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Il Mariposa non riaprirà

2 maggio 2020

Sicuramente avrete già letto questa notizia su altre webzine che si occupano di metal. O quantomeno lo spero, perché non vorrei essere io a darvi la cattiva notizia, anche se, si sa, ambasciator non porta pena. Ad ogni modo, è quanto si è scoperto ieri; senza comunicato, attraverso un semplice commento della pagina Facebook del negozio ad un post di una fedele cliente.

Il Mariposa era (fa così male usare il passato), per ogni metallaro che bazzicasse Milano, tappa fissa. Ricordo quando, da giovane metallaro di provincia, nel fine settimana prendevo il treno con i miei amici altrettanto giovani metallari. Di solito di sabato, così la prima tappa poteva essere la fiera di Sinigaglia, storico mercatino delle pulci milanese in zona Porta Genova. Lì passavamo prima attraverso due muri di maghrebini che ci volevano vendere il fumo, e poi attraverso le due volanti della polizia poste all’ingresso, che controllavano che tutto si svolgesse nel rispetto delle regole. In quelle bancarelle puntualmente non si trovava mai niente, se non magliette di gruppi che in gergo tecnico definivamo “paccaruse”. Era più che altro un rito iniziatico della giornata, che nel resto del suo tempo avremmo passato esattamente allo stesso modo: cercando compulsivamente dischi e maglie, solo in altri luoghi.

Le tappe a seguire erano solitamente il Sound Cave, la FNAC di via Torino, ora chiusa, e la Ricordi sotto la Galleria Vittorio Emanuele II, dove si andava, in mezzo all’odore di umidità e di muffa persistente, a sfogliare qualche libro ad argomento musicale, cercare CD e provare strumenti nella piccola sezione dedicata. Oramai inesistente anch’essa e sostituita da una libreria Feltrinelli – l’odore di muffa però è rimasto. Il momento topico era ovviamente il Mariposa, negozietto (solo nelle dimensioni) di dischi che si trovava (ahia, ancora) nella galleria della metro esattamente sotto al Duomo di Milano. Di solito lo lasciavamo appositamente per ultimo poiché era di gran lunga il più fornito e il più specializzato, e sapevamo per certo che tutto quello che non avevamo trovato nelle grandi messaggerie lo avremmo trovato lì. O alle brutte ce lo saremmo fatto ordinare. Avremmo comunque trovato un modo per spendere tutto quello che potevamo spendere, che fossero CD o biglietti dei concerti (i vinili ancora non erano tornati di moda), tenendoci giusto i soldi per il biglietto del treno di ritorno.

Ammetto di non essere mai stato uno di quei clienti talmente affezionati, fedeli e talmente presenti da arrivare a scrivere post come quello di cui sopra, o da riferirmi al titolare per nome come in alcuni dei commenti al post di cui sopra. A mia discolpa posso dire che non ho mai vissuto a Milano città e che, una volta raggiunta la maggiore età, mi sono trasferito presto nella Capitale. Tuttavia, a modo mio gli sono sempre rimasto affezionato. Anche perché i prezzi erano sempre onesti – ricordo invece un negozio di dischi dai prezzi assurdi a Saronno, in provincia di Varese, dove una volta trovai Demonic a 25€ (venticinque). E ogni volta che mi ritrovavo a Milano ci passavo. Anche se ero in compagnia di qualche amico che visitava la città da altre parti di Italia o del mondo e gli facevo da Cicerone, passavo sempre dal Mariposa e glielo mostravo; così almeno guardavo se trovavo qualcosa da comprare, ovviamente. Ma la mia era anche la genuina felicità di mostrare una gemma nascosta di una città globalizzata e cosmopolita, come se fosse stato un monumento semisconosciuto che si ergeva (ecco, di nuovo) a imperitura memoria non solo di un periodo passato e di una tipologia di negozio pressoché scomparsa, ma anche delle abitudini di consumo e socialità di una sottocultura anch’essa pressoché scomparsa, eccetto che nei suoi tenaci gusti musicali.

E venirlo a sapere in questo modo mi fa sentire quasi tradito, sapete? Per me è stato un po’ come quando venivi a scoprire attraverso la foto del profilo di MSN (o di qualsivoglia social abbia caratterizzato la vostra generazione) che la tipella con cui ti frequentavi (ed eri convinto di continuare a frequentare) si vedeva con un altro. Così, d’emblée, senza avvisarti prima o dirti che tutto quello che ti eri immaginato esisteva solo nella tua testa. In mancanza di un comunicato o di qualche ulteriore informazione non possiamo sapere cosa sia successo davvero. È colpa delle due quarantene che siamo costretti a rispettare a causa del Covid-19? O le motivazioni sono altre e semplicemente le onde della grande distribuzione e del digitale hanno infine travolto anche il Mariposa, ultimo scoglio del supporto fisico? O è solo un pesce d’aprile in ritardo di un mese? Al momento non ci è dato saperlo e forse non lo sapremo mai, ma nella mia testa mi sto immaginando (lo faccio per un’ultima volta e non per una ragazza) che la causa sia la prima. E rileggendo il post di cui sopra mi viene solo da provare rispetto per l’orgoglio di un negozio e di un negoziante che hanno resistito finché hanno potuto e non si sono piegati a chiedere l’elemosina. Se stai leggendo questo articolo, sappi però che spero comunque con tutto me stesso che ritornerai sui tuoi passi. E credo di poter parlare a nome di molti altri. (Edoardo Giardina)

15 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    2 maggio 2020 16:38

    Credo che la quarantena sia solo il tassello terminale, ma l’andamento mondiale è la dematerializzazione. Umanamente mi spiace, ma credo non potessero esserci altre strade. Oggi un piccolo negozio può solo puntare sul valore aggiunto di darti competenza: proporre novità, spiegare cosa non sai, incuriosire. Se invece vende e basta, non potrà mai essere competitivo. Non mi riferisco a Mariposa, che non conosco, parlo in generale.

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    • Silver permalink
      3 maggio 2020 18:07

      Ciao, ho letto il tuo commento su metalitalia.com, ma preferisco contattarti qui, Metalskunk merita tutto il traffico possibile!
      Anch’io andavo dalla Renata quando ero pischello, anche se le ho sempre preferito la Vertigo! Chissà, magari te e io ci siamo gia incrociati un tot di volte in quei Templi musicali…
      Al Mariposa ci sono andato qualche volta, ma abitando io a quei tempi a Mendrisio, ed essendo Milano piu lontana, preferivo chiaramente Como.
      Forse non te ne fregherà un cazzo di questo mio commento, ma uno dei lati migliori della Musica penso sia proprio la condivisione.
      E io sono uno di quelli che ha sempre creduto nella Fratellanza Metallara, e ci credo ancora!

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    • 3 maggio 2020 19:04

      O magari le persone si domanderanno se conviene loro, come acquirenti e come cittadini/contribuenti, pagare i prezzi alti del negozio di dischi o i prezzi bassi di Amazon.

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  2. Bacc0 permalink
    2 maggio 2020 17:38

    Mi spiace molto, ci sono passato per caso a gennaio dato che non vivo più a Milano da oltre vent’anni. Lì dentro ( e nell’altra sede a porta romana se non ricordo male) ho fatto i miei primi acquisti in cd penso a quattordici anni, e il mariposa, oltre al soundcave, era tappa fissa ogni sabato. Purtroppo questa pandemia darà il colpo di grazia ad un certo modo di vivere la città che già stava sparendo, completandone la trasformazione in deserti posturbani.

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  3. Alessio permalink
    2 maggio 2020 17:46

    Ricordo (metà anni ’90) un negozio di dischi metal Mariposa in zona Porta Romana (se non sbaglio), sempre Milano ma fuori dal centro. Immagino sia lo stesso. Due sedi? Oppure cambiò sede successivamente?

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  4. Erre permalink
    2 maggio 2020 18:03

    Ricordo ancora con grande tristezza il giorno che, arrivato (in bicicletta dal mio paese) davanti al Metalmorphosis di Arcore, trovai sulla vetrina un cartello con scritto LIQUIDAZIONE. Avevo poco più che quindici anni e quel giorno comprai Champion Eternal dei Domine con i pochi soldi che avevo. Roberta, se mi leggi, sappi che sei stata una delle mie prime cotte. Un mesetto dopo, un mio amico mi disse che c’era questo negozio imboscato sotto il duomo di Milano: “Mariarosa? ” , “Mariposa, pirla!”. Fu la mia ancora di salvezza durante le superiori e gli anni universitari, anche se nell’ultimo periodo cominciai anche io cedere all’acquisto online. In ogni caso, se l’orario lo permetteva, dopo le lezioni o dopo un esame -e di esami ne ho fatti tanti- ci facevo sempre un salto. Mi piaceva andarci da solo. I soldi che guadagnavo dando ripetizioni di matematica e fisica venivano sistematicamente convertiti in vino, cd e biglietti dei concerti e, ovviamente, buona parte della mia collezione proviene da lì. Mi sento veramente stronzo perché non ci vado da almeno un anno. Che amarezza.

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    • sauro permalink
      2 maggio 2020 20:25

      amico Erre, di Metalmorphosis conservo ancora la tessera nel portafoglio.
      per il resto stesse esatte sensazioni…

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  5. Fanta permalink
    3 maggio 2020 02:16

    Quello che scrive weareblind è vero. Da un altro punto di vista, guardate qua:

    https://www.change.org/p/giuseppe-conte-la-musica-%C3%A8-cultura?recruiter=1075806059&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink&utm_campaign=share_petition

    Posto che non servirà a un cazzo, me pare un po’ tardi svejasse adesso. Sono 10 anni e rotti che Amazon in Italia ha rotto il culo a tutti. Dove stavano quello che adesso sollevano la questione dell’IVA al 22 sui dischi versus il 4% sui libri? Si potevano trovare formule corporative per operare una politica competitiva intelligente e congiunta, almeno sui prezzi. Poi vai da Transmission e quello oltre a derubarti nun te saluta. Se poi te guarda in faccia, fuori comincia a nevicà, porco dio. “Ehhh ma è timido, poverino”. Er cazzo. Se cacci mezza piotta poi se scioglie. E ti parla male di Amazon mentre va a spulciare le valutazioni di altri ladri patentati su Discogs; pe’ fatte una media ponderata de come te lo deve mette ar culo. Ma li mortacci tua e de tu’ nonno.
    Ognuno dei negozianti di dischi ha vivacchiato con la lungimiranza di un bradipo miope con la diarrea. Erano già morti e sepolti ma je bastava arrivà a fine mese. Chiaramente pensare al futuro in questo fottuto Paese è come sperare che i Blind Guardian tornino a pubblicare un bel disco. E vale per traslazione più o meno per tutti. L’unica sacca di resistenza organizzata è quando te tocca scervellarti per capire se t’è rimasta una vecchia nonna finta da annà a trovà. O qualche zoccola che confermi che te la spigni e je voi bene. “Così esco, oh! Dajeeeeee”. Figuriamoci quando si tratta anche solo di riattivare un pensiero su come cazzo organizzare una protesta sociale…Se fanno le petizioni…
    E mi dispiace molto per Mariposa. Così come per Discoteca Laziale, per i ragazzi che ci lavora(va)no.

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    • weareblind permalink
      3 maggio 2020 17:21

      Mi è davvero piaciuto il tuo commento, sull’IVA è battaglia vecchia e già tentata, ma quando sei uno stato con le pezze al culo… Io vedo di essere sempre in minoranza sul tema, ma sono ultrafavorevole alla dematerializzazione totale. Sono un pro-spotifypro da 4 anni.

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    • 3 maggio 2020 19:14

      Mi sembra un commento straordinariamente qualunquista e intriso di quella stessa poca lungimiranza che rimprovera ai negozianti di dischi (che non saranno perfetti, tutt’altro, ma sono costretti a fare i conti con tutte le storture del sistema italiano, in primis quelle economiche, con le quali tutti noi ci confrontiamo quotidianamente). Ma è vero, tanto ormai non serve più lagnarsi; teniamoci la grande distribuzione organizzata della musica, digitale o fisica venduta online, e basta fiatare. D’altra parte “dumping” è una parola inglese, e chi lo sa l’inglese da noi?
      P.S.: non ho mai avuto interessi nella gestione di un negozio di dischi; la mia è solo un’opinione da acquirente.

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      • Fanta permalink
        3 maggio 2020 21:43

        Tempo fa sono tornato nel quartiere dove ho passato la mia giovinezza di studente universitario. San Lorenzo, a Roma. Mia nonna abita ancora a 50 metri da via dei Sabelli, facoltà di psicologia. Satana me la conservi ancora a lungo. Andavo a studiare a casa sua, quando le tentazioni digressive e gli scazzi in famiglia mi incasinavano la concentrazione. Allora non era ancora il quartiere che alcuni di questo blog hanno conosciuto dopo la fine del vecchio millennio. Agli inizi degli anni novanta era ancora uno splendido agglomerato di sotto-culture che mescolavano anticonformismo e storia proletaria. C’erano ancora i metalmeccanici, gli artigiani, gli anziani che raccontavano dei bombardamenti. Radio onda rossa e gli Ultrà 77, vecchia guardia. Negli ascensori dei palazzi si conservavano con deferenza le scatole metalliche per le 20 lire. Servivano a sbloccare la salita, erano andate in disuso circa un paio di lustri prima del 1992. Si sentiva l’odore di muffa salire dai sottoscala. C’erano le portiere. “Chi è?? Ah, sei se nipote daaa signora Ferri. Ciao bello, bona giornata”. Accanto alla porta di casa di mia nonna abitava una vecchia cianotica e scheletrica, perennemente vestita di nero. Pareva una versione (vagamente) femminile di Per Ohlin. Talvolta sostava sul pianerottolo, fumando centinaia di sigarette, come i matti di De Gregori. Ha visitato i miei incubi di bambino, uno di quei sogni ricorrenti dove salendo le scale non riesci a trovare la porta giusta. Sali e sali e sali…e nulla. Alla fine mi ritrovavo terrorizzato davanti al ghigno della vecchia rinsecchita, svegliandomi di soprassalto. Ma qualcosa che le brillava negli occhi mi è rimasto dentro. Sempre. Il mio gusto per l’orrido credo sia nato lì…Ho ancora un’immagine scolpita nella memoria. Luglio ’93. Un esame da preparare e nelle orecchie Individual thought patterns e Indecent & obscene (quanto cazzo è bella Dreaming in Red?). Già, Disfunzioni Musicali, Michè. Mille records, Pink Moon quando ancora spolveravano, Ricordi alla stazione Termini. Anni prima avevo comprato Killers in un negozietto sotto la stazione stessa. Musicassetta. Andavo da quelle parti per incontrare una ragazzina poco più giovane di me. L’amavo infinitamente, come si fa a 15 anni. E quando tornavo a casa la incontravo ancora nello struggente solo di Prodigal Son.

        Dicevo, sono tornato a San Lorenzo qualche tempo fa. Non c’era più nulla di quel che ricordavo solo 5 o 6 anni prima. Ho fatto una passeggiata a piedi, parcheggiando allo Scalo. Smarrimento. Solo il susseguirsi di cose eterotope alla memoria. Compro oro, compro oro… Ristoranti turistici del cazzo. Qualche bar. Niente più negozi di libri, nemmeno l’edicola. Nemmeno il pizzicarolo di via degli Ausoni. Molti meno marmisti per le tombe del Verano.
        Mi assale la consapevolezza che non ho fatto nulla per evitarlo. Che cazzo avrei potuto fare? Ma qualcos’altro nella testa mi dice che non è vero. Qualcosa avremmo potuto fare. E ci siamo voltati dall’altra parte.

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  6. G.P. permalink
    3 maggio 2020 10:07

    Non sono di Milano, ma fino a qualche anno fa frequentavo spesso la città e passavo da Mariposa ogni volta che potevo. L’ultima volta credo sia stata l’estate del 2016, era già tornato di moda il vinile e mi stupiva il fatto che ne avessero pochissimi. Non so, il cd lo vedo come un formato ormai in estinzione, mentre secondo me un negozio di vinili (forse non limitati al metal) che vende anche biglietti potrebbe sopravvivere in una città come Milano. In fondo a Londra ci sono negozi storici che se la cavano bene.

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