A Night at the Opera, il disco più sottovalutato dei BLIND GUARDIAN

Qualche anno fa parlai di Nightfall in Middle-Earth come del disco più sopravvalutato della storia del metal e fui inondato di messaggi di gente che mi voleva scuoiare vivo. Io però lo avevo specificato esplicitamente all’inizio della recensione: per me quel disco è un capolavoro, ma non è perfetto: e paradossalmente i suoi difetti ricadono proprio nell’ambito per il quale è stato così celebrato, vale a dire la sua orchestralità insistita, la sua pomposità, la sua ambizione di essere un’opera narrativa coerente, le sue tremila sovraincisioni, il suo voler andare oltre il genere. Come già ebbi a dire in quell’occasione, i Blind Guardian soffrirono (e soffrono tuttora) di un enorme malinteso: la sopravvalutazione del loro elemento corale (uso questo termine come sinonimo di orchestrale o sinfonico, non tanto perché siano davvero sinonimi ma perché sin dagli anni Novanta come tali sono stati usati riguardo al loro stile). Sin dai tempi di Battalions of Fear, quando erano semplicemente un gruppo power/speed tedesco, hanno sempre posto molta cura nelle loro parti corali; ciò ha portato moltissimi a pensare che quello fosse non tanto l’elemento predominante della loro essenza, ma l’unico elemento che li caratterizzasse e li distinguesse dagli altri gruppi omologhi. Così non era: il vero elemento che distingueva i Blind Guardian era, molto semplicemente, l’essere un gruppo migliore degli altri. Di tutti gli altri. Ciò a causa di tanti fattori, fattori di cui fa parte anche il loro elemento corale, ma solo nella misura in cui esso era innestato su una struttura che comprendeva tutti gli altri elementi. Di qui il malinteso: con Nightfall in Middle-Earth (e con gli ultimissimi loro album) hanno voluto giocare quasi esclusivamente su questo elemento, enfatizzandolo ossessivamente e così facendo trascurando e mettendo in secondo piano tutto il resto della loro essenza. Per questo Nightfall in Middle-Earth, che all’epoca fu da moltissimi interpretato come il grado zero dell’essenza dei Blind Guardian, in un certo senso è il disco meno Blind Guardian della prima parte della loro discografia. Di qui poi seguono tutte le considerazioni sulla produzione sbagliata, sulla mancanza di senso delle parti di batteria di Thomen etc, che ne sono semplici conseguenze.

Specularmente, A Night at the Opera fu accolto quasi in malo modo. La gente aveva ancora la bocca piena del disco precedente, considerato qualcosa di inarrivabile e apicale, e tendenzialmente vide questo nuovo album come un episodio di tono minore, senza il respiro e l’ambizione di Nightfall. Anche la copertina sembrava prendersi gioco non solo di tutta la paccottiglia fantasy con colori ipersaturi che esibiva la concorrenza (posto che i Blind Guardian avessero mai avuto una concorrenza) ma pure della seriosità dei loro passati artwork. Persino il titolo, che replicava uno dei dischi più celebrati dei Queen, sembrava una presa in giro. Insomma, ANATO sembrò a molti un passo indietro addirittura volontario, un disco volutamente minore, come se Andrè Olbrich e compari avessero voluto tirare i remi in barca, coscienti del fatto di aver già composto il proprio capolavoro e che da qui in avanti si sarebbero dovuti accontentare di tirare un po’ a campare senza mai più neanche provare a raggiungere quella vetta.

E, sempre specularmente, quelli che erano percepiti come difetti sono invece precisamente i motivi per cui A Night at the Opera è non solo il disco più sottovalutato dei Blind Guardian, ma anche il loro ultimo, vero, incredibile capolavoro. Perché lo è davvero, un capolavoro, uno di quelli che ti gonfiano gli occhi ogni volta che lo senti, e ti chiedi quanto bene tu abbia fatto all’umanità in una vita precedente per essere metallaro in questa e poterti godere fino in fondo un disco del genere. Ed è un capolavoro proprio perché è più diretto, semplice, immediato e intuitivo di Nightfall in Middle-Earth, che invece era un capolavoro nonostante. Qui invece non ci sono difetti formali: tutto è al proprio posto, tutto è esattamente come dovrebbe essere, persino Thomen sembra molto più a proprio agio, ogni elemento è nitido, perfettamente riconoscibile e ha un proprio senso all’interno dell’insieme. E, puntando sul tutto piuttosto che sul particolare, A Night at the Opera è un disco molto più in stile Blind Guardian di quanto non fosse Nightfall in Middle-Earth.

Col precedente condivide una caratteristica: ha un calo in mezzo alla scaletta. Le migliori infatti sono le prime tre e le ultime quattro; sottotono invece le tre in mezzo (anche se The Maiden and the Minstrel Knight spicca lo stesso). La migliore del disco è probabilmente The Soulforged, che è anche quella più brillante e vivace di tutte, con quell’andamento allegro, quel duetto tra Hansi e il coro e quel ritornello che esplode come nei migliori episodi della loro discografia. C’è parecchia varietà, tra momenti più drammatici, altri più epici, altri più riflessivi: Punishment Divine è una bordata di aggressività che non ci si aspettava nei Blind Guardian del 2002; Precious Jerusalem riprende le melodie e le tematiche di Jesus Christ Superstar ed è la cosa più vicina ad un musical che abbiano mai fatto; Battlefield ha un potente respiro epico sorretto da un ritmo incalzante e una meraviglioso bilanciamento dei cori; la sofferta Age of False Innocence, che immagina un monologo interiore di Galileo durante il processo, è commovente; la suddetta The Maiden and the Minstrel Knight è una semiballata medievaleggiante piuttosto riuscita; Wait for an Answer è un pezzo quasi settantiano nella sua semplicità. Ci limitiamo invece qui a citare con fastidio Frutto del Buio, la bonus track, una grottesca resa in italiano di quella Harvest of Sorrow già edita in precedenza.

E poi c’è And Then There Was Silence, la suite finale di quattordici (QUATTORDICI) minuti. La scelta di usarla come singolo per anticipare l’album è una manifestazione pratica della proverbiale zona grigia tra coraggio e incoscienza: è il singolo meno singolo che si possa immaginare (ma non si diceva lo stesso di Bohemian Rhapsody da quell’altro A Night at the Opera?), è estremamente ostica e non è neanche rappresentativa dell’album. Tanto questo è concettualmente semplice, tanto quella è provocatoriamente complicata, essendo un pastone sull’Iliade che ha bisogno di molta pazienza per essere assimilato, in cui la produzione viene spinta al limite col rischio di ripetere gli errori di Nightfall in Middle-Earth. È un pezzo che vive di lampi e sprazzi, ognuno dei quali rappresenta un’idea diversa qui riversata quasi caoticamente, che vengono poi collegati con momenti di passaggio a volte riusciti e altre meno. Vive di vita propria, in modo sempre diverso, con melodie che non si ripetono mai (a parte il ritornello, comunque presente solo tre volte) e parti autonome. È una canzone svuotafrigo in cui hanno inserito tutto quello che avevano nel cassetto, come quei polpettoni o quelle frittate in cui butti dentro tutto ciò che sta per arrivare alla scadenza. Nonostante tutto, è un gran pezzo. Incredibile, date le premesse sbagliate da ogni punto di vista. Non credo ci sia dimostrazione migliore dello stato di grazia in cui erano ancora i Blind Guardian.

Il concetto è che all’epoca A Night at the Opera fu nella maggior parte dei casi accolto come il primo disco della fase declinante dei Blind Guardian; in realtà è l’ultimo disco della parte migliore della loro carriera, l’ultimo che riuscisse ad ampliare il discorso, l’ultimo tassello al loro canone. Qui i Blind Guardian erano ancora i Blind Guardian. Lungi dall’essere infinitamente peggiore di Nightfall in Middle-Earth, gli è quantomeno paragonabile, anche se quello – con tutti i suoi difetti – rimane forse ancora migliore. Ma non così tanto come si dice in giro, ecco. Però A Night at the Opera è invecchiato meglio. Ed è un disco compiuto, a differenza del precedente: meglio di così non poteva davvero essere. Con esso finisce la leggenda dei Blind Guardian, il mio gruppo preferito di sempre fino ad ANATO, appunto: il successivo A Twist in the Myth sarà comunque un disco bellissimo, ma stiamo parlando di due ordini di grandezza molto, molto diversi. (barg)

15 commenti

  • É proprio come dice Roberto:
    ricordo che lo misi nello stereo e lo tirai fuori dopo l’attacco iperprodotto di Precious Jerusalem. Io volevo il suono crepuscolare di Nightfall.
    Rimase a prendere polvere per tre mesi, un amico mi disse di concedere al disco una seconda possibilità.
    Lo feci e mi innamorai perdutamente.
    Ancora oggi mi sembra il disco più accessibile e fruibile, che non ti obbliga a calarti nello stato mentale appropriato come per Nightfall.
    Bellissimo.

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    • Boh non lo so…ci ho provato tante volte ma eccetto precious jerusalem non mi è mai entrato in testa. Preferisco di gran lunga il successivo e più strano A twist in the myth.

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  • Concordo su alcune cose, anche per me è un bellissimo disco, però scusa, critichi nightfall per le sue tremila sovraincisioni quando anato ne ha molte di più (ed è anche uno dei motivi che hanno spinto thomen ad andarsene), semplicemente ci fai meno caso perché la batteria è stata tenuta troppo alta nel mix e va a coprire tutto il resto, e ovviamente la compressione eccessiva non aiuta, personalmente consiglio la Remastered del 2018,hanno tolto un pó di sovraincisioni e hanno aumentato un pó la dinamica, ancora meglio il vinile

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    • Il problema non sono le sovraincisioni ma il risultato finale. In ANATO ce ne saranno anche di più, ma non inficiano il risultato finale come nel precedente

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      • Secondo me nightfall è prodotto meglio, in anato le troppe sovraincisioni e l’eccessiva compressione creano un pastone in sottofondo parecchio fastidioso, senza contare la batteria troppo alta che spesso copre tutto il resto, per questo consiglio sempre di sentire il remix del 2018

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  • Sarò io una capra, ma l’ho trovato indigesto. Preso, ascoltato per qualche settimana in attesa che scattasse qualcosa, ma niente. Adesso ha due dita di polvere, metti mai che stasera ci riprovo… Nightfall avrà pure i suoi problemi ma a livello di canzoni -per me- non c’è storia.

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  • gran bel disco, frutto del buio una delle peggiori merde mai sentite, cmq secondo me come singoli pezzi resta meglio il precedente, ma senza confronto

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  • Concordo su Nightfall che, esclusi alcuni pezzi notevoli, l’ho sempre trovato un pastone abbastanza indigeribile. Questo lo ascoltai ai tempi ma mi fece una pessima impressione, anche se ora come ora non ne ricordo una nota che sia una a dire il vero . Non so cosa mi aspettassi da loro a quel punto, e del resto non sono mai stato propriamente un loro fan anche se considero Imaginations from the Other Side uno dei dischi più belli degli anni novanta, al di là del genere di riferimento. Dovrei darci una riascoltata a questo

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  • Beh, Nightfall é più anthemico e a livello di singoli pezzi non c’è storia, considerati anche quelli “minori”. ANATO però é una grande prova di maturità.

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  • È una merda inqualificabile.

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  • Adoro NIME ancora adesso e lo trovo praticamente perfetto. La produzione non sarà tecnicamente ineccepibile, ma a me gusta da matti.
    Invece, quando penso ad ANATO, all’istante mi sento come se avessi fatto indigestione: mattone sullo stomaco e vago senso di nausea. Lo trovo veramente eccessivo, e non mi capacito di come si possa parlar bene della produzione. È iper satura, i cori impastati, le chitarre sottili, la voce di Hansi (che peraltro quasi non sta zitto un attimo, per Dio!) su tonalità spesso così alte e squillanti da farmi pensare che siano frutto di correzione del pitch. Un pastone inascoltabile. E pensare che il singolo ATTWS suona meglio, provate a fare il confronto se li avete entrambi. Le canzoni non sarebbero neanche male, con diversi potenziali capolavori (Battlefield, Soulforged, Age of Innocence, …), ma sia questi sia soprattutto i pezzi “minori” sono in varia misura penalizzati dal pastone sonoro e da altre scelte scellerate in fase compositiva che rendono il tutto spesso stucchevole o palloso. Per dirne una, ma a voi piace il ritornello di …Minstrel Knight? Solo a me sembra disgustoso, mentre gli ultimi secondi di sto pezzo (“proudly it stands until the world’s end…) mi fanno impazzire e mi piacciono più dell 80% delle melodie di sto disco?

    Piace a 1 persona

    • Ho dovuto strabuzzare gli occhi, perché ero convinto di avere scritto io questo commento, talmente esprime ESATTAMENTE quello che penso di ANATO 😮
      E aggiungo che Precious Jerusalem mi fa veramente cacare! A parte l’inizio, si perde in tremila strofe, bridge e ritornelli diversi tanto da non farti capire niente – perfetta sintesi di quello che sarà il disco a seguire.

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  • Attenzione che Vrutto Tel Puio era la bonus track per l’edizione italiana.
    E sì, naturalmente l’edizione spagnola aveva Mies Del Dolor.
    Ce n’erano un paio di altre in giro.

    L’album “liscio” è quello con Harvest Of Sorrow ricopiata pari pari dal singolo.

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