MAYHEM @Live Club, Trezzo (MI) – 11.12.2024

Io ci ho provato ad arrivare in tempo per i Master Boot Record. Non per altro, ma perché un mese fa neanche sapevo che esistessero e poi me li sono trovati ovunque. Dapprima la recensione di Carrozzi, che li aveva infilati in una multipla sui virtuosi della chitarra; dopodiché inizio a notare il loro nome dappertutto, manco fossero la new sensation di fine 2024, fino all’annuncio di qualche giorno fa che avrebbero aperto per i Mayhem. Lì per lì sono rimasto un po’ interdetto: un gruppo elogiato da Carrozzi che finisce ad aprire per i Mayhem penso sia un unicum nella storia. Peraltro non li avevo mai ascoltati; ho provato a sentirli ieri in macchina durante il tragitto per Trezzo ma dopo due canzoni ho capito che non era roba per me e ho rimesso su Wolf’s Lair Abyss. Speravo comunque di vederli dal vivo, così da potermi fare un’opinione più strutturata. E invece niente, arrivo che hanno appena finito.

Il fatto è che è iniziato tutto molto presto: i Master Boot Record, pur essendo l’unico gruppo spalla, attaccavano alle 19.40, e per arrivare a Trezzo ci si mette un’oretta abbondante, considerando il traffico del tardo pomeriggio lombardo. Prima che comincino i Mayhem ci sono a questo punto una quarantina di minuti di vuoto, quindi mi guardo un po’ intorno e noto che la sala è piena di tre categorie di persone: veneti, calabresi e poser. Per quest’ultima categoria non scenderò nei dettagli, nel caso qualcuno dovesse riconoscersi (però, come si suol dire, you know who you are: ragazzi, ripigliatevi, che avete una certa età). I veneti li riconosci dall’accento e dal fatto che controllano maniacalmente le chat Whatsapp coi colleghi di lavoro su cambi di turno e varie, ovviamente sempre bestemmiando e con un alcolico in mano. Per quanto riguarda i calabresi, beh, non ho proprio idea perché oggi il Live Music Club di Trezzo sull’Adda pulluli di calabresi. Poi magari chiedo il parere all’Azzeccagarbugli, gran visir dei fuorisede e capobastone della ‘ndrina di Giurisprudenza a Roma.

Insomma alla fine arriva l’orario stabilito ed Hellhammer sale sul palco. Il tour è per il quarantennale, e tutto (o quasi) si svolgerà come già avevo descritto nel report del Wacken: concerto diviso per capitoli, ognuno che rappresenta un disco diverso e ognuno annunciato e accompagnato da filmati d’epoca, testimonianze audio eccetera. Sul telone dietro alla batteria vengono quindi proiettate immagini relative all’ultimo Daemon, il disco del cazzo dei Mayhem, e si comincia.

Non farò finta di conoscere le canzoni della prima parte, perché i Mayhem sono più o meno il mio gruppo preferito fino a Grand Declaration of War, apprezzo anche relativamente Chimera ma tutto quello che è venuto dopo faccio finta di dimenticare che esista. Quindi mi limiterò a dire che i volumi sono incomprensibilmente alti e che di quello che suonano non si capisce niente, il che credo sia una loro precisa scelta stilistica visto che questa è la terza volta che li vedo negli ultimissimi anni (oltre al Wacken, anche di spalla agli Emperor) e ogni volta la resa sonora era la medesima, cioè una merda. Si sente solo la batteria ipertriggerata a tremila, un suono indistinto tipo VUVUVU che sintetizza i tre strumenti a corde e la voce riverberatissima di Attila che sembra venire dall’edificio accanto. I due chitarristi nuovi hanno look completamente diversi: Ghul è muscolosissimo, pelato, barba corta curata e maglietta nera aderente da culturista, e pareva Ryback, il lottatore di wrestling; Teloch è alto, allampanato e con un face painting che lo faceva sembrare Johan Edlund degli esordi, versione Treblinka. Completano il tutto Necrobutcher vestito da metallaro standard e Attila in stile sacerdote del Male. Hellhammer non lo so perché è stato tutto il tempo rintanato dietro alla batteria.

Quindi scorre tutta la prima parte del concerto e si arriva a Chimera. Attila si cambia d’abito (si rimette il vestito da Rolento, come detto nel report del Wacken) e il megaschermo trasmette parole e immagini di Maniac e Blasphemer, i protagonisti assoluti dei “nuovi” Mayhem. Ho molto apprezzato lo spazio a loro dedicato, perché se lo meritano per tutto ciò che hanno dato alla causa; addirittura in View from Nihil hanno mantenuto un campionamento della voce di Maniac, ovvero la declamazione iniziale. Dopodiché arriva anche la parte su Wolf’s Lair Abyss, che è un disco meraviglioso ma anche molto veloce e violento, e qua davvero non si capisce più niente. Ancient Skin l’ho riconosciuta per caso, era tutto un VAMVAMVAMVAM a volume inumano e io imprecavo fortissimo per essermi dimenticato a casa i tappini per le orecchie. Symbols of Bloodswords è la miglior canzone dei Mayhem dopo quelle del De Mysteriis, ed è un peccato sentirla in queste condizioni.

Dopodiché, il piatto forte. Lo schermo proietta immagini di Euronymous, Dead, persino Vikernes, con estratti di interviste degli stessi. Attila e i chitarristi tornano sul palco incappucciati e può cominciare la liturgia del Male. Freezing Moon è il pezzo generazionale dei blackster anni Novanta, più di Inno a Satana, più di Blashyrkh Mighty Ravendark, più di Mother North. Dopo Life Eternal, il testamento spirituale di Dead, col testo scritto a mano che scorre sullo schermo. L’omonima è il pezzo ideale per far risaltare le doti teatrali di Attila. Infine Funeral Fog, ma senza Attila, perché i musicisti suonano sulla registrazione vocale originale di Dead.

La parte finale è dedicata alla roba anni Ottanta: Deathcrush, Necrolust, Carnage e la tradizionale chiusura con Pure Fucking Armageddon. Il clima è più cazzarone, Attila mima un amplesso con un teschio e Ghul porta una canottiera dei Motorhead. Poi finisce tutto, dopo due ore (!) di concerto, una durata più unica che rara per i gruppi estremi con un batterista che va a tremila per tutto il tempo.

Alla fine è stato esattamente come mi aspettavo: immaginavo che i suoni fossero indegni, che i volumi fossero esageratamente alti e che avrebbero suonato parecchio dagli ultimi dischi. Di contro, si è avverata anche la previsione per la quale mi sono fatto più di due ore in macchina per andare e tornare: l’approccio ritualistico e liturgico dei Mayhem al proprio passato e a tutto ciò che quel nome rappresenta, riproposto e interpretato col massimo rispetto e con la consapevolezza dell’importanza dei vecchi membri, anche Maniac e Blasphemer. Attila soprattutto fa paura sul serio, con quella voce e quelle movenze, e vista la sua provenienza esotica spesso mi ha ricordato le espressioni lugubri di Bela Lugosi. Questo volevo e questo ho avuto. E, nonostante ai loro concerti non si capisca nulla e i loro ultimi dischi siano aria fritta, non si può non amare i Mayhem del 2024 per l’atmosfera che riescono a evocare dal vivo. Consiglio vivamente di inseguirli nelle ultime date di questo tour, perché ciò che fanno è davvero qualcosa di unico. (barg)

2 commenti

  • fabio giacchetto
    Avatar di fabio giacchetto

    Fabio, 40 anni Torino. È stata in assoluto la prima volta che ho visto un concerto dei mayhem. E sono rimasto estasiato, mi sono piaciuti tantissimo. Non era in mezzo alla bolgia ma seduto comodo sui divanetti. Probabilmente si sentiva meglio, sicuramente aveva una visuale migliore e sono stato comodo per tutto il tempo. Il mio album preferito nonché il primo che ho ascoltato è stato Ordo of Chaos. L’ho trovato cattivissimo, terrificante: meraviglioso. Il concerto l’ho trovato stupendo, per quanto i suoni degli archi effettivamente in certi momenti erano un po’ confusionari. È la voce di Attila, che normalmente varia tantissimo Durante il concerto mi è sembrato sempre molto simile. Però sono stati ipnotici. Grandiosi.
    Ho portato con me un’amica che non ascolta questo genere, anzi cose che neanche si avvicinano. Ha detto che -…lo show le è piaciuto tantissimo…” Credo che i nuovi mayhem siano perfetti per chi li conosce ora. E fanculo quello che sono stati….

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  • Fabrizio Papetti
    Avatar di MorHell

    La prossima volta cambia posto. Il live è un gran bel posto ma può capitare che alcuni concerti se ascoltati da altre posizioni migliorano

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