Il lato oscuro di Garlasco, tra esoterismo e strane morti

Provincia italiana e cronaca nera sono da sempre due elementi legati a doppio a filo. Considerando gli ultimi vent’anni, a molti verranno in mente la strage di Erba, il delitto di Avetrana o la vicenda di Yara Gambirasio, cioè i più noti casi mediatici nostrani degli ultimi lustri, tra l’altro accomunati da due aspetti: gli scenari (borghi di modeste dimensioni) e l’incertezza riguardo i colpevoli condannati in via definitiva (per l’omicidio di Sara Scazzi c’è addirittura un uomo attualmente libero, Michele Misseri, che afferma da sempre di essere l’unico esecutore materiale del delitto).

È facilissimo notare un assente illustre dalla lista: l’assassinio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco, in provincia di Pavia, il 13 agosto del 2007, per il quale nel 2015 viene condannato in cassazione Alberto Stasi, fidanzato della vittima. Chiunque di voi negli ultimi tempi si sarà imbattuto nelle novità riguardo quest’ultimo caso: il coinvolgimento di un presunto nuovo possibile colpevole, Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara. Ma non siamo qui per parlare di questo.

Come dicevo qualche riga fa, diversi aspetti accomunano i quattro casi in questione, in particolar modo i contesti:  semisconosciuti comuni di provincia, per giunta molto piccoli (escludendo Erba, che ha poco più di 16.000 abitanti, si tratta di paesini sotto le 10.000 anime), dove tutti si conoscono e nei quali, se qualcuno ha una relazione extraconiugale o se qualcun altro compra un’auto nuova, lo viene a sapere l’intera popolazione in meno di una settimana.

Dopo l’enorme copertura mediatica, la percezione dei luoghi teatro dei misfatti cambia per sempre, perché, per forza di condizioni, passano dall’anonimato pressoché totale all’essere inevitabilmente identificati a livello nazionale con i delitti incessantemente pompati dai media per mesi, se non addirittura anni, sino a finire avvolti da una metaforica cappa di fumo nero. È logico che si verifichi un processo del genere in dei posti anonimi in cui solitamente non succede mai niente.

Come spesso avviene, però, c’è l’eccezione che conferma la regola, cioè Garlasco, non a caso, come già specificato, assente illustre nella lista iniziale. Nonostante i soli 9.545 abitanti, il comune della benestante provincia pavese ha una storia ricca di avvenimenti, non di rado anche particolarmente inquietanti, al punto che nel tentativo di raccontarli tutti potrebbe capitare facilmente di dimenticarne qualcuno. Procediamo.

Settembre 1990. Diversi ventenni, assiepati in un bar di Garlasco, trascorrono la serata insieme. Ad un tratto, senza alcun motivo apparente, due membri della comitiva, Giordano Bruno Orlandi e Daniele Poggi, si congedano dal resto del gruppo con una strana frase: “Questa sera dovremo morire”. Tutti ridono, ma non è uno scherzo: allontanatisi dal locale, i due amici si appartano nelle campagne del paese, poi trasformano la Panda su cui viaggiano in una camera a gas, collegando lo scarico dell’auto all’abitacolo tramite un tubo di gomma, e si suicidano. Nessun biglietto, nessuna confidenza o sfogo prima del gesto estremo. Parenti e amici, increduli, descrivono i due ragazzi come tranquilli e gioviali, e non sanno fornire spiegazioni utili agli inquirenti. Di lì a poco Giordano e Daniele avrebbero dovuto cominciare a lavorare in un’azienda a due passi da Garlasco. Alcuni articoli dell’epoca cercano un nesso tra questa tragedia e i suicidi di altri giovani, avvenuti in diverse zone d’Italia con le stesse modalità, ma dopo pochi giorni non se ne parla più e la storiaccia finisce nel dimenticatoio. Daniele ha lo stesso cognome di Chiara, come molti avranno sicuramente notato, ma non si sa con certezza se fossero imparentati.

Con un notevole balzo temporale arriviamo al 22  novembre del 2010. Una ragazzina di 17 anni trova il corpo senza vita di Giovanni Ferri, un meccanico in pensione di 88 anni. Secondo gli inquirenti, l’anziano è morto circa sei ore prima, tagliandosi la gola e i polsi. Un altro suicidio, quindi, ma con moltissime stranezze. Il cadavere del pensionato viene ritrovato in via del Mulino, a Garlasco, in un’intercapedine poco agevole da raggiungere. Inizialmente gira la voce che non vi sia traccia di un’eventuale arma da taglio, ma poi nella narrazione spunta un oggetto dotato di lama nella mano del povero Ferri. Secondo la vedova, da casa non manca nemmeno un coltello, inoltre quella di via del Mulino non è una zona frequentata da Giovanni, una persona lucida ed estremamente abitudinaria, che non ha mai mostrato segni di depressione o di altri disturbi. La donna, insomma, ipotizza che suo marito sia stato ucciso, perché potrebbe aver visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere, ma per gli investigatori quello è un suicidio. Caso chiuso. Giovanni Ferri era un assiduo frequentatore del Bar Jolly, un locale molto vicino alla villetta di Chiara Poggi.

Sasha Pinna

24 marzo 2012. Uno dei medici di famiglia di Garlasco, Corrado Cavallini, viene ritrovato morto nella sua abitazione di Vigevano. Secondo chi indaga, si è suicidato con una “iniezione letale”. Giovanni Ferri era un suo paziente, così come  Andrea Sempio.

Il 2 aprile del 2014 un ventiquattrenne, Sasha Pinna, si impicca nella sua casa di Garlasco. Il giovane aveva qualche precedente penale. Pare che il giorno della sua morte avesse raccontato via sms alla sua fidanzata di essere stato inseguito da qualcuno. Diversi giorni prima del suo decesso, il giorno della sua terribile fine e anche quello successivo, Sasha riceve molte chiamate da un numero non memorizzato in rubrica. Per gli inquirenti il suo è un gesto volontario.

Michele Bertani

Nel maggio del 2016 si impicca un altro giovane di Garlasco, Michele Bertani, 28 anni, amico storico di Andrea Sempio e conoscente di Sasha Pinna. Il profilo Facebook del ragazzo, a partire dal suo nickname, contiene molti riferimenti al mondo dell’esoterismo, nonché svariati post riguardanti ipotetiche verità da tenere nascoste.

A Garlasco, però, non ci sono solo i suicidi. Torniamo all’omicidio della Poggi dell’agosto del 2007. Il comandante della locale caserma dei Carabinieri in quel periodo è il maresciallo Francesco Marchetto, che chiaramente si occupa subito delle indagini riguardanti il delitto, ma dopo soli dieci giorni viene estromesso, con l’accusa di aver agevolato Alberto Stasi. Da quel momento in poi Marchetto, oggi in pensione, diventa un habitué dei tribunali, tra processi per diffamazione, imputazioni per falsa testimonianza e addirittura una condanna per peculato e sfruttamento della prostituzione, per aver favorito, secondo i giudici, un giro di escort perpetrato in un bar di Garlasco.

Francesco Marchetto

La ridente cittadina della Lomellina vanta anche un importante luogo di culto, il santuario della Madonna della Bozzola, edificato nel 1465. Dal 1999 al 2014 in questa struttura, ogni mercoledì, si celebrano delle funzioni particolari, che i fedeli definiscono messe di guarigione e liberazione, cioè riti cattolici atti in primis a scacciare il maligno (dei veri e propri esorcismi), ma anche a guarire le persone, soprattutto – pare – dall’anoressia. I racconti in merito sono talmente tanti che nel 2007 se ne occupano persino i media. Nell’ambito del santuario, però, non si verificano solo presunte lotte contro Satana o fantomatici risanamenti, ma anche ben altro: nel 2014 il rettore, Don Gregorio Vitali, viene coinvolto in una faccenda torbida a base di rapporti omosessuali clandestini e ricatti. Poco dopo la vicenda si allarga e finisce in tribunale, sino al 2018, anno in cui due ragazzi rumeni vengono condannati per aver estorto importanti somme di denaro al già citato Don Gregorio e ad altre persone vicine a quel contesto, tra cui un secondo sacerdote.

Santuario della Madonna della Bozzola

Per alcuni il santuario della Madonna della Bozzola ha a che fare con il mondo dell’occulto e con il misticismo da secoli. Tra le varie ricerche fatte in rete da Chiara poco prima di morire – per ovvi motivi antecedenti rispetto al summenzionato scandalo del 2014 – c’è anche il santuario, tra l’altro forse frequentato da alcuni parenti della stessa Poggi. Una foto condivisa su Facebook da Michele Bertani avvicina in qualche modo anche il giovane suicida alla nota struttura religiosa. Non finisce qui: nel 2025 qualcuno ipotizza che Chiara Poggi sia stata uccisa da un sicario perché – sempre stando alle sue parole – durante gli ultimi periodi della sua vita la ragazza aveva scoperto qualcosa riguardo un giro di gravissimi abusi su minori che, passando da Garlasco, aveva dei legami addirittura con gli ambienti ecclesiastici statunitensi. Questo qualcuno non è un opinionista qualunque, ma Massimo Lovati, uno degli avvocati di Andrea Sempio. Poco dopo le clamorose dichiarazioni, la famiglia Sempio revoca il mandato a Lovati e al suo posto ingaggia Liborio Cataliotti, legale storico, tra gli altri, di Wanna Marchi e di Stefania Nobile. Il racconto di Lovati, non essendo corroborato da alcuna prova, viene bollato come diceria.

Giorgio Pedone

Si è parlato più di una volta di una possibile pista satanista in riferimento all’omicidio di Chiara Poggi, ma il tutto si è sempre concluso in un nulla di fatto. Come mai questa ipotesi? Si tratta di banali pettegolezzi da comare? Non esattamente. Torniamo indietro di diversi lustri. Giorgio Pedone, vicequestore della Polizia di stanza a Vigevano, in provincia di Pavia, nei primi anni Ottanta scopre ingenti infiltrazioni mafiose in diversi comuni della Lomellina e nella seconda metà del decennio indaga su una fitta rete di gruppi settari fortemente radicata in quella zona, sino ad ipotizzare addirittura che tra la malavita organizzata e i sodalizi dediti ad occultismo et similia ci possano essere dei rapporti. Secondo Pedone, uno dei luoghi maggiormente utilizzati per espletare i rituali delle sette del pavese è l’area nei pressi della Cascina Dojola, ubicata in una località, Gambolò, distante circa dieci chilometri da Garlasco.

Cascina Dojola

Qualcuno ha chiesto una consulenza a Giorgio Pedone durante le indagini inerenti l’omicidio di Chiara Poggi del 2007? No, per un semplice motivo. Nel 1991, dopo ben quattordici anni di valente operato a Vigevano, Pedone viene trasferito a Trieste, quindi il sindaco decide di premiare la sua lunga storia professionale al servizio della comunità con la scarpina d’oro, il simbolo della cittadina del pavese in cui l’alto funzionario della Polizia ha vissuto e lavorato per così tanto tempo. La cerimonia è prevista per le ore 11 del 14 agosto del 1991, presso il municipio di Vigevano, ma il vicequestore incredibilmente non si presenta alla festa d’addio indetta in suo onore. Non si tratta di snobismo:  in quel preciso istante Giorgio Pedone, 53 anni, giace morto già da ore nel cortile della succitata Cascina Dojola, con un proiettile – esploso dalla sua arma personale – conficcato nella fronte. Secondo le rapidissime indagini, il vicequestore ha scelto di togliersi la vita. I giornali individuano la causa del gesto estremo in una pesante vicenda familiare e parlano – entrando nello specifico – di un’intervista rilasciata nel corso di una trasmissione televisiva da una delle figlie di Giorgio Pedone, nella quale la ragazza racconta di lavorare come spogliarellista e di non aver mai subito il biasimo di suo padre in merito al suo particolare mestiere. Lo scandalo che avrebbe portato al suicidio un dirigente della Polizia di Stato, abituato – tra le altre cose – a fronteggiare la ‘Ndrangheta radicata in Lombardia, sarebbe questo.

È certamente importante contestualizzare gli eventi: si parla di vicende di un’altra epoca, quasi quarant’anni fa, che vedono come protagonista un uomo nato negli anni Trenta, ma la narrazione dei quotidiani resta comunque inverosimile. Non basta: la pistola che il tutore della legge utilizza per porre fine alla sua esistenza viene ritrovata riposta nella fondina. Una testata giornalistica locale, La Provincia Pavese, qualche tempo dopo i fatti riceve una lettera anonima in cui lo sconosciuto mittente afferma che “Pedone è stato assassinato e l’assassino era ai suoi funerali”. Come se quanto appena raccontato non fosse già abbastanza per porsi degli interrogativi, va inoltre specificato che ci sono tante discrepanze riguardo orario e autore del ritrovamento del cadavere di Giorgio Pedone.

A questo punto un’ulteriore domanda – giusto per chiudere il cerchio – sorge spontanea: perché il vicequestore sceglie proprio quel particolare luogo per farla finita? Non si sa: è un mistero nel mistero. La famiglia Pedone non ha mai creduto al suicidio del proprio congiunto.

Ci sono delle correlazioni tra i suddetti eventi? Se sì, c’è un filo conduttore che li lega tutti o solo alcuni sono connessi? Sono a loro volta concatenati in qualche maniera con il famigerato omicidio di Chiara Poggi? Garlasco è il crocevia di un enorme sottobosco in cui agiscono misteriose forze oscure o è semplicemente un paesotto di provincia come tanti? Forse un giorno qualcuno sarà in grado di rispondere a queste domande. Nel frattempo credo sia preferibile evitare come la peste i soliloqui in auto. Non si sa mai. (Il Messicano)

 

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