…) allora A Million Years ve lo potete godere benissimo. L’idea, oltre al suono e al tono della voce, è riprendere quel tono oscuro e fiabesco, medievaleggiante, che avevano i primi capolavori degli svedesi. Ok, si va in quella direzione e i brani sono buoni e i riff sono buoni. Vi basta? A me oggi sì, dai. Posso ascoltarmi in cuffia i Purple Skies, chiudendo gli occhi ed immaginando di essere tornato a venti anni fa. Quando ascoltavo in cuffia un disco da Örebro, chiudendo gli occhi ed immaginando di ascoltare Rocky Erickson perso in un maniero infestato dai fantasmi nella brughiera inglese. A Pelander non riesce più così bene, d’altronde. (Lorenzo Centini)

Grandi, proprio questo articolo volevo! Genere con tante perle nascoste
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