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NECRODEATH – The Age of Dead Christ

20 marzo 2018

I Necrodeath. La migliore band italiana al pari con i Death SS, fra i quali non esprimo una chiara preferenza soltanto perché il loro percorso – ed anche i risultati ottenuti nel tempo – sono stati influenzati da circostante molto diverse. Ma Into The Macabre e Black Mass, su quei due titoli non ho alcun dubbio, sono il meglio che – musicalmente – questo paese ha saputo offrire al sottoscritto.

Per capire come si sia arrivati a The Age of Dead Christ e quanto lo apprezzerete è fondamentale porsi una domanda: come preferite che suonino i thrasher liguri? Se invece non ve ne frega un cazzo, saltate direttamente alla seconda parte perché è là che troverete la recensione.

Quando è uscito Mater of All Evil il loro sound era tanto diabolico quanto in passato, e la cosa si sarebbe ripetuta in buona parte anche nel successivo Black as Pitch. Fondamentalmente, però, il loro thrash metal era già al passo con i tempi, quadrato e in netto distacco con quel sound a metà fra Slayer, Kreator e Bathory che avevamo sentito in occasione degli esordi. Si capiva in realtà già da Fragments of Insanity che nelle intenzioni dei Necrodeath c’era la volontà di affermarsi come gruppo thrash in costante evoluzione, e senza rimanere associati esclusivamente a radici estreme. La ragione è semplice e condivisa con tante altre band provenienti dallo stesso calderone: i musicisti crescono e migliorano tecnicamente, ed è pressoché impossibile per loro mantenere quel mood che caratterizza le primissime composizioni in studio. Chiedere ai Sarcofago per credere, visto che pure nel loro caso il sound di I.N.R.I. era praticamente scomparso già col successivo Rotting. A distanza di pochissimo tempo, quindi.

Il secondo passo evolutivo dei Necrodeath non fu capito da nessuno, quando con Claudio ancora nei ranghi uscì Ton(e)s of Hate e venne immediatamente bollato come eccessivamente moderno un po’ da tutti. In realtà quel disco era una sorta di omaggio al thrash degli anni novanta, e il suo punto di forza consisteva nella sezione ritmica, profondamente messa in risalto dai genuini metodi di registrazione e dal mixaggio finale. Non ho mai più sentito la batteria di Peso suonare così bene, così come non mancavano canzoni di spicco come Perseverance Pay o The Mark Of Dr. Z. Casomai, i Necrodeath stavano innegabilmente diventando meno “cattivi” e l’ombra di Into the Macabre – di cui in quell’occasione fu registrata nuovamente The Flag of The Inverted Cross – iniziò prepotentemente ad allungarsi su di loro. Poi Claudio ha mollato e vi dirò, il costante cambiamento che avrebbe a breve travolto il gruppo di Genova è stato l’unico modo di ammortizzare una perdita del genere perché né lui, né Peso, erano elementi da considerare sostituibili senza uscirne con le ossa rotte. A quel punto ci sono stati alcuni passaggi fondamentali, dopodiché si arriverà a parlare di The Age Of Dead Christ: in primis 100% Hell, ossia il disco meno rischioso e formalmente più facile da affrontare di tutta la discografia dei Necrodeath; ed a distanza di qualche anno, l’avvento definitivo del vero successore di Claudio Bonavita. Pier Gonella, ex Labyrinth.

Con lui la band aveva la responsabilità di dare la luce al successore di Draculea, per chi scrive il primo capitolo non proprio riuscito di una carriera già ventennale. La musica dei Necrodeath fu portata ad un nuovo livello e se Phylogenesis risultò generalmente gradito ma senza far gridare al miracolo, col successivo Idiosyncrasy la sensazione di passo più lungo della gamba divenne ricorrente. L’album, composto da una traccia unica, viveva di momenti e certi di essi erano sicuramente molto buoni. Ma non era assolutamente così che avrei voluto – rispondendo alla domanda iniziale – sentire suonare i Necrodeath. Come in Phylogenesis individuavo una produzione un po’ artificiosa e comune a molte band odierne, e in quel momento iniziai ad essere dell’opinione che ben venga l’evoluzione di una band, ma c’è un momento in cui si devono semplicemente rimettere in ordine le carte ed eliminare tutto ciò che di troppo si è accumulato negli anni. La sensazione è che con The 7 Deadly Sins, Flegias e compagnia bella avessero perfettamente metabolizzato questo concetto, anche se al disco – di buona qualità – mancava forse il pezzo realmente trainante, la Master of Morphine o la Hate and Scorn della situazione, per intenderci.

The Age of Dead Christ (2018)

The Age of Dead Christ è stato presentato come il ritorno alle sonorità degli esordi: cosa significa? Lo puoi fare in due maniere, una giusta ed una sbagliata. La seconda consiste nel prendere come punto di riferimento un momento della tua discografia per il quale i fan vanno pazzi, e che potrai provare a ripetere per correre il minor rischio possibile nelle pubblicazioni future. È la cazzata che hanno fatto gli Slayer in seguito al periodo “moderno” che culminò nel fortunato God Hates Us All, cestinando un percorso evolutivo durato quasi vent’anni e – di fatto – riprendendo lo stile feroce di Divine Intervention come modus operandi da recitare ancora e ancora. Il tutto, quando onestamente non sapevi più dove andare a parare. Per quanto Christ Illusion mi abbia inizialmente fatto impazzire e sia riuscito a rivalutare una buona parte di World Painted Blood, si tratta pur sempre di due dischetti a cui non avrei mai voluto vedere associato il loro nome. L’ultimo, poi, è proprio un qualcosa di infimo. Ecco, Necrodeath, che cosa rischiavate.

La maniera giusta è quella di The Age of Dead Christ, poiché non inserendo il pilota automatico con le precise coordinate di Into The Macabre o altro (a cui il qui recensito lavoro non somiglia nemmeno per finta), si è finiti per ottenere un disco dal fascino retrò, ma non necessariamente ruffiano, costruito eccessivamente a tavolino o – per dirla in parole povere – concettualmente sbagliato. Il metodo adottato per cambiare ancora una volta rotta condivide alcune delle scelte fatte su The 7 Deadly Sins: approccio totalmente in-your-face, brani dalla struttura semplice, violenza a palate. Senza rinnegare la relativa complessità abbracciata dal periodo immediatamente precedente, che saranno ben felici di riprendere qualora ci siano i presupposti per ottenerne un buon album (che alla fine dei giochi, è l’unica cosa che realmente conta). Ma io voglio sentirli suonare così, i Necrodeath.

In questo nuovo capitolo c’è un piccolo indizio che fa capire perchè le cose si trovino esattamente al loro posto: l’ennesima riedizione di un classico di Into The Macabre, Undead, che conserva al meglio le atmosfere originali pur non disponendo di quel momento storico, quei musicisti, quella registrazione magnificamente confusionaria. È la cover di sé stessi che meglio hanno realizzato da quando si cimentarono nel remake di Eucharistical Sacrifice, fatta esclusione per la Iconoclast del 2000 che fu assolutamente superiore alla storica per molti motivi. Il sound di The Age of Dead Christ è scarno, non presenta la veste moderna e “svedese” dei fruttuosi trascorsi agli Underground Studios. E così i brani, su tutti The Crypt of Nyarlathotep (si torna ad omaggiare Lovecraft), propendono per un sano minimalismo che è perfettamente rispecchiato dalla esemplificata copertina in bianco e nero, e con pochi elementi in vista. Dopodichè c’è il thrash metal, e basta; a partire dalle sue origini collocate nella prima metà degli ottanta (citate in The Order Of Baphomet, con ritmiche a metà fra i Sodom e certe cose dei Venom), giungendo fino alle cose più pesanti e nichiliste delle annate successive. Ma questo non è e non sarà mai un disco sulla falsariga di quelli storici: è semplicemente l’aria che si respira, ad essere nuovamente malsana.

Le uniche due pause dalla furia cieca di The Age of Dead Christ sono il singolo The Triumph of Pain, che inizialmente non ho apprezzato molto e di cui adesso non riesco a cancellare dalla testa il refrain oltre che l’ottimo ed elementare lead conclusivo di Pier Gonella –  una sorta di mid-tempo oscuro sulla scia del classico Process of Violation da Black as Pitch – e poi il pezzo conclusivo nonché title-track. Il problema, semmai, è che sembrano incollate lì da un altro disco, facendo a sportellate con tutta l’atmosfera e il mood che si erano creati al momento di concludere The Kings of Rome e The Revenge of The Witches (in quest’ultima, le melodie chitarristiche più vicine ad Into the Macabre di tutto il lavoro). Pochissimi momenti di quest’album fanno pensare ad un filler, ed è un dato positivo oltre che supportato dal fatto che un album di nove tracce è un qualcosa di facilmente affrontabile. The Master Of Mayhem ne è probabilmente l’apice e la durata, di poco superiore alla mezz’ora, è semplicemente perfetta.

Trascurando i primi due lavori non per la qualità ma perché si andrebbe a toccare un’altra epoca, colloco The Age of Dead Christ sul livello di 100% Hell, assolutamente sopra alle ultime quattro opere, un gradino sopra a Tones of Hate ed uno sotto ai primi due lavori post-reunion. Il ritorno dei Necrodeath è promosso; ora ogni futura mossa sarà approvata a patto che l’obiettivo sia realizzare un disco di valore, come questo. Ma se si deciderà di rimanere su queste coordinate, mi andrà più che bene. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    21 marzo 2018 07:58

    Belardi recensore master. A me questo gruppo non piace, ma la tue rece sono spaventose. Chapeau.

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  2. 22 marzo 2018 22:56

    D’accordissimo con l’ottima recensione.
    Sono riuscito ad ascoltarlo poche volte, ma mi suona già familiare: io e i Necrodeath ci capiamo al volo, di solito. Per me è già disco dell’anno.

    Anche questo lavoro è frutto di una scelta precisa, sempre nella direzione di una cattiveria, una velocità di esecuzione e di una ricerca sonora che in pochissimi hanno nel nostro genere. I ragazzi staranno crescendo, ma non hanno nessuna voglia di rallentare: l’estremismo di “The 7 Deadly Sins” è confermato in pieno e qui è più strutturato, le dissonanze sono insistenti e le ritmiche, quando non lanciate al limite del fisicamente eseguibile, stordiscono anche usando sincopi e tempi composti.

    La nuova versione di “Undead” rientra poi nel discorso già fatto con “Mater Tenebrarum”, “Graveyard” e gli altri classici: è bellissima come l’originale e ancora più malvagia nella precisione dei moderni mezzi di incisione.

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  3. 28 marzo 2018 08:25

    Ho ascoltato i due pezzi in anteprima e ho il cuore spaccato a metà. The Triumph Of Pain è tra le cose più banali mai fatte dai Necrodeath, mentre The Whore of Salem è una bellissima canzone.

    Piace a 1 persona

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