Avere vent’anni: TYPE 0 NEGATIVE – World Coming Down

Il 1999 per i Type 0 Negative è l’anno zero. Dopo le camionate di dischi venduti in assoluta scioltezza, come se così dovesse andare perché era giusto e ovvio che andasse, senza avere ceduto ad alcun compromesso mai, imponendo la propria visione invece di seguirne una, scardinando dogmi fino ad allora inviolabili – la copertina del primo incredibilmente sfuggita alle maglie della censura, brani di 11 minuti che diventano hit single planetari, testi che erano e restano la demolizione sistematica di ogni forma di politically correct, pura avanguardia ai tempi, oggi semplicemente impensabili – World Coming Down era il momento che tutti stavano aspettando: la Roadrunner per i soldi, i fan per un Bloody Kisses 2.0 con le bordate hardcore di Slow Deep & Hard e i ganci ruffiani di October Rust, tutto in una volta tutto insieme, i “rivali” al varco pronti a crocifiggerli al primo passo falso. Per le ultime istantanee dei Type 0 Negative al top del gioco non mancava letteralmente nessuno: ovunque aspettative, fiato sospeso, alla base un rispetto che travalicava lo spaziotempo, allora colonizzato dai Korn e Marilyn Manson con interminabile fila di farseschi epigoni al seguito, dal primo all’ultimo indistintamente già in affanno. Erano tutti lì a chiedere un pezzo. Una pressione che Peter Steele avvertiva fin troppo, da anni; da quando il padre era morto e non aveva potuto seppellirlo perché il tour doveva andare avanti; da dopo essere andato a fare il pagliaccio al Jerry Springer Show di fronte a una platea di casalinghe urlanti; da quando, prima ancora, i dati di vendita di Bloody Kisses avevano superato di almeno tre lunghezze il precedente best seller dell’etichetta olandese (Alice In Hell degli Annihilator, un puntino lontano all’orizzonte al confronto), lavorare non più una necessità e girare il mondo in bus grandi come astronavi per raggiungere platee sempre più sterminate e stuoli di groupie sempre più disponibili aveva sostituito potare le siepi ai giardini pubblici come scenario quotidiano.

Peter Steele, perfettamente consapevole di essere diventato un’icona (suo malgrado, per tutti i motivi sbagliati), reagisce sganciando questa botta di realtà che fin dal primo contatto arriva dritta al cervello, sale male e scende peggio come polvere bianca tagliata con antidepressivi, o più probabilmente troppo buona per non esigere un tributo meno che stratosferico. È questo il momento della verità, il bivio cruciale: da una parte ancora più soldi, più fama, singoli più orecchiabili e videoclip in rotazione al pomeriggio, dall’altra l’autodistruzione. Per capire quale strada abbiano scelto di imboccare, bastano i primi trenta secondi dopo l’intro; per intravedere le prime crepe, che verso la fine del disco diventano buchi neri. World Coming Down è prima di tutto e sopra ogni cosa l’esorcismo privato di un uomo allo stremo delle forze, la seduta di autoanalisi più brutale e spietata che metal, gothic rock, doom e hardcore messi insieme abbiano mai conosciuto; per trovare qualcosa di simile bisogna tornare a Life Time della Rollins Band, aggiungere undici anni e uno stadio depressivo per cui le droghe non bastano più, hanno smesso di funzionare. White Slavery, il pezzo che apre il disco, svela impietosamente la dipendenza che aveva reso le sessioni di incisione un’interminabile via crucis; per la prima volta, il sarcasmo non è sufficiente a mascherare il dramma. Una questione di priorità: pippare la cocaina veniva prima di mettersi a scrivere e comporre, ne era la condizione necessaria e, troppo spesso, sufficiente. I pezzi, sempre molto lunghi, mancano della coesione che ha reso i precedenti dischi immediatamente memorizzabili, si prendono tutto il tempo necessario e qualcosa in più per inoculare fino in fondo il malessere che stava mangiando vivo il primo attore di quella che fino ad allora era stata una controllatissima farsa; non è come prima, qui il re è nudo e sta soffrendo come un cane lasciato a sanguinare in un vicolo deserto. È la fine delle illusioni, rendere il podio con il suicidio commerciale definitivo, anche perché l’ultimo in ordine cronologico, prima dell’inevitabile collasso del mondo preconizzato nel titolo.

È convinta che io sia indistruttibile, immune al dolore. Non capisco perché la gioia si debba fingere. Sono un vincente, eppure talmente pieno di odio verso me stesso, che lo specchio restituisce l’immagine di un ingrato.

Lo so, il mio mondo sta crollando
Lo so, chi l’ha portato giù sono io

È l’autodafé definitivo, per una sorta di ironia amara anche il pezzo più orecchiabile e immediatamente memorizzabile del disco; undici minuti che scivolano via come sabbia tra le dita, reclamando la funzione ‘repeat’ ascolto dopo ascolto più di ogni altro momento qui. Il testamento dell’autore, contrappuntato da una lunga serie di tomwarrioreschi ‘UH’ e ‘HAH’ sul finale in dissolvenza che è la danza del Settimo Sigillo con una sola gigantesca sagoma sulla collina all’alba. Il resto roba ancora più impegnativa, non sempre a fuoco, comunque troppo spietatamente sincera per parlare alla maggioranza che compra dischi e non vuole ulteriori fisime, troppo brutale per compiacere le regazzine gotiche come chiunque altro non stia soffrendo anche solo la metà dell’autore. World Coming Down sfonda a piedi uniti la scala dell’empatia, posizionandosi con prepotenza al livello in cui le afflizioni individuali diventano sgradevoli da ascoltare, e pesanti anche; il momento in cui la solitudine umana riaffiora, come solo Dino Buzzati prima era riuscito a isolare – se uno soffre il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita. In pochi saranno disposti a prendersi carico della croce di Peter Steele, perché di croce ognuno ha la propria e qui di catarsi ce n’è poca ed è quasi tutta riservata a cocainomani terminali, moderatamente ricchi e particolarmente presi male; tutti gli altri, semplicemente, non hanno in dotazione gli strumenti concettuali per comprendere.

Per la prima volta la Roadrunner con i Type 0 Negative si trova in difficoltà: come venderla, questa roba? Intanto sfronda il primo singolo Everything Dies di tre minuti, epurandolo del gancio più stupido e inutile della loro intera carriera; è uno dei rari casi in cui la versione edit è di gran lunga migliore dell’originale. Terrificante invece il video: troppo tetro, malamente assemblati gli effetti speciali, immagini troppo disturbanti. Un pugno dritto in pancia i cui effetti tardano a dissolversi. Anche per questo non ci saranno più singoli: nessuna Black #1, niente My girlfriend’s girlfriend qui. Arrivare alla fine del disco lascia spossati, defatigati, una prova di resistenza che richiede il giusto momento per venire affrontata, altrimenti è solo tempo che scorre più lentamente. Sta arrivando l’autunno, tra poco scatta l’ora solare, è la fine del millennio – che sì, è vero, finisce il 31 dicembre 2000, ma sticazzi della precisione: gli ultimi secondi del 31 dicembre 1999 il pianeta potrebbe pure collassare per quel che ne sappiamo, tanto vale arrivare preparati, fare come se questa fosse l’ultima. (Matteo Cortesi)

7 commenti

  • All’epoca lo trovai una cosa indigeribile, come penso chiunque e invece alla fine è il loro disco che ho ascoltato di più. È un grandissimo dito in culo a tutte quelle band di poser che giocano al depressive e sucidial, qua non c’è nulla di finto, solo malessere stordente. Spiace solo come Steele fosse ormai ridotto

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  • Sergente Kabukiman

    Cortesi che parla dei type o negative. Come sempre, grazie.

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  • Gran bell’articolo. Da fan dico grazie, anche se quando uscì non avevo capito niente di questo disco, come molti. Poi citare DIno Buzzati e la Rollins band non è da tutti. Complimenti.

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  • Questo era ed è un gran disco, per me da sempre il più bello dei TON.
    Non so come mai alla sua uscita molto lo trovarono così indigesto; giusto per raccontare, il bassista che suonava con me all’epoca era un fan sfegatato dei TON (ma ascoltava anche altra roba tosta) ma questo disco non riusci mai a digerilo, io invece che venivo dal doom e i TON li ascoltavo così, senza troppo impegno e di doom mi cibavo (my dying bride “turn loose the swans”, anathema “pentecost III, the silent enigma”, evoken, beyond dawn, ecc.) lo trovai davvero bello e da allora regolarmente me lo ascolto.
    Certo è un disco davvero cupo, ma che bello!

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  • Lorenzo (l'altro)

    Mio fratello mi prendeva per il c*lo perché sentivo un omaccione col vocione che cantava “tutti quelli che amo sono morti” e “tutto sta morendo” e io non riuscivo a fargli capire perché per me era tutto bellissimo così…

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  • Lo devo assolutamente risentire, poichè al periodo non mi piacque per niente, probabilmente perchè mi aspettavo un altro October Rust.

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