A qualcuno piace Khemmis. E non ne capiamo il motivo.

Io sono una persona semplice, ma non è che possa stupirmi più di tanto se c’è gente a cui piace ascoltare i Khemmis. D’altronde, sono moltissime le cose che NON ho in comune con i miei presunti simili. Tipo con chi ama collezionare orologi costosi. O tipo con chi prova il bisogno di sgasare con una motocicletta a volumi assordanti in un placido paesaggio montuoso e boschivo dove magari qualcun altro, fauna inclusa, trova ristoro nella quiete. Tipo con chi si sente più uomo quando uccide un animale. Oppure con tutto un altro tipo di fauna e parafilie, tipo con quanti non riescono a resistere al bisogno impellente di condividere online le proprie polluzioni inconfessabili e incontrollate, ovviamente in formato anonimo. Quindi, ecco, non è che se uno mi dice che ascolta con gusto i Khemmis ci rimango male, perché sicuramente l’umanità offre di peggio. Però non ne capisco le ragioni. Anche se, in realtà, mi potrebbero interessare solo il giusto.

Comunque, sempre con la Nuclear Blast a fornire lacca e fissante, sono tornati pure loro, i Khemmis, con un album omonimo, che ho letto in giro si sarebbe trattato di un trattato d’amore sul metal e sull’essere metallari. Nientemeno. Allora pensavo potesse trattarsi della volta buona per riappacificarmi con la proposta dei quattro musicisti di Denver. Magari la volta buona per capire cosa avrei in comune io, con questa gente. E niente, le cose non sono andate esattamente così, e Khemmis a me pare una volta ancora una lagna. O meglio il vuoto spinto, sotto forma di un’estetica ineccepibile. Sarebbe doom, dicono. Certo, doom come potrebbe esserlo una copertina di Men’s Health. Brillante. Definito. Ben rasato. Impomatato. Visto quell’acciaio quanto luccica? Come la carrozzeria di una Mercedes. Tedesca, come la Nuclear Blast. E quando c’è da dimostrare al mondo quanto si vale, il brand è importante… Per lo meno se questo è il mondo cui fate riferimento e dal quale elemosinate approvazione. Non il mio, pacifica questa cosa, ma magari proviamoci lo stesso a dire due o tre cose di quest’album qui.

Beh, anche se in fondo di certi canoni estetici io preferisco essere assolutamente a digiuno, non si può certo dire che i Khemmis non sappiano suonare, né che chi ha registrato il disco e prodotto l’album (loro o chi per loro) non sia stato professionale. Questa per qualcuno potrebbe già essere sufficiente, come recensione, magari. Le strutture complesse, i fraseggi saccenti, le armonizzazioni vocali cristalline, un tanto così dalla freddezza che potrebbe donar loro l’autotune (sia mai… oppure no?), tutte caratteristiche che possono sicuramente conquistare quelli che amano il “saper suonare” almeno quanto il “saper vestire”. Una forma sgargiante, inappuntabile, per canzoni che non sprigionano mica emozioni o altra sporcizia, sia mai. Tutto chirurgico e stirato appuntino. Quell’idea di progressivo che equivale alla stucchevolezza, se chiedete a me. Non rimane in testa nulla, ma proprio nulla, solo forma e formalità. A prendere come esempio una Beneath the Scythe vorrei vedere se non ci si dividesse in campi opposti. Perché sono sicuro che ci siano estimatori di questa roba qui. E in fondo la cosa non mi stupisce mica (il mondo è quello che è, possiamo farci poco). Io cerco un po’ di anima nella musica che ascolto e qui non la trovo, semplice. Non nei riff, tanto meno nelle strutture vocali che, anzi, mi indispongono, come fossero una lezioncina di canto ed intonazione. Anche se ho davvero il sospetto che tanto sia lavoro di consolle. Ai Khemmis pare proprio che non interessino le emozioni, nelle canzoni. Se ne tengono ben lontani. Potrebbero rovinare il colorito della pelle, renderli paonazzi, farli stonare col tono del vestito buono che si sono fatti cucire addosso. Potrebbero non far risaltare più la lucentezza dell’orologio da polso. Ora, qualcuno potrebbe anche pensare che se a qualcun altro un gruppo non piace, bene, non dovrebbe occuparsene. Sapete che vi dico? Forse avete ragione. Forse meglio non (im)mischiarsi, in fondo. Magari la gente evitasse magari di sgasare quando mi trovo immerso nel bosco, in qualche valle non così tanto remota. (Lorenzo Centini)

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