Gli SCIMITAR e il gabinetto delle curiosità della Crypt of the Wizard
Crypt of Wizard è un negozio di dischi heavy metal di Londra, nato nel 2017, una decina di anni dopo che aveva chiuso i battenti l’ultimo negozio di dischi heavy metal di Londra prima di lui. Di Londra, non Milano, Firenze o Cosenza. Se pure a Londra i negozi di dischi metal sono in via di estinzione la situazione è seria. E quindi già bisogna voler loro bene, ai due che l’hanno aperto. Non solo: Crypt of the Wizard è anche una casa discografica, metal, ovvio (ma non solo), e non di quelle un po’ banali, un tanto al chilo, o di quelle, lodevoli, che si specializzano in una nicchia e così si fanno un nome, diventando promotrici della rinascita di intere scene. No: alla Crypt of Wizard pubblicano praticamente qualsiasi sfumatura di metallo o affini, dal becero black/death, all’hard rock, al dungeon synth e oltre. Basta (1) che sia iconoclasta, (2) che suoni strano/personale e (3) che sia underground vero (magari amatoriale, persino lo-fi in alcuni casi) dal primo all’ultimo secondo. Una vera e propria wunderkammer dell’heavy sotterraneo moderno, o gabinetto delle meraviglie se preferite, il catalogo dell’etichetta londinese.

“Ridi, ridi, che mamma ha messo su i Celtic Frost”
Noi di dischi strani pubblicati dalla minuscola casa discografica inglese ne stiamo incontrando da un bel pezzo: Riders of Rohan, Gloomy Reflections, Parish. E mi limito al mio orticello abituale di doom, heavy e retro-rock. Poi c’è tutto il resto e volendo, nella camera delle meraviglie della Crypt of Wizard, si può incontrare davvero di tutto, anche e soprattutto uscendo dagli stili canonici. Di (relativamente) recente mi sono garbate parecchio due uscite “minori” anche per minutaggio, Ep in teoria. Una di tale SPIFE, un tipo del Tennesse di quelli che rilasciano una decina di album l’anno, non so come facciano e soprattutto perché. Ha una pagina su Metal Archives che chiarisce che di genere fa various. Per la Crypt of the Wizard ha pubblicato questo The Wizard in the Field che è una piccola gemma di prog/folk albionico ed occulto, tipo Comus e certi Current 93, un po’ fiabesco pure e con una deliziosa citazione dei Jethro Tull, a un certo punto. Ottimo. L’anno scorso poi non mi ero deciso a parlare, anche se era una chicca succulenta, di Reharsal for the Regicide, i venti minuti d’esordio dei danesi RYG DIN SIDSTE BØN, tre tipi provenienti da gruppi black metal di Copenhagen (tra cui tali Gabestok, a breve pure loro su Crypt of the Wizard) che fanno una specie di stoner/noise melvinsiano, un po’ krauto e tanto, ma proprio tanto a bassa fedeltà. Con le vocine strane e con quelle black metal, a tratti. Questi sono sicuramente da attenzionare.

Forse lo è proprio la scena underground danese intera, visto che di tutta la wunderkammer della Crypt of The Wizard mi sa che, oggi come oggi, la gemma più fulgida e misteriosa sono gli SCIMITAR. Principalmente danesi, appunto, in quanto per quattro quinti provengono da Copenhagen e (prevalentemente) dagli Slægt, che erano già garbati al nostro Belardi, i quali lasciano a casa il cantante e arruolano invece un secondo chitarrista. Il rimanente quinto degli Scimitar è la cantante svedese Shaam Albayati, che con la sua orchestra doom rock Shaam Larein invece aveva mosso i complimenti addirittura di Ciccio. Strano connubio, in linea con l’originalità delle proposte di cui abbiamo parlato sopra, ma con una pregnanza da uscita superiore, oltre la “semplice” curiosità. Ed è una combinazione di elementi eterogenei, mescolati (non miscelati), che funziona benissimo. E soprattutto sempre meglio ascolto dopo ascolto.
In sostanza, gli Slægt ci mettono le trame heavy metal, di un heavy metal sempre oscuro, consacrato al lato più nero e dalle dinamiche in costante evoluzione, frenetiche, ossessive. Mai una luce, un bagliore, un attimo di vero riposo. Assoli schizofrenici e arpeggi lugubri ed artici, tanto freddi da far pensare che l’influsso del black scandinavo sia presente più ancora di quello dell’accoppiata Shermann & Denner, come sarebbe stato forse più lecito attendersi dalle premesse. Tutto (o quasi) velocissimo, frenetico, irrequieto ed un suono mica grasso e caldo come magari si desidererebbe per un album che, in fondo, è più heavy metal classico che altro. Anzi, suono asciutto, strinato a causa del freddo, gelido vento infernale che soffia costantemente con raffiche imprevedibili. Poco definito, il suono. Non è un difetto, se non siete fissati con le produzioni di alta fedeltà o direttamente di plastica. Fosse una foto promozionale del gruppo, sarebbe una di quelle sgranate, in bianco e nero, come ritagliata da una vecchia fanzine sotterranea.

Detto del suono, la parte più esotica della miscela però sono gli effluvi dati dalla voce (e più ancora dalla personalità) della sacerdotessa dietro al microfono. Svedese per nascita e nazionalità, ma dalle evidenti origini mediorientali, siriane pare. Suggestioni, forse, ma l’orientalismo non è solo nel nome e nel logo della band (a Copenhagen tra l’altro c’è un bellissimo museo di arte islamica, la collezione David, poco conosciuto ma merita, a proposito di gabinetti delle meraviglie). Insomma, questa figura esile, fragile, scura e tormentata ha in realtà potenza e la capacità di catalizzare i mille rivoli del suono e convogliarli in trame tremende, nere, disperate. È sicuro una suggestione facile chiudere gli occhi e vedere Medea tra le mura di Aleppo, lucidamente disperata e determinata alla vendetta più atroce. Esagero? A voi non mette i brividi l’urlo viscerale al secondo 1:02 di Aconitum? Chiaro, la musica non ha nulla della luce del Mediterraneo, nemmeno di quella tanto forte da accecare e far scendere per assurdo il buio. E quindi pare muoversi più in un mesto paesaggio morto, infernale, come quello di un’altra Medea, quest’altra proprio danese e non meno terribile, anzi. Però Shaam Albayati, qualsiasi suggestione si voglia cucirle addosso, sicuro interpreta i brani con trasporto e molta, molta enfasi, e lo fa con una femminilità levantina ostentata. Trasformando così una cupa musica heavy tendente al black in un unicum, una creatura strana, misteriosa, sorprendente. Una piccola meraviglia, insomma.

Tutto Scimitarium I, pur nero come una notte nera, sa splendere con dei riflessi sorprendenti e pure tutti perfettamente coerenti con una narrazione complessivamente monolitica. Per esempio, l’incedere di Hungry Hallucinations sa evocare persino le notti arabe di una certa Siouxsie, trascinando poi anche lei, tra ritmiche e bagliori wave eletroacustici, sulle coste dello Stige. Fiume che scorre impetuoso in Red Ruins. In Ophidia si alternano rapide, frustate e andamenti serpentini. Shaam sempre più in trance, fino al finale, statico, immobile, il compimento del dramma.
Ora, io mi espongo a volte lamentando che di vitalità la scena musicale, metal e non, ne offra poca. A volte come un vecchio bisbetico me la prendo con musicisti più vecchi di me per la loro musica da pensionati. Poi capita quasi per sbaglio un disco del genere, terribile, drammatico, intensissimo e ricco di sfumature, eppure di pancia, viscerale. Tormentato come un viaggio di andata e ritorno per l’Oltretomba. Un disco messo in piedi da uno strano connubio di musicisti non esordienti, ma relativamente giovani, ancora freschi, ancora fertili. E finché escono dischi del genere vale ancora la pena interessarsi alla musica nuova che capita di intercettare per caso dalle finestrelle delle cantine o tra strane raccolte, quasi amatoriali, di meraviglie ed esoticità. (Lorenzo Centini)
