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Avere vent’anni: gennaio 1999

31 gennaio 2019

SACRAMENTUM – Thy Black Destiny

Trainspotting: Terzo e ultimo album per i Sacramentum, uno dei nomi meno in vista della scena di Goteborg che probabilmente avrebbe meritato più fortuna. Thy Black Destiny non presenta particolari novità rispetto ai precedenti Far Away From the Sun e The Coming of Chaos, tranne, forse, l’approccio leggermente più death in sfavore delle componenti black e thrash, sempre comunque massicciamente presenti. Quello dei Sacramentum è un suono nero e torbido, che non sconfina nella grezzura in sé e per sé ma procede sempre con ordine e con perizia; fondamentali in questo senso gli apporti dei musicisti, tra cui il chitarrista Niclas Andersson (anche nei Lord Belial) e il batterista Nicklas Rudolfsson, già in un’infinità di gruppi tra cui Runemagick, Deathwitch, Swordmaster e The Funeral Orchestra. Da un certo punto di vista Thy Black Destiny suona come un incrocio tra Dissection e Necrophobic, con uno sguardo però più americano del solito e che non perde mai di vista l’evocatività, come dimostra l’ultima traccia eponima, lenta e cadenzata, una specie di God of Emptiness dei poveri che però, posta come chiusura, aiuta a ribadire il concetto. Un giorno lo faremo davvero lo speciale sui gruppi minori della scena di Goteborg, e i Sacramentum avranno il risalto che meritano.

DISGORGE – Cranial Impalement

Ciccio Russo: Il supremo Dan Swanö diceva grossomodo che anche il death metal più estremo deve seguire un minimo di logiche armoniche, avere barlumi di melodia, linee vocali che tengano il ritmo, altrimenti è solo casino. Per capire cosa intendesse e perché avesse ragione basta paragonare un disco a caso della prima ondata americana con Cranial Impalement dei Disgorge, forse l’atto di nascita di quel sottogenere che è stato in seguito denominato slam, ovvero un’estremizzazione dei canoni del brutal death di scuola Usa incentrato su vocals inintelligibili, riff tutti uguali e blast beat a mitraglietta. A me ‘sta roba – con la sola eccezione dei Brodequin che fanno il giro completo e diventano sublimi – ha sempre annoiato. Cranial Impalement non dura manco 25 minuti ma si arriva comunque alla fine con qualche sbadiglio. Il momento più emozionante alla fine è il rigurgito della fogna umana Matti Way (in seguito passato per i ben più interessanti Pathology) all’inizio del primo brano, Deranged Epidemic, che ho sempre fatto ascoltare ad amici e conoscenti non adepti quando chiedevano “Oh, mi fai sentire il disco più casinaro che hai?” per farsi due risate. Non nego che a piccole dosi i Disgorge e i loro adepti possano divertire ma allo stesso modo in cui possono divertire le pellicole splatter di serie Z alla Violent Shit. Se permettete, preferisco guardarmi un film di Lucio Fulci.

CELESTIAL SEASON – Chrome

Trainspotting: Qualche anno fa il Roadburn annunciò in pompa magna l’esibizione di tali Celestial Season che, per l’occasione, avrebbero suonato per intero l’album Solar Lovers, del 1995. Non avevo idea di chi si stesse parlando, ma il nome della band mi rimase impresso – nonostante poi, per qualche motivo, mi è sempre passato di mente di approfondire la questione. A cinque anni di distanza posso dire di aver risolto l’arcano: i Celestial Season sono un gruppo olandese di Nimega che, partito da una base doom-death in stile My Dying Bride (con tanto di violino, growl e voce pulita rantolante), era finito poco più tardi a suonare uno stoner sporco e sudato folgorati probabilmente dall’esplosione dei Kyuss dei primi anni Novanta. Chrome è il secondo disco della loro svolta stoner dopo Orange di due anni prima, perché il succitato Solar Lovers è ancora pesantemente influenzato dallo stile degli esordi; ed è un buonissimo dischetto da recuperare assolutamente, perché, pur non inventando nulla di nuovo, ha in pezzi come Alooka’s Boulevard o Jupiter gioiellini che entreranno di diritto nelle vostre compilation estive da viaggio in macchina verso la spiaggia.

ABADDON INCARNATE – The Last Supper

Trainspotting: Nella primissima puntata di Avere vent’anni, uscita esattamente quattro anni fa, avevamo trattato del debutto dei Belphegor, intitolato proprio The Last Supper. Ironicamente, il primo disco degli irlandesi Abaddon Incarnate si chiama alla stessa maniera ed è composto della medesima materia, per descrivere la quale mi rifarò a quanto scrissi per i Belphegor: “un mischione di death e black di prima e seconda generazione, urla, bestemmie  e conati di vomito: nel trucidissimo The Last Supper si trova un po’ di tutto, quantomeno tutto quello che si possa associare ai disturbi intestinali e alla sbronza di Tavernello presa a male, senza alcun criterio logico particolare che non sia legato alla massima “in una società che obbliga all’eccellenza, fare schifo è un preciso dovere morale”. The Last Supper è il sapore del rigurgito dello Jagermeister scaduto che ti sei appena scolato da solo, coi pezzettoni di cibo che ti risalgono in bocca; è il momento preciso in cui tocchi il fondo della sbronza e ti parte l’embolo contro il primo che ti si rivolge male; è il ghigno storto e maligno dell’ubriaco seduto per strada accanto a una pozza del proprio vomito, senza alcuna dignità, col cuore traboccante di odio, che odia tutti perché odia sé stesso”. Non c’è nulla di sostanzialmente diverso tra i due album, quindi va bene così. Una chiosa però la merita la copertina, un coloratissimo disegno di un baccanale tra demoni impreziosito dal logo incomprensibilmente sbrilluccicante che sembra ideato da un bambino di sei anni sotto speedball.

GODLESS TRUTH – Burning Existence

Ciccio Russo: Caduta la cortina di ferro, negli anni ’90 il verbo del metallo tracima nell’Europa dell’Est. Come scrive poco sotto Roberto a proposito dei Galadriel, la maggior parte delle band dell’epoca arriva con ritardo ad abbracciare le tendenze che avevano attraversato l’Europa occidentale negli anni precedenti e, pur con qualche significativa eccezione, i risultati sono ancora piuttosto dilettanteschi. Eppure i gruppi interessanti non mancano, e una delle scene che si propone subito tra le più vivaci è quella della Repubblica Ceca, che si dedica anima e corpo al death metal e al grind più crudi e intransigenti. I Godless Truth, da questo punto di vista, facevano eccezione. Burning Existence è il loro secondo album e segue un radicale cambio di formazione che aveva visto il leader e chitarrista Petr defenestrare tutti gli altri membri che avevano suonato sul debutto. Sorretto da un maggiore coefficiente tecnico, il death dell’act di Olomouc privilegia i mid-tempo, gli assoli melodici e le strutture ritmiche si fanno spesso intricate. I punti di riferimento sono le band finlandesi meno ortodosse, come i Demigod e i Convulse (Godless Truth era un brano di questi ultimi), dai quali i cechi ereditano il gusto per le atmosfere cupe e notturne.

USURPER – Skeletal Season

Trainspotting: Tra i gruppi seminali del metal estremo, i Celtic Frost sono quelli più accostabili ai Black Sabbath (gruppo seminale per definizione) per i più vari motivi: innanzitutto sono il grado zero, grado zero non di qualcosa in particolare ma di un po’ tutto in generale – il che è la definizione stessa di grado zero, in fondo. Se togliessimo la componente Hellhammer/Celtic Frost a tutto il metal estremo che è venuto dopo, rimarrebbe giusto un 90% di Slayer e un 10% un po’ misto a seconda di chi si sta parlando. E no, gli Slayer non sono paragonabili ai due gruppi citati anche solo per l’essere inquadrabili in un genere ben preciso: la grandezza degli Slayer non sta in cosa suonassero, ma come lo suonassero. E come per i Sabbath, anche per i Celtic Frost esistono interi generi musicali che traggono la loro linfa quasi unicamente da alcuni loro dischi; e, in sovrappiù, gruppi che si gettano con rigore filologico a riprodurne la musica. Gli Usurper sono tra questi: in questo caso, se togliessimo la componente Celtic Frost, di Skeletal Season non rimarrebbe più nulla. Questo ovviamente non è un giudizio negativo, anzi: l’album è godibilissimo, col groove e la pompa giusti sempre al punto giusto, pur senza arrivare al fanatismo degli Warhammer che arrivarono a telefonare a Tom Warrior per chiedergli l’esatto tipo di amplificatori e distorsori usati durante la registrazione di Apocalyptic Raids. Forse Skeletal Season è il migliore del gruppo di Chicago, che è comunque sempre rimasto ben oltre la soglia della sufficienza, godendo di lunga e prospera vita discografica – e il nuovo album, Lords of Permafrost, è in dirittura d’arrivo.

GALADRIEL – The Mirror of Ages

Trainspotting: I Galadriel vengono da Bratislava, sono tuttora in attività e The Mirror of Ages fu il loro secondo album. Come pressoché tutti i gruppi dell’Europa Orientale, o quantomeno pressoché tutti quelli risalenti a questo periodo, hanno un’aria di amatorialità che potrebbe renderli ostici ad un pubblico occidentale: non solo per quanto riguarda il suono, ma anche per una generale sensazione di non essere completamente al passo con i tempi. Nello specifico, i Galadriel erano qui impegnati in un gothic doom in stile primissimi Theatre of Tragedy e derivati, un sottogenere che da noi ebbe qualche anno di gloria giusto due-tre anni prima dell’uscita di The Mirror of Ages, e che poi non si ripropose praticamente più; tanto che, se devo pensare a un disco pienamente anni Novanta, l’omonimo della band di Stavanger è una delle prime cose che mi viene in mente. Ma se ad un primo impatto The Mirror of Ages dà appunto la sensazione di essere nient’altro che una pacchianata fuori tempo massimo, coi suoi titoli da gothic lolita sotto acido e il suo immaginario vampirico softcore di pizzi e merletti, col passare degli ascolti riesce a svelare il proprio fascino. So che suona strano consigliare un gruppo gothic doom slovacco, ma i nostalgici di quel tipo di suono dovrebbero seriamente provare a dare un’occasione a quest’album.

TAAKE – Nattestid Ser Porten Vid

Michele Romani: Come diceva il buon Trainspotting nella sua più esauriente recensione di Nattestid…, questo esordio dei Taake rappresentò una sorta di commiato per un certo modo di intendere il black metal norvegese di fine anni ’90, come suono, come atmosfere, come tutto. In un particolarissimo momento in cui i grandi nomi del genere cominciavano a guardare ad altro (basti pensare a IX Equilibrium, Rebel Extravaganza o Grand Declaration of War che usciranno di lì a poco), un giovane ragazzo piuttosto problematico di nome Ørjan “Hoest” Stedjeberg, dopo un paio di interessanti demo a nome Thule, dà alla luce questo Nattestid Ser Porten Vid, una vera e propria dichiarazione d’intenti (le pagliacciate le lasciamo a Kanwulf) sul fatto che il true norwegian black metal fosse ancora vivo e vegeto, un lavoro che trasuda vecchia scuola in ogni suo riff e in un concept lirico che fa continuo riferimento alla propria città natale Bergen (anzi il suo antico nome Bjorgevin, per restare in tema). Lo stesso nome della band è un omaggio alla continua nebbia perenne che circonda la città, ed ogni loro disco è composto da sette tracce, come le sette montagne che la circondano. Sui singoli brani non c’è molto da dire: sono uno meglio dell’altro, con una mia personale predilezione per la parte III (il riff al minuto 1.28 è semplicemente una delle cose più belle mai uscite dalla Norvegia). Per rivivere la magia di quei tempi questo è un lavoro a dir poco obbligatorio: peccato che già da Hordaland Doedskvad si cominciasse a percepire qualche piccolo scricchiolio… il resto direi di lasciar perdere che è meglio.

CAVITY – Supercollider

Ciccio Russo: Dopo la buona notorietà underground guadagnata grazie a un’attività instancabile sia sul palco che in studio (solo l’anno prima avevano inciso tre ep e tre split, uno dei quali con gli altrettanto salubri Bongzilla), per i Cavity arriva il momento del grande salto. A produrre il terzo full della band di Miami, è la Man’s Ruin, la casa discografica di riferimento per tutti gli adepti del culto del riff di allora. Fa male pensare che la benemerita etichetta avrebbe chiuso i battenti pochi anni dopo, quando il boom di pubblico dei generi che aveva contribuito a lanciare era ancora di là a venire. Già, perché lo sludge allora era più pane per gli appassionati di hardcore che per i metallari. Voce alla carta vetrata, feedback lancinanti, chitarre doomy e ubriache e il santino degli Eyehategod in tasca. Rispetto ai dischi precedenti, Supercollider è un po’ più accessibile e lineare, un’evoluzione non dissimile da quella dei colleghi Buzzoven (allora già sciolti). Seguì un tour con i Refused durante il quale due membri su quattro se ne andarono e furono sostituiti in corsa nella migliore tradizione del disagio sludge.

IRON SAVIOR – Unification

Trainspotting: Nel 1998 gli Iron Savior volevano essere considerati un gruppo normale, e non più un divertissement di quei tre mostri sacri del power metal (Piet Sielck, Kai Hansen e Thomen Stauch) che furono responsabili del debutto e che, con l’esclusione dell’ex Blind Guardian, continuavano a costituire il nocciolo duro della band. Ad Unification i tedeschi arrivarono attrezzatissimi, con l’arrivo in pianta più o meno stabile di Dan Zimmermann (Gamma Ray, Freedom Call) alla batteria e l’ingresso di un bassista e un tastierista fissi. Musicalmente si ha una sterzata ancora più netta verso il power melodico tedesco di scuola helloweeniana, seppur intepretato in modo più roccioso dalla voce roca di Sielck e dal suono più robotico e grezzo tipico delle produzioni del pelato chitarrista/cantante di Amburgo. Siamo comunque agli stessi livelli del debutto, con tre-quattro pezzi entrati di diritto tra i cavalli di battaglia della band, come Coming Home, Starborn e The Battle, che vede la partecipazione di Uwe Lulis alla chitarra. La mia preferita è però Deadly Sleep, con Kai Hansen alla voce, che omaggia spudoratamente Aces High degli Iron Maiden rielaborandola in veste adatta per essere cantata a squarciagola dagli avventori della sagra del bratwurst di qualche paesino della Bassa Sassonia. E, in chiusura, come bonus track c’è la splendida Dragonslayer degli Excelsis, canzone vincitrice del concorso indetto per l’occasione dalla Noise Records.

4 commenti leave one →
  1. 1 febbraio 2019 07:56

    Certo che non aver mai sentito nominare i Celestial Season è una grave mancanza. Solar Lovers è un disco magistrale e imprescindibile gemma underground degli anni ’90!

    Piace a 1 persona

    • 1 febbraio 2019 12:37

      Solar Lovers è un capolavoro imperituro e irripetibile. Uno dei miei 5 album della vita.Stoner gotico con due violini per le masse!

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  2. Andrea permalink
    1 febbraio 2019 09:57

    Thy black destiny, per l’esattezza. Grandi sacramentum comunque 😂

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