Tre dischi black metal per affrontare i primi caldi stagionali

Cominciamo con quelli senza dubbio meno conosciuti dei tre, tali APOLAUSTIC dalla Svizzera all’esordio assoluto con questo No Plenitude Without Suffering. Nonostante il nome più abbinabile a un medicinale che a un gruppo metal, il disco è veramente di ottima fattura, anche se le assonanze coi primi due dei Dissection sono palesi dopo una ventina di secondi d’ascolto, tanto che possiamo catalogarli appieno nella nostra tanto amata categoria dei gruppi clone di Nödtveidt e compagni. Il discorso è sempre lo stesso: se al giorno d’oggi suoni death/black melodico prima o poi si va a finire sempre lì; è un genere che si sono letteralmente inventati dal nulla i Dissection ma che ha il difetto (se così possiamo chiamarlo) di non avere molti sbocchi per tentare di trovare una via originale. Inevitabile quindi concentrarsi sui singoli pezzi, tra cui troviamo brani sensazionali come Shining Admist The Light o Black Flame River. Poi la ricetta giocoforza è sempre quella: screaming un po’ black un po’ death, sfuriate in tremolo picking alternate a momenti di puro death melodico, chitarre gemelle che si inseguono e gli immancabili intermezzi acustici. Nulla di nuovo sotto al sole, ma se vi piace il genere No Plenitude Without Suffering è un’uscita caldamente consigliata.

Ci spostiamo ora in Germania per l’attesissimo (almeno per il sottoscritto) ritorno dei TOTENWACHE, di cui non si avevano notizie dallo splendido Ep Kriegswesen del 2020. Questo Der Thron Der Uralten è il secondo full della band, che di tedesco ha solo la nazionalità in quanto il genere proposto riporta in tutto e per tutto alla scuola finlandese di Satanic WarmasterSargeist e compagnia. Da questo punto di vista rispetto al debutto Der Schwarze Hort è cambiato poco o nulla, quindi un black metal dalla struttura piuttosto semplice ed infarcito di brani orecchiabili che si stampano in testa fin dal primo ascolto e sono uno più bello dell’altr. Prendete Stahl & Schwefel, forse la migliore del disco (il riff al minuto 3:25 è una roba clamorosa). Anche in questo caso tutto già sentito, è un modo di suonare black metal che ad alcuni potrà sembrare anche un po’ troppo melodico e zuccheroso, ma che ha incontrato una miriade di proseliti, soprattutto negli ultimi anni. Per farvi capire, non siamo così lontani dalla roba che suonavano tra fine ’90 e primi 2000 gruppi come i Catamenia (tastiere escluse), ai tempi sbeffeggiati e tacciati come poser da buona parte dei cultori della nera fiamma. I tempi cambiano, resta il fatto che ‘sto disco è una bomba e se vi piace questa tipologia di black andrete sul sicuro.

Ci teniamo per ultimi il nome sicuramente più noto, vale a dire i DRUDKH di Roman Saenko, che se escono con un Ep di neanche 20 minuti che aggiunge poco o nulla a quanto fatto in precedenza. Ammetto di essere sempre un po’ in difficoltà a parlare della produzione dei Drudkh successiva al 2010, in quanto trattasi di dischi tutti abbastanza simili tra loro ma senza la magia che permeava capolavori come Forgotten Legends o Autumn Aurora, anche se nell’ultimissima produzione si percepisce il tentativo di tornare alle atmosfere più minimali e bucoliche di quel periodo piuttosto che alle sperimentazioni al limite del post-black che avevano caratterizzato dischi come Handful of Stars o Estrangement, non a caso i meno riusciti della loro oramai copiosa discografia. Dei tre brani di questo Thaw c’è da segnalare la bellissima traccia di apertura Memory, a dimostrazione che i Drudkh quando ci si mettono sanno ancora scrivere dell’ottimo black atmosferico. Gli altri pezzi non sono proprio il massimo. Se amate il genere, il gruppo ucraino resta comunque una garanzia; d’altronde la maggior parte degli elementi distintivi del genere vengono da loro. (Michele Romani)

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