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Avere vent’anni: BATHORY – Blood on Ice

27 maggio 2016

bathory blood on ice

Quella che seguirà è la mia storia di vendetta, la storia di Blood on Ice!

Ero soltanto un bambino e vivevo in un piccolo villaggio, circondato da persone pacifiche, alte, belle. In una gelida alba di un duro inverno, ancora ammantata dalla nebbia mattutina, fummo destati dal crudo gracchiare di un corvo che preannunciava quella che presto sarebbe stata la fine di tutto. Inquietanti ombre a cavallo, alto il nero vessillo, entrarono nel villaggio, scuotendo la terra e squarciando il silenzio con un ruggente rombo di zoccoli. Presto la neve, candida e intatta, da bianca si tinse di rosso del sangue dei cadaveri afflitti da mortali ferite. Venti cavalieri neri dall’emblema della Bestia a due teste, mutilavano, violentavano, mozzavano teste. Il bosco oscuro urlava atroci sofferenze di donne e bambini trucidati, le cui anime inquiete venivano adesso imprigionate nel lontano Nord, nel luogo da cui non si fa ritorno. Nascosto tra gli alberi, udivo distintamente la tundra risuonare delle crepitanti fiamme alimentate da un vento gelido. Piangi mio vecchio corvo.
Non so per quanto tempo rimasi celato e nemmeno quanti anni trascorsi nei boschi selvaggi. Se fossi diventato più uomo o bestia non saprei dire, ma crebbi rafforzato nel fisico e nello spirito, motivato da un’unica cosa: la vendetta! Quando un giorno incontrai un vecchio con un occhio solo e tutto cambiò. Il vecchio possedeva in sé il dono della preveggenza e sapeva leggere nel distante futuro e nel lontano passato. Egli mi disse che aveva visto ciò che sarebbe accaduto fra centinaia d’anni e quale sarebbe stato il mio ruolo nella storia del mondo. La visione di me, il prescelto, a cavallo di uno stallone più bianco della neve, armato di una spada forgiata nel fuoco e nel ghiaccio, avrei combattuto le forze dell’oscurità, facendo risuonare nell’aria urla di morte dei guerrieri che avrei affrontato sul mio cammino. Ma prima sarei stato sottoposto ad un lungo e difficile addestramento.
Avrei ottenuto l’abilità nell’uso della più mortale delle armi, il potere del cavallo a otto zampe; sondando le profondità senza fine del lago del sapere e sacrificando i miei occhi avrei acquisito la conoscenza di tutto il mondo, ma avrei ottenuto la vista dei corvi Hugin and Munin, che mi avrebbe accompagnato fino alla fine dei miei giorni terreni, donandomi le visioni di cieli infiniti e montagne lontane. Avrei incontrato un’orribile strega, che in cambio del mio cuore, strappato di forza del petto e lanciato nella tana del serpente, mi avrebbe conferito il dono ultimo dell’invincibilità, che avrebbe avuto fine nel momento in cui avessero risuonato le mie ultime ore in questo mondo mortale. Dove sono diretto non avrò bisogno né degli occhi, né del cuore, perché se dovessi morire o essere decapitato il mio corpo marcirà comunque e se dovessi fallire la mia anima sarà delle Valchirie. Con la spada al mio fianco, in groppa al bianco stallone nato dal vento e con fisso su di me lo sguardo vigile degli Dei del Tuono, del Vento e della Pioggia, so che è giunto il momento di cavalcare oltre il confine di questo mondo, nei regni del non ritorno, dominati dall’oscurità e dalle ombre, dove caddero gli uomini del Nord.
Per quindici anni gli Dei mi hanno osservato, giorno e notte hanno visto crescere in me la forza e ora è arrivato il momento che i corvi mi guidino verso la valle della morte, affinché possa battezzare la mia spada nel sangue della Bestia, prendergli la vita, tagliare nude gole, ricevere vendetta per le anime inquiete dei morti e farle tornare su, oltre le nuvole, dove, come mi diceva mio padre quando ero solo un bambino, le anime dei guerrieri morti in battaglia dovrebbero riposare in pace. È tempo di gloria o di morte. Che gli Dei siano al mio fianco!

E così, questa è la poesia di Blood on Ice, così mirabilmente rappresentata dalla copertina di Kristian Wåhlin, che mi sono umilmente permesso di romanzare, cercando di essere il più possibile fedele e rispettoso verso la grandiosità inarrivabile del genio artistico di Quorthon. Il pensiero che la gente comune non sappia dell’esistenza di tutto ciò conferma l’idea che noi abbiamo qualcosa in più degli altri ed è un qualcosa che abbiamo solo noi e che, per questo motivo, dobbiamo tenerci stretto. È doveroso versare un tributo ai Bathory ed è giusto farlo per Blood on Ice, l’album che di fatto ha dato vita al filone del viking metal nella sua più limpida purezza, decontaminato, cioè, da ogni residua ingerenza satanista del precursore e anticipatore Blood Fire Death, ma la cui grandezza, al di là di possibili discussioni sul suono e la produzione, va oltre il tempo. Inoltre, proprio tra pochi giorni ricorreranno i dodici anni dalla morte di Quorthon o, per meglio dire, dalla sua ascensione al Valhalla. Blood on Ice è la storia wagneriana (o hyboriana, se volete) per eccellenza, un costante mid-tempo galoppante alternato a ballate acustiche, folk ed epiche, che più classiche non si può, è l’ispirazione massima di un uomo che forse non ha ancora vissuto il suo apice artistico, cosa che invece io sarei anche portato a pensare, ma credo solo per una questione semplicemente affettiva. È un album senza tempo perché registrato verso la fine del 1988 ma che, a causa dei dubbi di Quorthon circa la possibile risposta negativa di un pubblico abituato a sonorità e stile ben diversi fino a quel momento, ha visto la luce solo nel maggio del ‘96, proprio oggi, esattamente 20 anni fa, allorquando Forsberg fu convinto dal responso negativo ricevuto da Octagon, l’album che di fatto segnava un passo falso rispetto ai periodi di Under the Sign of the Black Mark, Blood Fire Death e la doppietta Hammerheart/Twilight of the Gods. È proprio con questi album che Blood on Ice andrebbe misurato, in quanto tra di essi idealmente si inscrive a distinguere nettamente le due anime principali dei Bathory. È un discorso lungo che, sì, si potrebbe fare, che forse dovrebbe affrontare qualcun altro, perché per quanto mi riguarda Blood on Ice parla da solo, si racconta da sé e racconta la storia più epica possibile. Blood on Ice mette tutto e tutti a tacere. Tacete ed ascoltate, dunque. (Charles)

 

8 commenti leave one →
  1. 27 maggio 2016 09:52

    Disco che sta al Metal come il Lohenring sta alla musica sinfonica.

    Non serve aggiungere altro.

    Liked by 1 persona

  2. Cattivone permalink
    27 maggio 2016 10:01

    Quorthon semplicemente stava su un altro livello rispetto a tutti gli altri.

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  3. Manuel Colombo permalink
    27 maggio 2016 10:59

    L’ho messo su per tacere e ascoltare.

    Liked by 1 persona

  4. fredrik permalink
    27 maggio 2016 18:03

    capolavoro assoluto, appena appena sotto hammerheart.

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  5. AndreaGnarluz permalink
    30 maggio 2016 22:36

    eh no e che cazzo: https://www.youtube.com/watch?v=yNU9oQWe7cc

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