Avere vent’anni: BLIND GUARDIAN – A Twist in the Myth
Vi ricordate quando Ronaldinho passò al Milan? Veniva da cinque anni al Barcellona – quel Barcellona – e la sua partenza dal Camp Nou rappresentava un perfetto passaggio del testimone, nella fattispecie al nuovo talento Lionel Messi, che ereditò la sua maglia numero dieci col compito di portare i blaugrana a un livello ancora superiore. Cosa che poi in effetti fece, come saprete benissimo.
Insomma, quando Ronaldinho si quando si presentò a San Siro era quasi irriconoscibile. Nonostante avesse appena 28 anni pareva suo zio, come diceva quello. Grasso, laido, bolso e lento, col passare del tempo divenne chiaro che da lui non ci si poteva aspettare che uno-massimo due scatti a partita, come faceva notare all’epoca il mio amico Tartaruga, grande tifoso rossonero. Il Gaucho non aveva più voglia di impegnarsi, di competere, come se avesse deciso che quello che aveva da dimostrare l’aveva già dimostrato, e non si ritirava solo perché era semplicemente troppo presto per farlo. Il Milan dell’epoca non era certo il Barcellona di Guardiola, ma era comunque una squadra di un livello accettabile per svernare. E quindi lui ogni domenica si presentava in campo, bello cicciobombo, cazzeggiando e ridacchiando, probabilmente ancora in botta per la festa della sera prima. Eppure, nonostante l’imbolsimento, nonostante la panza, nonostante la mancanza di ispirazione, in qualche modo era sempre lui. Era stato il migliore di tutti, non era pensabile che da un momento all’altro diventasse un brocco. Non aveva più molte cartucce nel caricatore, ma quelle che aveva era ancora in grado di spararle con la vecchia, eccezionale mira. Certo, non con la stessa frequenza e la stessa intensità, però bastava avere un po’ di pazienza e ogni tanto ti lasciava ammirare qualche lampo, abbacinante come ai vecchi tempi.
Ecco, i Blind Guardian di A Twist in the Myth sono come il Ronaldinho del Milan. Erano stati i migliori di tutti per quattordici anni, con sette album in cui avevano esplorato ogni aspetto delle intuizioni che lasciava trapelare il debutto, Battalions of Fear, sublime esempio di power speed tedesco nel quale, con un po’ di immaginazione, si potevano già prevedere i martellamenti thrash di Imaginations from the Other Side così come il delirio di onnipotenza sinfonico di Nightfall in Middle-Earth. E così via. È curioso che questo mese ricordiamo, oltre a questo, altri due ventennali di vecchie glorie sul viale del tramonto: Christ Illusion degli Slayer e A Matter of Life and Death degli Iron Maiden, esempi pratici, seppur molto diversi, di come l’ispirazione, la voglia, la capacità e l’intensità non possano durare per sempre. Nel caso di A Twist in the Myth subentrarono anche due fattori critici: il primo fu l’abbandono di Thomen Stauch, sostituito da tale Frederik Ehmke, onesto mestierante totalmente privo dell’estro e della personalità del vecchio batterista, anche se qui ancora cercava di scimmiottarlo; il secondo fu il passaggio alla Nuclear Blast, le cui nefaste conseguenze all’epoca non potevamo sinceramente immaginare fino in fondo.
Tirando le somme, A Twist in the Myth rimane un buon disco. Non un capolavoro come i suoi predecessori, ma comunque un buon disco, tutto considerato. Stilisticamente è una specie di A Night at the Opera un po’ più diretto e senza la freschezza dei tempi migliori. E, proprio perché non si diventa brocchi da un momento all’altro, specie quando si è stati i migliori di tutti, anche qui ci sono alcuni pezzi spettacolari, nello specifico le prime quattro e Lionheart, che quasi fanno sembrare che il tempo non sia mai passato. Qui però c’è anche la prima vera canzone di merda dei Blind Guardian, la tremenda Another Stranger Me, inesplicabilmente scelta come singolo – e video – e che quindi ci saremmo ritrovati per qualche tempo nelle scalette dal vivo. Ah, e c’è pure la purtroppo celeberrima Skalds and Shadows, una sorta di brutta copia di A Past and Future Secret, cazzatina medievaleggiante scritta con la mano sinistra che però sarebbe diventata una delle loro canzoni più famose; personalmente la detesto per una questione proprio di principio, ma mi duole riconoscere che, alla fine, si lascia ascoltare. Il resto è tra il bruttino e il “niente di che”. Anche Nightfall e ANATO avevano dei riempitivi, eh, però quelli spesso mi capita di risentirmeli; i riempitivi di questo disco, invece, cerco di evitare. Poi magari là fuori c’è qualcuno che si sottopone volontariamente all’ascolto di Carry the Blessed Home o The Edge, che può vantare uno dei peggiori assoli mai scritti, ma non è di certo un mio problema.
Questi sarebbero stati i proverbiali ultimi sgoccioli. L’ultima loro bella canzone sarebbe stata l’apertura del successivo album, Sacred Words, dopodiché l’unico lieto fine possibile sarebbe dovuto essere lo scioglimento, magari intervallato da qualche tour celebrativo. E invece no, perché in qualche modo hanno sentito il bisogno di andare avanti, perché l’antico fuoco era diventato un normale lavoro. Del resto, come cantavano proprio qui in Otherland, “you’re part of the game, you’re slave to the grind, you’re cursed, you’re damned”. Questo è. E, purtroppo, dopo di loro non arrivò un Lionel Messi capace di portarne avanti l’eredità, figurarsi di migliorarla. Ma nonostante tutto, ripeto, rimane un bel disco. (barg)


