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Avere vent’anni: EXCELSIS – Kurt of Koppigen

30 novembre 2018

Ogni appassionato di musica ha i propri gruppi-feticcio, quelli di cui si ha la sensazione di essere l’unico fan al mondo. Il mio gruppo-feticcio per eccellenza sono di sicuro gli Excelsis; e il loro disco che preferisco, che ho sentito di più e che conosco davvero a memoria è Kurt of Koppigen. Loro sono un gruppo svizzero, tuttora in attività, che uscì dall’anonimato per aver vinto un concorso della Noise Records che gli permise di apparire con una loro canzone come bonus track su Unification degli Iron Savior. Il pezzo scelto fu Dragonslayer, tratto dal presente Kurt of Koppigen che all’epoca era appena uscito.

Per farvi capire il livello di fanatismo a cui sto con gli Excelsis, c’è un aneddoto perfettamente calzante. Una dozzina di anni fa, io Ciccio e l’immortale Arioli andammo al Metal Days in Slovenia, che allora si chiamava Metal Camp. Festival spettacolare, location da paura, se potete andare andateci. Insomma, il festival è strutturato su due palchi, uno per i gruppi normali e l’altro per i gruppi più piccoli, esordienti, da demo eccetera, che peraltro mi pare pagassero per suonare. Noi infatti ci andammo nel furgoncino dei bolognesi Rain, che suonavano sul palco piccolo. I palchi erano distanti 100 metri e, tagliando per il backstage, ci mettevi un minuto a passare da uno all’altro. 

L’headliner della seconda giornata erano gli Slayer. Ciccio era ovviamente fomentatissimo, all’epoca c’era ancora Jeff Hanneman. Succede però che contemporaneamente agli Slayer, sul palco piccolo, suonavano gli Excelsis. Appena me ne accorgo non ho dubbi: affanculo gli Slayer, io vado a vedere gli Excelsis. Gli Slayer li ho già visti altre volte, vedere gli Excelsis è sempre stato uno dei sogni che pensavo non si sarebbero mai realizzati, dato che quelli si autoproducevano e in tour andavano al massimo fino a Zurigo. Ciccio è scandalizzato e continua a ripetermi che cazzo fai vedi che ci sono gli Slayer e mi guarda come se da un momento all’altro dovessi farmi esplodere nella folla. Io comunque vado a vedere gli Excelsis e scopro di essere ovviamente da solo. Vicino a me c’è un veneto talmente sconvolto che secondo me pensa di stare sentendo gli Slayer, una coppietta che limona seduta su una panca di legno a dieci metri di distanza e qualche occasionale avventore del chioschetto dei panini che guarda incuriosito i ragazzini che suonano sul palco prima di tornare frettolosamente a vedere gli Slayer. Gli Excelsis, per quanto possa valere, hanno fatto un concertone: per loro dev’essere stata un’esperienza parecchio divertente, e immagino che la racconteranno tuttora come quella volta che abbiamo suonato in Slovenia in contemporanea agli Slayer e gli unici due spettatori erano un tizio che ogni tanto vomitava sulla transenna e un altro tizio fomentatissimo che sapeva i testi a memoria. Sono tornato di là in tempo per gli ultimi tre-quattro pezzi e Ciccio mi ha insultato per mezz’ora.

Kurt of Koppigen è un gioiellino di metal oscuro e in qualche misura epico, beffardo e sgangherato come il protagonista del romanzo eponimo di cui è il concept. Una storia che narra di questo cavaliere straccione del 1298, ultimo erede di una casata finita in estrema povertà e che va in giro per le foreste svizzere a depredare qualcosa da portare a casa. Il libro, scritto da Jeremias Gotthelf nel 1844, è una delle opere più importanti della letteratura elvetica, e viene insegnato nelle scuole come da noi accade per I Promessi Sposi, ma al contrario del capolavoro manzoniano mantiene un tono tra il buffo e il grottesco, una specie di incrocio tra L’armata Brancaleone e una caricatura dell’epopea di Sigfrido, però raccontato con un senso dell’epica quasi omerico, sotto uno sguardo disincantato e ironico come quello manzoniano. Gli Excelsis, all’epoca poco più che ragazzini, riescono a renderne benissimo lo spirito da un’altra prospettiva, più avventurosa e ingenua, e a trasportarci tra l’oscurità umida dei boschi svizzeri su un power metal strano: quasi mai veloce, semplice tecnicamente ma non strutturalmente, oscuro, soffuso, notturno, però con una leggerezza che pervade l’intero disco. La produzione è veramente casereccia, ma ciò giova all’atmosfera dell’album, e fa in modo che tutto suoni sempre sgangherato e rozzo, proprio come il protagonista del romanzo. Perfetta in questo contesto la voce di Munggu, uno che fa sembrare Hansi Kursch un raffinato baritono della San Pietroburgo del 1860, e che canta power metal con la stessa attitudine con cui Quorthon cantava l’epic metal qualche anno prima.

È tutto estremamente spontaneo e profondamente sentito, l’equivalente power metal dell’attitudine da garage, qualcosa che in teoria cozzerebbe violentemente con i principi fondanti del genere ma che, in qualche modo, riesce a essere incredibilmente fresco e dare vitalità a delle melodie che probabilmente, se fossero state appiattite sui parametri del suono power di quegli anni, avrebbero perso gran parte del proprio fascino. È difficile trovare punti di contatto con altri gruppi, anche considerando la provenienza geografica degli Excelsis: in qualche modo si sente che l’area di competenza è quella germanica, ma il tutto è molto meno allegrotto e conviviale rispetto alle cose che vengono da quella tedesca politicamente detta. Hanno in un certo senso lo stesso senso di malinconia dei Blind Guardian, ma interpretato in maniera più ironica e fatalista, e senza tendere al coro da osteria come la band di Andre Olbrich.

Un’atmosfera crepuscolare come poche altre che mi vengono in mente; un gruppo di ragazzini di montagna che suona con tutta la propria ingenuità e la propria passione; melodie evocative e canzoni strutturate in modo sorprendentemente anarchico per un gruppo power metal: questo è Kurt of Koppigen, uno dei miei dischi preferiti di tutti i tempi e che, forse, nessuno di voi conoscerà. Peraltro ho sempre voluto parlarne e, adesso che sono stato costretto a farlo dalla circostanza di Avere vent’anni, mi rendo conto di non essere riuscito a farlo quanto vorrei. Immaginate se nessuno conoscesse uno dei vostri dischi preferiti, che avete consumato per vent’anni, che sapete a memoria ma i cui autori sono totalmente sconosciuti. Perdipiù un gruppo stilisticamente sfuggente come gli Excelsis, che sono davvero difficili da inquadrare.  E immaginate, a questo punto, di doverlo descrivere da zero. Credetemi, è complicato. Quindi fate una cosa, amici del vero metal: fidatevi di me, e ascoltatelo. Lo metto qui sotto, così che non possiate avere giustificazioni. (barg)

 

 

6 commenti leave one →
  1. 30 novembre 2018 10:12

    Possibile che nel metal shock cartaceo ci fosse un report e si parlasse di un basso spaccato

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  2. 30 novembre 2018 10:33

    comunque è la tipica copertina del disco che trovi impolverato e pieno di merda con ancora il prezzo in lire da Pink Moon

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  3. El Baluba permalink
    30 novembre 2018 11:44

    Cazzo ora devo ascoltarli e comprarmi il libro…maledetti voi!!

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  4. weareblind permalink
    30 novembre 2018 13:52

    Pensa, la bonus track mi fa tornare alla mente che vinsi su una radio locale il cd degli Iron Savior, e conosco solo quel pezzo!! Recupererò volentieri l’album.

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  5. fylopaloma permalink
    30 novembre 2018 14:25

    A me successe la stessa cosa con Sign of the Winner degli Heavenly, sul momento mi folgorò e lo ascoltai innumerevoli volte. Poi col tempo mi accorsi che non era tutto sto granché. Ogni tanto però lo rimetto in macchina e canto i testi a memoria e così sarà per i secoli dei secoli

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  6. 30 novembre 2018 19:51

    Mi fa molto piacere che parliate degli Excelsis e vedo che provocano ricordi e risposte, quindi ancora meglio. Anche io notai Dragonslayer sul disco degli Iron Savior, dopodiché mi interessai al gruppo. Non brillarono per le copertine, ma Grande Metal Svizzero.

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