MORTEM – Mørketid

Ammetto di essere uno di quei tanti che non si è particolarmente esaltato con Ransvart, il disco d’esordio dei Mortem pubblicato nel 2019, sicuramente non un brutto lavoro ma a mio avviso un po’ troppo pompato in sede di recensione. Specifichiamo subito che parliamo dei Mortem norvegesi (esistono una decina di gruppi con lo stesso nome) e che fa un po’ strano parlare di disco d’esordio per un gruppo la cui prima incarnazione risale addirittura al 1989, e la cui unica testimonianza incisa rimane il demo Slow Death che di black metal non aveva nulla. Parliamo infatti di un death metal in salsa norvegese piuttosto oscuro, sulla scia di quello che suonavano i vari Thou Shalt Suffer, Old Funeral, Phobia e compagnia, prima dello switch messo in atto da Euronymous a cui si accoderanno anche i Mortem, il cui embrione iniziale formato da Hellhammer e Steinar “Sverd” Johnsen andrà poi a formare gli Arcturus.

A un primo impatto, le similitudini tra questo Mørketid e il precedente sono abbastanza rilevanti, soprattutto per quanto riguarda la registrazione e il suono di batteria di Hellhammer, che per il sottoscritto però mantiene sempre lo stesso difetto (se così lo possiamo chiamare) che contraddistingue buona parte dei 150 dischi a cui ha partecipato: non tanto il fatto che il Nostro sembri voler spiccare a tutti i costi con i suoi virtuosismi, ma soprattutto la tendenza a un’eccessiva pulizia e a una precisione maniacale che lo fa diventare quasi artefatto. Parliamo ovviamente di un fenomeno assoluto, ma sta cosa l’ho notata spessissimo nelle sue ospitate, tra cui proprio questo nuovo parto dei Mortem. Che comunque è meglio di Ransvart, solita copertina oscena a parte.

Le prime due canzoni in realtà non sono proprio indimenticabili, mentre con con la tripletta successiva Skyggeånd, Aftermath e Den Sanne Gud si comincia a fare tremendamente sul serio: tre brani superlativi (il primo soprattutto, il riff al minuto 2:26 fa proprio paura) che ti riportano direttamente nella seconda metà degli anni ’90, quando in Norvegia il black sinfonico la faceva da padrone. Stilisticamente il disco è più vario e melodico, grazie soprattutto al lavoro di Sverd alla tastiere che in questo frangente ha uno stile più pazzoide. Da segnalare anche la presenza del redivivo Jamie “Astennu” Stinson alla chitarra, che contribuisce (per fortuna non troppo) a dare un tocco dimmuborghiano al tutto, soprattutto considerando il periodo Spiritual Black Dimensions.

Per il resto c’è poco da aggiungere: se volete ascoltare del buon black metal vecchia scuola Mørketid non tradirà le vostre aspettative; parliamo di gente addentro al genere da più di trent’anni, e il rischio di prendersi una fregatura è praticamente inesistente. Unica pecca è la registrazione, che faccio veramente fatica a digerire nella sua quasi perfezione, ma parlo da nostalgico secondo cui il black metal si deve sentire di merda, e da questo punto di vista cambierò mai opinione. (Michele Romani)

Lascia un commento