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Col minimo sforzo: KALMAH – Palo

12 aprile 2018

kalmahpalo

Non avete idea di quanto ci fossi andato sotto con i Dimmu Borgir al tempo di Enthrone Darkness Triumphant.

Sentire Shagrath che dichiara in una recente intervista che mischiare olio e acqua potrebbe non funzionare, ma loro sì che lo fanno funzionare, mi ha causato delle fitte al fegato per le quali necessiterei un check-up medico accurato, per accertare che colui che cantò su Alt Lys Er Svunnet Hen non abbia causato danni ingenti al mio compromesso organo interno.

Ad aggravare questi ultimi – a dire il vero – aveva già pensato la band in toto, cimentandosi nella realizzazione di due videoclip in cui si respira un’atmosfera a metà fra la sigla finale de Gli Aristogatti in cui bestie di varia natura intonano Tutti quanti voglion fare il black, e un’attitudine da parodia della quale ero pressoché certo che gli Arch Enemy fossero ormai i maestri indiscussi. Ora non lo sono più.

Galder in una scena del video di Interdimensional Summit

Questo succede a mischiare l’olio con l’acqua, e i Kalmah – esperti di quest’ultimo elemento in quanto parlano di paludi praticamente dal 2001, anno del bellissimo debut Swamplord – si sono ben guardati dal cimentarsi in esperimenti a metà fra chimica e cucina, da cui un metallaro dovrebbe francamente tenersi a distanza a priori, limitandosi a mescolare ciò che finisce davanti al filtro, e ad ordinare birre sempre più buone. La semplicità prima di tutto. 

Palo è l’ennesima prova in studio di un gruppo oramai veterano di una scena-non-scena che, una quindicina di anni fa, li fece bollare a ragione come cloni dei Children Of Bodom che non erano riusciti ad andare oltre la prova d’esordio. A dire il vero trovo meno somiglianze con la band di Laiho negli esordi che oggi, e questo fattore potrebbe destare non poca preoccupazione. In realtà Palo non è un brutto disco, ma si fa recapitare a destinazione con un biglietto di presentazione pessimo sotto forma di singolo ritmato in cui il growl – una rischiosa imitazione di Ross Dolan degli Immolation e del Chris Barnes più svociato del periodo in cui era diventato “espressivo” con i Six Feet Under – sciupa tutto lo sciupabile, inclusa la brillante linea melodica del ritornello.

Blood Ran Cold ha il compito di aprire il disco ed è l’unica capace di far rivivere i fasti dell’album di esordio; poi si rivive lo stesso film, avviato con They Will Return e colpevole di avere dato il via ad un lento, ma inesorabile e sterile processo di appesantimento/appiattimento generale del sound dei Kalmah. Che sono arrivati cinque anni fa ad intitolare un disco nella peggiore maniera possibile, Seventh Swamphony, per poi recuperare qualche punto in qualità con questo Palo senza mostrare ancora una volta cenni di una imminente svolta, rivoluzione o quant’altro. Altra pessima premessa, oltre alla sopraccitata The Evil Kin, è il modo in cui nell’altra canzone candidabile a singolo – Take Me Away – si finisce per scippare l’identità a qualcuno (in quest’occasione i poveri e compianti Sentenced) senza troppa vergogna. Poi c’è una pesantezza di fondo che ben riassume lo stato attuale di una band che, con pezzi come The World Of Rage – titolo degno dell’ultimo Necrodeath! – o Into The Black Marsh, punta a risultati soddisfacenti col minimo sforzo. E li ottiene, ci mancherebbe.

Disco di scarsa personalità ma più appetibile dei predecessori, e probabilmente il migliore dai tempi di Swampsong – che non mi fece affatto impazzire quando uscì – anche se non è facile chiudere gli occhi ogni volta che vengono pesantemente citati i Children Of Bodom. I Kalmah sono abili nel creare canzoni che seguono uno schema preciso e ripetitivo: melodie di chitarra in primissimo piano, blast-beat ricorrenti, un vago sentore di black melodico e linee vocali perennemente in screaming. Ogni variante al percorso prestabilito causa seri problemi ad un gruppo evidentemente non in grado di fare esperimenti, o di uscire da certi schemi assodati. Per cui il growl, i pezzi con le accelerazioni power metal in stile Follow The Reaper (in Paystreak e non solo) ed i passaggi ai limiti del thrash lasciateli fare ad altri, e siate concreti, al rischio di risultare un po’ ripetitivi. Tanto è in quel modo che sono uscite le vostre canzoni più celebri, come Heritance Of BerijaHades, ed è applicando lo stesso elementare metodo che avete azzeccato, oggi ed a così tanti anni di distanza, il punto più alto del vostro nuovo album: Blood Ran Cold. (Marco Belardi)

7 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    12 aprile 2018 12:07

    Perché recensite questa roba brutta quando sono fuori cose nuove (e cazzutissime) di Mournful Congregation e Solstice (quelli inglesi ed epic doom)?

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  2. weareblind permalink
    12 aprile 2018 18:52

    Totale disaccordo sull’andamento qualitativo dei Kalmah, Seventh Swamphony mi entrò in fissa, ascoltavo soprattutto The trapper 4-5 volte di fila a volume inumano. Non sapevo di questa uscita, quindi grazie Belardi, mi fiondo con ALTE aspettative.

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  3. fredrik permalink
    13 aprile 2018 00:28

    sono finlandesi, ergo mi piaceranno anche stavolta. Seventh swamphony gioiellino.

    Piace a 1 persona

  4. 13 aprile 2018 13:37

    MI SCUSI, CHI HA FATTO PALO?

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  5. raoulboban permalink
    13 aprile 2018 23:28

    Concordo Seventh Swamphony bello. Ma a me anche They will return garbò di molto … per non parlare di The Black Waltz…ma che gli vuoi dire ai Kalmah…fanno sempre il loro onesto dischetto. Massimo rispetto a loro !

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  6. weareblind permalink
    14 aprile 2018 11:30

    Bell’album, non ha i guizzi del precedente, ma bello. Minimo sforzo, concordo.

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