“Io sono la gomma, tu la colla”: i nuovi dischi di VENOM e SIX FEET UNDER

Ci sono dischi che ascoltiamo perché ci interessano davvero e altri che ascoltiamo perché hanno un nome in copertina capace di farci ancora perdere tempo. È una distinzione importante, perché spesso la seconda categoria produce più curiosità della prima. Non sempre più piacere, non sempre più musica, ma certamente quella piccola irrequietezza da metallari non guariti. Sappiamo già che potremmo pentircene, però poi finiamo per ascoltare lo stesso, come certi messaggi arrivati a notte fonda: si sa che non porteranno bene, però si leggono fino in fondo. Le ultime uscite di Venom e Six Feet Under si collegano bene a questa circostanza.

Partiamo dai Venom, perché il loro caso è più semplice e, proprio per questo, più difficile da commentare. Into Oblivion è un disco che non aggiunge e non toglie alcunché alla storia del gruppo, non cambia la percezione attuale che abbiamo dei Venom, non contiene episodi talmente brutti da meritare una stroncatura rancorosa né momenti talmente riusciti da imporre un ripensamento. Sta lì, con il suo logo, il suo mestiere, il suo armamentario lessicale e musicale e chiede all’ascoltatore una disponibilità che oggi concediamo più alla memoria che alla musica. Non è che il disco sia imbarazzante o indegno; sarebbe quasi più comodo, perché almeno avremmo un bersaglio chiaro. Macché, Into Oblivion è invece un album trascurabile in senso pieno: non dà molto, non toglie molto, non rovina la storia e non la rilancia. Passa, lascia qualche riff, qualche autocitazione volontaria, qualche momento in cui Cronos fa ancora Cronos, per poi dissolversi. Non nell’oblio, che sarebbe già un destino solenne: piuttosto nel dimenticatoio personale delle cose che non si riascolteranno, almeno non per intero.

Eppure la curiosità morbosa funziona, sarebbe disonesto fingere indifferenza: quando parte Into Oblivion, oppure quando arriva il secondo brano, che si intitola Lay Down Your Soul, poi Death the Leveller, Kicked Outta Hell, insomma quando il gruppo si rimette a battere sul proprio vecchio immaginario di metallo, inferno, guerra, sangue e blasfemia da copertina consumata, qualcosa dentro di noi si muove ancora. I Venom hanno inventato talmente tanto con così poca grazia che oggi anche la loro normalità continua a suonare come un reperto da maneggiare con cautela. Solo che, questa volta, non riescono a mettere insieme un lavoro vero e proprio: c’è qualche brano selezionabile, qualche passaggio decoroso, qualche momento in cui il tiro elementare funziona perché, in fondo, i Venom sono sempre stati anche questo: una forma primitiva di efficacia. Into Oblivion sembra affermare che i Venom siano ancora qui con noi, ma, dopo averlo detto, non serve più a un cazzo. E il titolo dell’album, se riflettiamo, esprime quello che speriamo tutti.

Passando ai Six Feet Under il discorso è diverso, perché Next to Die non vive solo di culto, ma soprattutto per effetto di Chris Barnes, che per anni è stato il motivo principale, a volte quasi l’unico, per avvicinarsi al gruppo. Anche quando i dischi non erano memorabili, anche quando questa specie di death metal si riduceva a un’andatura da bulldozer in montagna, quella voce restava un elemento riconoscibile, discutibile quanto si vuole, ma centrale. In Next to Die Barnes è meno protagonista di quanto dovrebbe, o potrebbe. C’è, naturalmente, lo si sente, ma non domina. C’è la solita base slam/death, qualche rallentamento ignorante, qualche soluzione più quadrata, alcune idee che emergono qua e là e fanno pensare che, con più selezione e più cattiveria vera, il risultato avrebbe potuto essere più solido. Questa possibilità la si sente in Destroyed Remains che è un brano interessante, così come la divertente Mister Blood and Guts. Altre canzoni, come Mutilated Corpse in the Woods, Unmistakable Smell of Death, danno ancora qualche diradata soddisfazione ma tutto sommato restano ben poca cosa. La produzione, inoltre, mette Barnes in una posizione di prudenza: la voce non spicca come ci si aspetterebbe e a tratti pare persino tenuta bassa apposta, come si cercasse di distribuirne il peso nel mix non potendo permettersi una presenza eccessiva. Scelta comprensibile, forse, ma anche rivelatrice: quando il principale motivo d’attrazione viene trattato come un elemento da contenere, qualcosa nel patto con l’ascoltatore non funziona. Anche questo titolo, se ci fate caso, porta un messaggio di fine, che tutti ci auspichiamo.

Concludendo, si tratta di due dischi che incuriosiscono maggiormente per ragioni extramusicali: Into Oblivion si ascolta perché c’è scritto Venom sopra; Next to Die si ascolta perché c’è Chris Barnes. In entrambi i casi, però, una volta sentiti, la ricompensa è inferiore alla forza del richiamo. Sono album che non si possono davvero odiare e questa è forse la loro condanna più elegante: non fanno abbastanza per meritare una stroncatura feroce o un bell’articolo, per esempio, del Masticatore. E allora proviamo a trovare una chiusura degna di questa mediocrità:

Il metal estremo è ancora pieno di vecchi mostri: alcuni mordono ancora, mentre altri si limitano a mostrare i denti.

Però, cazzo, la voce di Cronos… (Stefano Mazza)

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