Skip to content

Avere vent’anni: SIX FEET UNDER – Warpath

4 ottobre 2017

Luca BonettaWarpath fu il primo disco dei Six Feet Under che ascoltai e ricordo ancora le circostanze esatte in cui avvenne. Un amico dell’epoca me lo prestò incensandoli manco fossero la new sensation del death metal ed io, un po’ scettico, accettai di dar loro una chance. Ora non sono qui a dire che effettivamente la band di Barnes sia fondamentale (o anche solamente utile), ma è innegabile che una ragion d’essere ce l’abbianno anche loro, suvvia.

Tralasciando i capitoli più infelici (vedasi i vari Graveyard Classics, utili come un culo senza buco) quello che inizialmente nacque come un semplice divertissement per Chris Barnes, su Warpath aveva già iniziato a camminare con le sue gambe divenendo qualcosa di più. Il disco in sé è il classico disco dei Six Feet Under: tempi cadenzati, un po’ di doppio pedale qua e là, chitarroni alla Obituary e i rantoli del capelluto Barnes a condire il tutto. La struttura-canzone è ridotta ai minimi termini, tant’è che ricordarsi un pezzo dei SFU è semplice quanto memorizzare la propria data di nascita, e francamente in questo non ci vedo nulla di male. Warpath, così come l’intera discografia dei Six Feet Under, fa dell’immediatezza la parola d’ordine, e ci riesce pure, i loro dischi te li godi come un piacevole passatempo, e forse è proprio questo il motivo per cui non decollano mai del tutto.

Marco Belardi: I Six Feet Under sono come una ragazza parecchio fica, di quelle che farebbero girare praticamente tutti a prescindere dal loro fabbisogno o situazione ormonale, ma che sposta il tiro dalle parti dell’ Orrore cosmico mettendosi in abiti comodi in situazioni anche extra casalinghe. Fanno parte della lista di accessori da carbonizzare con veemenza le ballerine, i fuseaux camouflage verdi militari specie se con parti fluo, e le maglie in pile che nascondono ogni forma e bendiddio sotto un manto caldo e peloso equivalente – per effetto ottenuto sul maschio – alla castrazione chimica.

Chris Barnes in realtà assomiglia al fac-simile di un sasquatch utilizzato in quei programmi DMAX, dove improvvisati avventurieri vogliono a tutti i costi dimostrare di averne avvistato uno sui monti dell’ Idaho, intervistando improbabili redneck in preda all’analfabetismo cronico e testimonianze raccapriccianti. Ma la creatura allestita dal pelosone di Hammer Smashed Face, inizialmente un giochino, sarà di lì a poco un lavoro full-time visto quanto accaduto nei Cannibal Corpse. Ed aveva tutto l’occorrente per essere la fica pazzesca del death metal degli anni novanta. C’erano il chitarrista degli Obituary Allen West, il loro attuale bassista Terry Butler (ex Death e Massacre), più Greg Gall dietro alle pelli.

Barnes aveva ovviamente capito l’antifona: occorreva rallentare i tempi e semplificare la proposta in favore dell’immediatezza a tutti i costi. In favore di Warpath, il secondo parto dei Six Feet Under, si può dire che è sicuramente quello che suona più Obituary di tutta la loro discografia. Più quadrato del debut (Haunted), che era a sua volta leggermente più ispirato, è però anche meno eterogeneo di Maximum Violence, in cui la band inizierà a prendere una minima parvenza di direzione propria, per poi finire dalle parti dei copiosi album di cover anziché fermarsi qui a quella di Death Or Glory, del concime stallatico di 13 e Commandments, e dei tentativi di proporre un qualcosa di tecnico delle ultime fatiche.

Il problema principale dei Six Feet Under è che si ha l’impressione – forte – che Chris Barnes se ne stia lì seduto a dipendere in tutto e per tutto dagli altri membri del gruppo. Il che ha messo probabilmente in mostra gli scarti degli Obituary negli anni novanta, per poi non mettere in mostra proprio un bel niente (anche se gli ultimissimi due lavori hanno sicuramente qualche spunto interessante). Le linee vocali di Nonexistence – per quanto ripetitive – sono una ficata, Burning Blood e A Journey Into Darkness sono altri due momenti riusciti ma il groove, i tempi friendly e la semplicità della musica della formazione della Florida, hanno ed avranno sempre il problema insormontabile di non riuscire a far combaciare il tutto con pezzi veramente indimenticabili. Qualche hit nascerà anche in seguito, come Victim Of The Paranoid in Maximum Violence, ma saranno soltanto fuochi di paglia.

3 commenti leave one →
  1. 4 ottobre 2017 15:07

    I Six Feet Under sono la sorella racchia e analfabeta dei Cannibal Corpse, convinta di essere attraente se vestita da barbona.
    Più che i primi, mi piacciono molto i recenti Undead e Unborn.

    Mi piace

  2. 4 ottobre 2017 22:09

    eppure alla fine tempi cadenzati , semplicità compositiva e immediatezza sono i tratti caratteristici che ce li fanno riconoscere e spesso apprezzare, oltre a dare un senso alla loro esistenza

    Mi piace

  3. Yukluk permalink
    5 ottobre 2017 23:33

    Haunted e Maximum Violence ogni tanto passano dal mio stereo.. non spesso ma di tanto in tanto, come quella scopamica che vedi di tanto in tanto.. ma quando la vedi ci si diverte 😉

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: