Avere vent’anni: luglio 2006
GRAVE – As Rapture Comes
Luca Venturini: A Verona c’è uno scambio di battute che si sente ripetere spesso. È il tipico scambio domanda e risposta che si usa per aprire una conversazione, per rompere il ghiaccio, solitamente con una persona della quale si sa già più o meno tutto. Può essere un parente, un amico, un collega. Questo scambio fa così: “Ué, alora, com’ela?” (tradotto: ciao, allora, come va?), e la risposta, nella maggior parte dei casi, è: “Sempre de quela”. La traduzione letterale sarebbe “sempre di quella”, che resa più in italiano sarebbe “sempre uguale”, o più comunemente “non c’è male” o “non mi lamento”. Insomma, la classica risposta neutra con la quale si lascia intendere che non voglio star qui a raccontarti i cazzi miei o che effettivamente è un periodo di calma, senza eventi particolari e non c’è niente di nuovo da raccontare. La stessa espressione, “sempre de quela”, si può applicare anche a molte altre cose. Avete capito dove voglio andare a parare. Anche per descrivere gli album dei Grave, tolto Into The Grave, si potrebbe benissimo dire “sempre de quela”. Non sono male, non ci si può lamentare, ma al contempo sono sempre uguali e senza particolari qualità. Non c’è altro da aggiungere.
SEPTYCAL GORGE – Growing Seeds of Decay
Griffar: Il debutto dei miei conterranei Septycal Gorge è un concentrato di pura brutalità che in circa 35 minuti racchiude tutto quanto maggiormente viene apprezzato dagli amanti del genere. Davide Boeri alla batteria è disumano, talmente tanto che in molti si sono chiesti se chi suona sia effettivamente una persona oppure qualche marchingegno elettronico; il dubbio ha un suo motivo di esistere, perché ciò che si può ascoltare in Growing Seeds of Decay è oltre la tecnica più estrema, per di più suonata a velocità siderali. Si può dire lo stesso delle due chitarre, che macinano riff su riff, spesso in tremolo, vagamente influenzati dall’impostazione black metal pur restando 100% brutal death, taglienti quanto complicati e contorti, mentre un growling esasperato declama classiche liriche di violenza, orrore e morte. L’unico vero problema del disco risiede nella produzione estremamente compressa che rende i pezzi troppo uniformi tra loro, ma se siete fan accaniti di gente come Defeated Sanity, Disgorge (quelli americani), Insidious Decrepancy, Hour of Penance e similari (cioè il meglio del meglio del brutal death tecnico) e non avete mai ascoltato i Septycal Gorge, non sapete cosa vi state perdendo. Hanno inciso altri due album prima di sciogliersi quasi improvvisamente nel 2014, un vero peccato.
CATTLE DECAPITATION – Karma.Bloody.Karma
Luca Venturini: Dei Cattle Decapitation si può saltare tutto fino proprio a Karma.Bloody.Karma compreso. Abbandonato l’insulso deathgrind degli esordi, la band si evolverà poi verso un suono più vicino al death tecnico, e in questo disco già si può sentire quello che verrà poi meglio concretizzato nel successivo The Harvest Floor del 2009. E cioé: chitarre impazzite che si alternano a riff melodici incredibilmente memorabili, cambi di tempo e ritmo frequenti, voci in growl e screaming alternate nella stessa canzone a seconda del momento, produzione forse un po’ plasticosa ma adeguata allo stile. Se ascoltate le canzoni che aprono i due dischi vi renderete conto subito della differenza abissale che c’è tra i Cattle Decapitation antecedenti al 2009 e quelli successivi. A partire da quell’anno infatti non sbaglieranno più un colpo, tirando fuori uno dei capolavori del metal estremo moderno che è Monolith of Inhumanity. Ma ne parleremo quando sarà ora.
IMPIOUS HAVOC – Dawn of Nothing
Griffar: Se ben ricordo ho già parlato dei finlandesi Impious Havoc in occasione dei compleanni dei primi due dischi, quindi non credo sia il caso di dilungarsi eccessivamente nella descrizione di Dawn of Nothing, terzo capitolo della loro storia successivamente arenatasi all’altezza del sesto full, Infidels, uscito nel 2013 e ad oggi ultimo loro episodio discografico, sebbene secondo l’Archivio la band risulti tutt’ora in attività. Non hanno cambiato nulla rispetto ai dischi precedenti, per cui aspettatevi solo e unicamente rozzo black metal devoto ai grandi del passato, un po’ più marcatamente ai Gorgoroth in questo specifico caso. Comunque è un bell’ascoltare, perché anche in questo caso i riff sono trascinanti e i pezzi funzionano quasi per forza d’inerzia: del resto, se si scrive black metal da manuale, anche se non si inventa nulla di rivoluzionario, il risultato finale sarà comunque degno di menzione d’onore. Se vi sono piaciuti i dischi precedenti andate pure sul sicuro, se non li avete ancora riscoperti potete cominciare con questo, poi magari cercate anche gli altri.
LACRIMAS PROFUNDERE – Filthy Notes from the Frozen Heart
Michele Romani: Dei Lacrimas Profundere ho già parlato svariate volte in quel di Metal Skunk, quindi non starò di nuovo a dilungarmi sul progressivo cambiamento dal puro doom gotico dei primi tre lavori a una proposta più easy listening molto vicina a quello che in redazione piace definire gotico pipparolo. Sebbene questo Filthy Notes From The Frozen Heart si stabilizzi saldamente sul genere sopracitato, lo considero comunque un signor disco, anche perché è l’ultimo con ancora alla voce Cristopher Schmid, cofondatore della band assieme al fratello Oliver. I due cantanti che si succederanno dopo neanche si avvicineranno minimamente allo stile di Cristopher, una specie di mix tra Peter Steele e Jyrky 69 ma con una potenza e versatilità vocale che dopo non si è mai ripetuta. Parliamo di un album molto facilone come impostazione, composto da brani mai sopra i quattro minuti di durata in classico stile strofa/ritornello, con alcuni picchi assoluti come Again It’s Over, Not to Stay o le splendide Short Glance e My Mescaline, non a caso le uniche due che vagamente ricordano la prima fase dei bavaresi. Un gruppo che, per quanto mi riguarda, avrebbe meritato molto di più rispetto a quanto raccolto, sebbene consiglio vivamente di lasciare stare la produzione dal 2008 in poi.
ODOR MORTIS – Shining Substance
Griffar: Erano di origine russa, il titolo del loro secondo disco è in lingua madre (Сияющая субстанция) e suonavano uno dei black metal più feroci che storia del genere ricordi. Sulla scia dei conterranei Old Wainds oppure dei Nav’, ma più minimali e feroci ancora, gli Odor Mortis non facevano prigionieri e appresso al loro passaggio non rimanevano che macerie sgretolate e fiamme catastrofiche. Con una batteria elettronica costantemente a tutta velocità, più estrema ancora di quelle ascoltate nei dischi di Ogmias e Baltak, riff monocorda atonali e privi di melodia e urla straziate difficilmente definibili umane, i sei pezzi (cinque originali più l’ultimo che è una cover dei Draugwath, che onestamente non so chi siano) rappresentano l’apoteosi del raw black metal spinto al massimo possibile dell’estremismo. A tal punto che tanta violenza sembra quasi fine a sé stessa e si ringrazia che il disco duri solo 27 minuti, perché sopportare un tale marasma per un tempo più lungo diventa difficile per chiunque. L’anno successivo hanno registrato un terzo album, più sperimentale e meno assurdamente violento, prima di abbandonare la scena musicale e consegnare il proprio nome alla Storia.
DEADEN – Displaying the Art of Carnage
Ciccio Russo: Secondo e ultimo disco di un gruppo di culto della scena death a stelle e strisce, rinata all’alba del nuovo millennio dopo il riflusso coinciso con l’esplosione del black metal. La sfortunata band di Chicago aveva esordito nel 1997 – non proprio un periodo favorevole al genere, per l’appunto – con Hymns of the Sick per poi fermarsi a causa della tendinite che aveva colpito il batterista. Displaying the Art of Carnage arrivò quasi dieci anni dopo e, per quanto abbia forse una fama superiore ai meriti, rimane un album piuttosto originale rispetto agli standard dell’affollato panorama brutal di allora. I nuovi standard di pesantezza e claustrofobia fissati dai vari Devourment e Disgorge vengono tenuti presenti ma sono declinati in chiave più tecnica da una scrittura intricata e imprevedibile che rende destabilizzante l’assalto sonoro di episodi come With the Skin e …the Mind Of, dove sembra di sentire i Gorguts in overdose di cocaina. Altrettanto riusciti i pezzi più (fino a un certo punto) lineari, come la devastante Vomiting Felch, dai lontani echi thrash. Subito dopo, il cantante e bassista Jake Lahniers avrebbe purtroppo deciso di mollare tutto per concentrarsi sui Lividity.
KLAGE – Dystopias Wiege
Griffar: Ho sempre avuto una fissa per i Klage e tutti i gruppi black tedeschi dell’ondata post-2000 (o poco prima: i Wigrid nacquero nel 1998), che hanno dato vita ad un filone di black metal cupo e angosciante, dalle liriche esistenzialiste, psicologiche e comunque riguardanti umane sensazioni come angoscia e depressione. Spesso questi gruppi sono stati catalogati troppo frettolosamente come depressive black e liquidati in breve tempo senza approfondirne gli ascolti, e ciò fu, è e sempre resterà un approccio del tutto errato. I Klage hanno scritto due autentiche perle, la prima delle quali risponde al titolo di Dystopias Wiege; e anche questo fu uno dei miei dieci dischi dell’anno 2006. L’album non ha alcun difetto, è angosciante quanto basta ma non rinuncia alla melodia, che nel metal tedesco, quale che sia il sottogenere, è caratteristica basilare. Certo, le melodie qui non sono immediate e nemmeno ariose, la velocità media non particolarmente elevata dei sei brani (più intro ed outro) conferisce all’opera un’aura di mestizia, greve, plumbea, accentuata dalla durata abbastanza dilatata dei pezzi. Dystopias Wiege va ascoltato per intero, da cima a fondo, e va ascoltato attentamente, perché interpretarlo unicamente come un derivato di Burzum significa averne del tutto frainteso lo spirito.
STERBEND – Dwelling Lifeless
Michele Romani: Era un po’ che controllavo l’archivio per la data esatta del ventennale di Dwelling Lifeless, uno dei miei dischi DSBM preferiti composti da questa creatura a nome Sterbend, progetto fondato da Winterheart dei Nyktalgia che ebbe vita piuttosto breve: il chitarrista e bassista Asmodaios infatti morì in seguito a gravissime ferite riportate alla testa dopo una caduta da una rampa di scale, il che portò alla fine degli Sterbend e credo anche degli stessi Nyktalgia, di cui Asmodaios era un session dal vivo. La data del ventennale l’ho guardata così tante volte che ho finito non so come per dimenticarmela, visto che il disco è dell’aprile del 2006. Ma siccome è un cazzo di capolavoro ne parliamo un po’ di ritardo, anche se parliamo di un album che genera da sempre pareri un po’ discordanti: chi è d’accordo col sottoscritto e chi lo considera un plagio totale del Conte, compresi un paio di riff presi in prestito (quello di Depressing Path Through Fullmon Forest dovrebbe ricordarvi qualcosa) e lo screaming di Typhon che è praticamente identico. Ma il lavoro in questione è talmente un concentrato di disagio e mal di vivere che ci si può passare tranquillamente sopra: la parte inziale di Ensmakeit ad esempio potrebbe inizialmente suscitare ilarità, ma aspettate di sentire il primo riff che il sangue vi si gelerà pian piano nelle vene, cosa che si ripeterà ascoltando Mysteries o gli assurdi 14 minuti di …Left To Weep And Mourn, forse il miglio brano depressive black metal mai composto. L’ agonia continua di un essere moribondo (Sterbend per l’appunto) che alla fine deciderà di mettere fine alla sua triste e inutile esistenza, cosa che questi tedeschi riescono a trasportare perfettamente nella loro musica.
VHERNEN – .S.Y.B.E.R.I.A.
Griffar: Eh, ci cademmo con tutte le scarpe in tanti, all’epoca, e non solo in Italia. Anche nei forum esteri erano proprio tutti convinti che i Vhernen, al debutto con l’EP .S.Y.B.E.R.I.A. nel 2006, fossero una misteriosa entità originaria delle Isole Fær Øer. Oltre alla provenienza esotica, il progetto diventò “virale” – come diremmo oggi – perché nel loro doom/black metal di invero eccellente fattura compaiono strumenti inusuali per il genere e l’intero metal in generale, come il violoncello elettrico e l’arpa a pedale. Non che questi strumenti abbiano un ruolo particolarmente rilevante nelle composizioni, che di base rimangono impostate su chitarra, basso e batteria (elettronica), comunque l’idea contribuì ad aumentare l’interesse nei Vhernen in modo esponenziale. Fatto sta che la prima tiratura autoprodotta in 100 copie sparì in un amen e, fino a quando la Eerie Art non lo ristampò nel novembre di quell’anno, rendendolo ufficialmente disponibile a tutto il vasto pubblico, il CD veniva ricercato per mari e monti e spesso pagato a prezzi assurdi. Eh beh, certo, è proprio un bel disco che vale la pena quantomeno ascoltare anche dopo vent’anni dalla sua uscita, quattro brani riuscitissimi per una ventina di minuti di musica black oscura e gelida di notevole fattura. E pazienza se il progetto non ha nulla a che fare con le remote isole nordiche, bensì proviene dalla molto meno esotica provincia di Belluno, Veneto, Italia. Bel furbacchione, mister Danny De Barba, mente polistrumentista dietro alla band di nome Vhernen, non c’è che dire: abbiamo fatto in tanti una figura barbina mica male.
GALNERYUS – Beyond the End of Despair
Cesare Carrozzi: Credo che il difetto più grave che si possa imputare ai giapponesi Galneryus è la insensata prolificità, la quale purtroppo porta inevitabilmente alla produzione di pezzi certo pregevoli, ma anche di un sacco di fuffa e riempitivi assortiti; troppo catalogo, troppa roba, un mare magnum di musica che spesso e volentieri si riduce giusto a qualche isoletta sparsa di eccellenza. Beyond the End of Despair è la rappresentazione plastica di quello che dico: è composto da tredici canzoni e quelle veramente memorabili, nel senso che almeno restano in testa per un pochino, alla fine sono giusto un paio. Secondo me non si tratta nemmeno di impegni contrattuali, piuttosto dell’esigenza di pubblicare qualsiasi stronzata gli passi per la testa, senza un minimo di filtro in uscita tra i pezzi più o meno riusciti, una sorta di all you can eat dove conta più sfondarsi di sushi e sashimi di qualità medio/scarsa piuttosto che mangiare meno e pagare il giusto, puntando però all’eccellenza. Oltretutto Beyond the End of Despair, come i due lavori precedenti, sconta anche il cantato totalmente in inglese di Yama-B che onestamente dopo un po’ fa male alle orecchie, o almeno alle mie, visto che suona totalmente innaturale, sia come costruzione dei versi che come pronuncia. Direte voi: “Vabbè, ma sono giapponegri!”, e lo so, ma non a caso a un certo punto sono passati fortunatamente alla forma mista giapponese/inglese, dove gran parte della canzone la fanno in lingua madre e poi magari nel ritornello ci buttano un paio di frasi inglesi a effetto, come si usa spesso da quelle parti anche per le sigle degli anime. Comunque, quali sono i pezzi di Beyond the End of Despair che si salvano? Shriek of the Vengeance, Raid Again e Shiver, ovvero l’intro più i primi tre; dopo questi, potete anche metter via l’album, ché sul resto non serve assolutamente a nulla. Diverso sarà il discorso per il successivo One For All – All For One, ma eventualmente ne riparleremo.
MÖRKER – Skuggornas Rike
Michele Romani: I Mörker sono un altro di quel manipolo di gruppi che rientrano appieno nella mia personale sezione di gruppi feticcio, in cui annovero realtà particolarmente sfigate che non si è mai fondamentalmente inculato nessuno, ma che al sottoscritto piacciono parecchio. La band svedese ha avuto talmente tanta notorietà che, a parte essersi sciolta dopo due ottimi lavori, nessuno sa che fine abbia fatto, compreso Metal Archives: di solito appare la classica dicitura split up o al limite on hold, ma raramente ti capita di leggere unknown come nel caso di questi svedesi. ‘Sti gran cazzi comunque, alla fine quello che importa è la musica, e quella dei Mörker è sempre stata di ottima fattura, anche se ammetto di preferire il secondo Höstmakter, di cui ancora conservo una splendida edizione limitata in A5 che in Italia penso possediamo io, Griffar e non credo più di un’altra decina di persone. Rispetto al disco sopracitato Skuggornas Rike ha un suono decisamente più crudo e diretto, anche se fondamentalmente parliamo sempre di un classico black melodico-atmosferico che ricorda molto Stormblåst come impostazione (sentitevi lo straordinario tappeto di tastiera di Evig Vinter che lo ricorda moltissimo). I brani sono di tutti di alto livello, anche se forse non ci sono dei veri e propri picchi come potevano essere Segertåg o Falk (una delle migliori strumentali abbia mai sentito) del disco seguente.
ESCHATON – Causa Fortior
Griffar: Il debutto dei blackster greci Eschaton fu un gran bel fulmine a ciel sereno; io non avevo idea di chi fossero, ma all’epoca compravo parecchio materiale a scatola chiusa dalle distro, così risparmiavo sulle spese postali – le quali comunque erano meno assurde di quanto siano oggi. Misi nello stereo il CD e non ne uscì più per un pezzo, perché contiene tutto ciò che fa del black metal il mio genere musicale preferito: è freddo come un disco degli Isvind, aggressivo come i primi Marduk e ha la tipica impostazione melodica dei riff di scuola greca portata all’attenzione mondiale da Rotting Christ e Varathron. Con oltretutto un basso ben presente e una certa capacità di trovare ispirazione in certo thrash del passato, i Celtic Frost ad esempio; se amalgamate il tutto con una notevole abilità a costruire pezzi trascinanti anche quando diventano più lunghi (Avenger, Dark Sin che apre il disco come meglio non si potrebbe e Strenght at Abound, entrambe oltre gli otto minuti) comprenderete perché per me Causa Fortior fu uno dei dieci dischi dell’anno 2006, e non in ultima posizione. Anche loro non esistono più da molto tempo, si sciolsero poco dopo la pubblicazione del secondo album Unshaken del 2012. La loro non immensa discografia comprende uno split con i Burial Hordes e un paio di sette pollici, tutti consigliati per un recupero purtroppo postumo.











