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Frattaglie in saldo #30: pepperoni handgrenades

3 aprile 2017

Innanzitutto benvenuti alla trentesima portata di quella che è la rubrica più amata dai macellai clandestini con il grembiule degli Archgoat sporco di sangue. Direi di non perderci in chiacchiere e passare subito al sodo, ché le portate saranno anche poche ma cazzo se sono intense.

AtonementIMMOLATION – AtonementCon tutto che a me Kingdom Of Conspiracy è piaciuto non poco, non posso negare che la produzione stile Playmobil made in Nuclear Blast abbia tolto all’album una cazzimma che sarebbe stata due volte più grande con un sound un attimo più grezzo. Atonement, oltre ad essere il decimo full length dei miei newyorkesi preferiti è anche l’ennesimo discone. Poi vabbè, quando parlo degli Immolation vale lo stesso discorso che feci a suo tempo per l’ultimo The Crown ovvero: obiettività zero. A dovere di cronaca una cosa va detta però: Atonement è probabilmente il disco più “accessibile” che gli Immolation abbiano mai composto. Non fraintendete: il loro stile, fatto di giri intricati a bestia che si fatica a capire dove finiscano, è rimasto invariato ma in più di un’occasione ti piazzano lì il riffone da scapocciamento violento capace di stamparsi in testa e restare lì per ore e ore. Finirà in playlist a fine anno? A meno che da qui a Dicembre non escano solo capolavori indicibili direi proprio di sì.

ObituaryOBITUARY – s/tmentre scrivo questo pezzo sto ascoltando per tipo la terza volta di fila End It Now, quarta traccia del full omonimo degli Obituary. “Perché?” chiederete voi. “Sei forse stronzo?” Un po’ sì, ma la verità è che in 4 minuti ‘sta canzone condensa quello che per me dovrebbe essere il death metal, salvo rare eccezioni (vedi sopra): calci in bocca e insolenze, senza perdersi in chissà quali pare mentali. Avevo decisamente accantonato gli Obituary dai tempi di Darkest Day, ovvero da quando la parabola discendente intrapresa dalla band dei fratelli Tardy era al suo culmine, complice quella mina vagante stracciacoglioni di Santolla. Inked In Blood era decente, ma riconosco che buona parte della sua “bellezza” nasce dal fatto di essere il primo disco in diversi anni a non massacrarti le gonadi dopo 30 secondi netti, pur non avendolo mai più ascoltato da allora. E allora cosa dire di questo Obituary? Che è fico, punto. È quadrato, arriva al punto e fa quello che dovrebbe fare un disco degli Obituary: farti divertire con mezz’ora di death metal senza pretese. In alcuni punti aleggia ancora lo spettro del maledetto panzone, e vi dirò che un paio di assoli qua e là infastidiscono l’ascolto, ma niente che vada ad inficiare la qualità complessiva di un lavoro che, tutto sommato, mi riascolto con piacere. Ed è una cosa che con gli Obituary non succedeva da un pezzo.

SyncretismSINISTER – SyncretismI Sinister avevano preso, negli ultimi anni, una bruttissima piega: canzoni tirate per i capelli ad un minutaggio insostenibile, infarcite di nulla tanto per cercare di allungare il brodo e non lasciar intendere all’ascoltatore di non avere nemmeno uno straccio di idea decente, fallendo miseramente nel tentativo. L’ultimo disco degli olandesi ad essermi piaciuto fu Afterburner, targato 2006. Parliamo di 11 anni fa quindi fatevi due conti di quali potessero essere le mie aspettative su questo Syncretism. E invece anche qui, come già detto per gli Obituary, mi sbagliavo di grosso. L’album parte in sordina con la classica intro piena di archi e toni gravi a far presagire una rottura di coglioni che in realtà non arriva, perché appena i nostri attaccano la baracca, parte una bordata di death metal all’europea come non ne sentivo da un pezzo. Il disco scorre via liscio che è un piacere, i Sinister finalmente hanno accantonato le velleità da artisti pieni di voglia di dimostrare di essere qualcosa che non sono e sono tornati a fare ciò che gli è sempre venuto bene: onesto death metal. Unico rammarico il non essere riuscito a vederli al Netherlands Deathfest in quanto la sala era strapiena di gente. Allora non avevo nemmeno ascoltato Syncretism ma ad averlo saputo mi sarei fatto in quattro per spararmi il loro show.

EvocationEVOCATION – The Shadow ArchetypeChiudiamo con l’ultima fatica di quella che è, a tutti gli effetti, una band di mestieranti del death metal. Non pensate male, il termine non va inteso in senso negativo, anzi, meglio mille band come gli Evocation di, chessò, gli Alkaloid. A me sti ragazzi hanno sempre ispirato simpatia: suonano uguali a tre quarti della produzione death svedese post 2000, con quella vena melodica che non esplode mai del tutto lasciando il discorso sui binari del death canonico-sì-ma-non-troppo. E nonostante siano mostruosamente derivativi riescono a divertirmi tutte le volte; certo probabilmente non entreranno mai nell’Olimpo (ammesso che ce ne sia uno e, soprattutto, che a qualcuno freghi qualcosa di un improbabile Olimpo del death metal), ma fanno il loro gioco più che dignitosamente e portano sempre a casa un buon risultato. Band del disimpegno e della sciallezza, direi.

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  1. Fanta permalink
    3 aprile 2017 14:20

    D’accordo su quasi tutto, ma su Atonement non l’ho sentita per nulla la plastilina “made in Nuke”. Anzi, ti dirò che la produzione un pò meno compressa e le distorsioni meno feroci del solito rendono il tutto più fruibile e distinguibile. Questa è una tendenza che hanno inaugurato i Vektor, anche grazie alle accordature di chitarra leggermente più alte (fonte: loro stessi in una intervista prima dei recenti casini di line-up). Disco meraviglioso, per quel che mi riguarda, quello degli Immolation.
    P.S. Spero in una recensione dell’ultimo Warbringer (sti cazzi dei Mastodon, daje…tanto quello che dovevano dire l’hanno già detto), perché è veramente tanta, tanta roba

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