La luce ingannevole in fondo al tunnel: SCIMITAR – Scimitarium II
Non dico che fossi proprio uscito di testa, per quella strana creatura che porta il nome di Scimitar, ma poco ci mancava, e stavo per attribuirle (per quel che vale) il titolo di mio album dell’anno, lo scorso. De botto e senza preavviso, a distanza di poco più di un anno, hanno fatto uscire ora il secondo disco che si chiama Scimitarium II. Prevedibilmente, dato che il precedente era chiamato Scimitarium I. Allora ancora più doveroso confrontarlo con l’esordio, non tanto per pigrizia da scribacchino. L’altra volta avevamo contestualizzato per bene, se vi incuriosisce trovate i dettagli della formazione e del loro retroterra nella recensione precedente. Oggi aggiungiamo che gli Scimitar hanno ricevuto le loro lusinghe, meritate, e qualche riconoscimento, ma sono rimasti un fenomeno underground custodito pure abbastanza gelosamente. Con una proposta così caotica non potevamo certo aspettarci che intercettassero chissà che pubblico. E la proposta di Scimitarium II resta in sostanza la stessa di Scimitar I, tanto che ne sembra una continuazione, uno spin-off o il frutto persino delle stesse sessioni di scrittura e/o registrazione.
Di fatto, se il disco precedente vi era garbato, questo ve lo consiglio in automatico. Viceversa, però, se eravate rimasti piuttosto freddi nei confronti delle prime canzoni della formazione danese-svedese (e levantina), vi dico che avete già una seconda occasione per ricredervi. Se la formula di fatto resta la stessa, pressoché identica, e l’effetto sorpresa stavolta manca, Scimitarium II è se possibile più nero e caotico. Il suono stavolta più potente e presente. Le sbandate wave sono relegate a sentori per larga parte e il caos totale è al centro, un caos parossistico, nero nel senso di black, con quelle chitarre infernali, irrequiete e i ritmi fratturati che mai ti concedono un vero scapoccio perché, davvero, a tratti quasi non capisci cosa stia succedendo. Quali circonvoluzioni abissali si stanno attraversando.

L’unico momento di quiete (relativa) arriva con Through Lava Lit Roads to Lavilenda, pt. II (non mi risulta esistere una parte prima). Relativa quiete ed ingannevole. Pare una ballata, con la voce notturna di un fantasma (forse Siouxsie stessa) a comunicare dalla sua dimensione. Da quel filo di luce che sembra di stare raggiungendo. Invece ci si trova imprigionati in questa dimensione inospitale, desolata, arida e buia, senza possibilità di uscirne. Infatti mi viene spontaneo accostare Scimitarium II a quella perla apocalittica che è stata ad inizio anno l’esordio degli Exxûl. Anche lì, a ben guardare, un cantante levantino. Anche lì un heavy metal dalle tinte nere, nerissime. Ma gli Exxûl, che pure di speranza ne dimostrano poca, restano combattenti fino all’ultimo dai loro spalti epic doom. Gli Scimitar no, sono persi ormai del tutto nei vortici fatali dello Stige infernale, destino ormai segnato. Vortici che in un brano, grandioso, come Lunacy Jewels proprio non ti lasciano, anzi: ti avvinghiano e ti portano giù. Non resta che fare come Shaam Albayati, l’officiante, e lasciarsi fatalmente andare, accettare questa mancanza di luce. Mancanza di sorpresa, stavolta, forse non tutti i brani allo stesso livello (all’inizio si fatica un po’ ad ingranare), ma complessivamente, per quanto mi riguarda, una conferma che tra i nomi contemporanei a cui prestare maggiore attenzione figurano di sicuro gli Scimitar. (Lorenzo Centini)

