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Cucinare male: ENSIFERUM – Two Paths

11 ottobre 2017

Quando ero giovane, ho attraversato un periodo della mia vita in cui mia madre avrebbe potuto prendere le lasagne, metterci sopra qualche oliva taggiasca, della maionese e abbondante pepe nero e non solo avrei gradito il piatto, ma probabilmente le avrei chiesto di rifarmelo al più presto. Questo non per sottointendere che lei cucinasse di merda o che il sottoscritto avesse dei gusti culinari indecenti, anzi; ma so per certo che sarebbe andata a finire in quella maniera perché i Children Of Bodom fecero una cosa simile con tutti i generi metal che conoscevano, e ne andai letteralmente pazzo.

Fortunatamente per me ebbi di cosa drogarmi per qualche anno, poiché  di gruppi di ragazzini che avevano subito il mio effetto di assuefazione da mescolanza metallica, in varianti folk o sbilanciate verso il power o il black, ne uscirono non meno dei funghi in Secchieta quando a Firenze fa abbondante acqua e poi rimane caldo a sufficienza. Era una cosa bellissima, e a sentire Kalmah, Norther ed Ensiferum si capiva come l’epicentro di tutto ciò non si fosse spostato di un solo centimetro dalla Finlandia di Alexi Laiho. Che, nel frattempo, scrutava nel buio, perfezionando l’eyeliner e preparandosi a investirci con una sequela di album così brutti da frenare il movimento che egli, noncurante delle conseguenze, aveva scatenato a partire dalla fine dei Novanta. Come Blooddrunk.

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Mi piacevano i Kalmah: erano stucchevolmente melodici ma blastavano come dei posseduti, come se Giovanni Muciaccia decidesse di presentare una intera puntata di Art Attack in growl; i Norther erano semplicemente brutti e fiacchi, mentre gli Ensiferum misero sul mercato una piccola bomba ad orologeria, l’omonimo, e contenente canzoni da chapeau come Hero In A Dream, Token Of Time e Treacherous Gods. Dopo un sequel meno fortunato, chiamato semplicemente Iron, mandare tutto a puttane perdendo Jari Maenpaa (con una trentina di puntini sopra alle lettere A) e rimpiazzandolo con il monocorde e meno carismatico vocalist dei Norther, va detto: fu proprio un’ idea del cazzo. Il giochino durò ancora qualche anno, poiché Victory Songs portava ancora in sé una discreta energia, ma alla fine si ruppe…

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Oggi fatico a trovare un senso nei dischi degli Ensiferum, e mentre i Wintersun di Jari spaccano culi e raccolgono consensi un po’ dappertutto (anche se l’ultimo album è stato davvero pretenzioso), eccoci qua davanti a Two Paths. Nuova tastierista in sostituzione di Emmi Silvennoinen e collaudata da brevetto CE (ovvero arCh enEmy), e per il resto il solo Markus Toivonen, con la faccia pittata in modo guerresco e minimale e i capelli stile Nergal, a rappresentare la line-up dei primi due lavori. Non c’è formalmente niente che non vada in Two Paths, anzi ha una produzione decente e di norma molte di quelle odierne mi fanno completamente schifo, e le canzoni pur non invogliando al riascolto non sono affatto brutte. In effetti, in Germania e Finlandia è dentro alla top ten ma, lubranamente parlando, la domanda sorge spontanea: per quanto una King Of Storms col suo power metal veloce e immediato non risulti affatto sbagliata, o una God is Dead porti il tutto dalle parti dell’aggregante rock da birreria, in Two Paths non c’è un solo momento in grado di rivaleggiare con gli inarrivabili apici presenti nel debutto del 2001.

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“EPICO CHI???”

Sempre più anthemici nei contenuti, e scherzosi (tanto quanto i Finntroll col tempo hanno assunto un’identità troppo seriosa in confronto a quanto ogni cosa funzionasse bene in Jaktens Tid) gli Ensiferum di oggi, come già pregustato amaramente a partire circa da From Afar del 2009, affermano che con Jari Maenpaa le cose avrebbero mantenuto un piglio di tutt’altro livello. Ma lui non c’è più, ed evitando frasi pinkfloydiane da testicoli che cadono al suolo, si può comunque prendere atto del fatto che la scelta di Netta Skog si sia rivelata azzeccata dal punto di vista strumentale, ma non altrettanto sul lato canoro (è a mio avviso lei a frenare un pezzo come Feast with Valkyries, che ha pure contribuito a scrivere). Il bassista Sami Hinkka, invece, mette la firma su quasi tutti i pezzi migliori: che sia il caso di ritagliargli uno spazio maggiore? Ma ripeto, di una Treacherous Gods qua non c’è neanche l’ombra. Superiore a One Man Army, ma incapace di resuscitare un malato carente di personalità ed incisività. (Marco Belardi)

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3 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    11 ottobre 2017 19:54

    Porca vacca come sono d’accordo. Sui COB, sui Northern, sui Kalma, sugli Ensiferum. L’ultimo Kalmah però è da urlo, The trapper mi eleva di 2 sfere.

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  2. 12 ottobre 2017 14:05

    Per me “For Those About To Fight For Metal” è il punto più basso mai raggiunto da questa band. Ciofeca dell’anno senza sé e senza ma.

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Trackbacks

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