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Le delizie dello scantinato: NECRODEATH – Into The Macabre

4 marzo 2018

Ad oggi sono sicuro al cento per cento che non c’è un filone del metal che non riesco proprio ad ascoltare in toto. Di sicuro ne ho individuati alcuni che trovo meno interessanti rispetto ad altri, ma la cosa certa è che niente – in età giovanile – mi ha coinvolto e appassionato tanto quanto il thrash al punto di farmi cercare, individuare ed acquistare al mercato di Scandicci le stesse scarpe che aveva Igor Cavalera nelle foto del booklet di Beneath The Remains. E altre cazzate del genere. Se da un lato attitudinale gli Stati Uniti occidentali vincevano a man bassa con la loro infinita personalità, nella seconda metà dei novanta sono giunto alla conclusione che per il sottoscritto le cose più estreme e irreverenti – tipiche di dieci anni prima – non avevano rivali sul piano strettamente affettivo: avevo una profonda preferenza per istantanee dall’impatto incontenibile come Pleasure To Kill, Schizophrenia o Hell Awaits che i rispettivi compositori non avrebbero più ripetuto in futuro, neanche realizzando album oggettivamente migliori e certamente anche più influenti. Il periodo che andava dal 1985 al 1987 non era solo quello del cambiamento radicale apportato dai vari Among The Living, ma anche quello degli album di thrash malvagio e privi di ogni possibile compromesso. Dei Bathory più cazzuti che scrivevano cose come Equimanthorn e 13 Candles, per intenderci. Senza entrare nello specifico di quanti generi legati agli anni novanta abbia influenzato quel triennio, direi che è il momento di passare l’evidenziatore su un marchio di fabbrica italiano che meriterebbe di essere trasmesso in sottofondo anche nelle botteghe, mentre la chiattona della vostra vicina implora il gastronomo di tagliare la mortadella meno alta della volta precedente: Into The Macabre dei Necrodeath.

Male puro, non velocità o cambi di tempo, riff taglienti o qualunque altro termine potrebbe venirvi in mente per descriverlo. Male puro invecchiato bene per oltre trent’anni, ed a livelli goduriosi perchè si trattava semplicemente di un disco bellissimo, oltre che – appunto – ineguagliabile nel tempo. A soli due anni da The Shining Pentagram, il loro demo di debutto. 

Il mio primo impatto con i Necrodeath è stato il seguente: possedevo i primi due album dei Sadist – dei quali ho sempre avuto una netta predilezione per Above The Light – e in linea di massima conoscevo le circostanze in cui Peso li aveva formati e pure il riferimento al passato che era presente nel loro nome. Non avevo invece mai ascoltato cosa avesse inciso la sua precedente band, tantoché, quando mi fu consigliato Mater of All Evil, il negoziante di fiducia me li aveva indicati come “il ritorno di quelli di Into The Macabre”. Era uscito il giorno prima, lo comprai dopo avere dato una rapida passata a The Creature e fu così che scoprii uno dei dischi metal italiani a cui mi sarei più affezionato. Logico, poi, andare a recuperarne l’intera – e breve – discografia partendo da quell’Into The Macabre il cui titolo mi rimbombava nella testa come un doposbronza da doppio malto belga. Ovviamente, mettere su un disco del genere comportò immediati paragoni con quel Mater of All Evil che, il giorno successivo alla sua release su Scarlet, mi era parso già di per sé un mezzo miracolo. Il drumming personalissimo di Peso non aveva ancora subito il trattamento dei Sadist (è in Tribe che inizio a ritenerlo maturo al punto giusto – lì una delle mie strumentali preferite di sempre, From Bellatrix To Betelgeuse) e le chitarre di Claudio vennero da più parti inquadrate come thrash-death ma non si andava proprio a parare dalle parti dei primi Death o Possessed. Si trattava, piuttosto, di un’estremizzazione radicale di alcuni dei gruppi che ho nominato poco più sopra e la domanda è: com’era possibile, nel 1987, ambire a suonare ancora più estremi dei Kreator? Nonostante una produzione caotica, e passata attraverso seri problemi di mixaggio che fecero impazzire Aldo De Scalzi, Into The Macabre uscì fuori perfetto così com’era: è l’aria insalubre e corrotta che si respira in questo disco, la sua carta vincente.

Soffermarsi sulle singole canzoni è pressoché inutile, poiché sono quasi tutte dei veri e propri classici. Al punto che Graveyard Of The Innocents, una delle meno celebrate in assoluto, è anche fra le mie preferite. Piuttosto che in favore di The Flag Of The Inverted Cross o Mater Tenebrarum, entrambe ri-registrate in anni più recenti, della bellissima Necrosadist o della lovecraftiana At The Mountains Of Madness, spezzerei una lancia in favore di uno dei protagonisti che resero questo momento della discografia dei Necrodeath assolutamente unico: Ingo, all’anagrafe Nicola Ingrassia, una delle voci più caustiche e infernali che io abbia mai sentito in vita mia. E fu breve anche per lui, non tanto per la militanza ristretta al solo successivo Fragments Of Insanity prima del periodo con gli Schizo, quanto per il fatto che nel buon album aperto da Choose Your Death il suo stile si fosse già fatto più urlato e spinto, e forse anche per questo non ripetè i livelli di cattiveria toccati in precedenza. Un’istantanea perfetta, possibile solo in quegli anni e di cui i Necrodeath avevano approfittato con pochi – ma più che adeguati – mezzi a disposizione.

Lunga vita a questo impressionante debut album, ai suoi interpreti ed in particolar modo ad un chitarrista come Claudio, che proprio lì iniziò a donare alla band la sua impronta (sebbene negli anni duemila, anche senza di lui siano uscite cose più che dignitose come 100% Hell o Phylogenesis). Prepariamoci al loro ritorno, che avverrà a breve con The Age Of Dead Christ, e speriamo possa essere il tempo di esultare ancora. (Marco Belardi)

6 commenti leave one →
  1. 4 marzo 2018 17:46

    Qui si parla di roba grossa: un disco che ha segnato gli ascolti di tanti e che ha incontrato quella voglia di spaccare il mondo, che in fondo accomuna tutti i metallari, con un suono e una cattiveria che non ha più avuto nessun altro. Era ed è Metal, in una delle sfumature migliori e più estreme di sempre.

    Io mi pregio di avere ancora il disco comprato al tempo, edizione MINOTAURO, roba più proibita e più malvagia del Necronomicon.

    Vi segnalo che sul vinile, nello spazio alla fine dei solchi (perché io ci andavo a guardare) c’è incisa la frase:

    BLACK THRASH ‘TIL DECAY !!!

    Piace a 2 people

  2. vito permalink
    4 marzo 2018 18:35

    nei miei improvvisati viaggi in giro per il vecchio continente ho sempre incontrato metallari che li conoscevano, qualcosa vorra’ dire !

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  3. Nicolas permalink
    11 marzo 2018 12:47

    Quale commento si può aggiungere a proposito di un album leggendario, vera e propria eccellenza italiana che Dante, Leonardo e Manzoni gli spicciano casa ai Necrodeath? Nessuno, possiamo solo inchinarci sulle nostre ginocchia e venerarlo.

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