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Frattaglie in saldo #31: il clamore della Rivelazione Apocalittica

16 settembre 2017

Ogni tanto fingo che Metal Skunk sia un blog normale e mi riprometto che tornerò finalmente a seguire le ultime uscite con costanza (“oggi con internet che ci vuole?”), magari con l’ausilio del release radar di Spotify. Sono i momenti in cui apro bozze, destinate a rimanere tragicamente incompiute, dai titoli ambiziosissimi come “Cosa è successo nella scena black metal greca negli ultimi cinque anni”o “I venti gruppi della Hells’ Headbangers che dovete conoscere a tutti i costi”. Poi, come al solito, in palestra, quando in teoria dovrei ascoltare i dischi nuovi da recensire, finisco sempre per sentire solo Sehnsucht e Back From The Dead. A casa, invece, dedico ore alla fruizione compulsiva del profilo bandcamp della Dark Descent, magari facendo altro, finché non faccio nemmeno più caso a quale band stia ascoltando, anche perché spesso quelle della Dark Descent non è che si differenzino tra loro chissà quanto. L’etichetta di Colorado Springs, per esempio, è un’inesauribile fucina di gruppi clone degli Incantation, cosa che a me e al Bonetta va benissimo.

I miei preferiti forse sono i FATHER BEFOULED, che scoprii con il secondo Morbid Destitution Of Covenant. Li ritrovo un po’ ripuliti, ma in senso positivo. Meno caciaroni e più quadrati e maturi; una Offering revulsion ricorda forse più gli Immolation che la ghenga di McEntee. E Ungodly rest è doom genuino. In una discreta annata per il death metal americano alla vecchia, Desolate Gods si piazza giusto un filino sotto il ritorno degli Excommunion. Sentite che poesia:

Tra le ultime uscite della Dark Descent noto pure il secondo lp dei BESTIA ARCANA, dal Colorado. E qua, vabbé, come fai a non parlare di una band che si chiama BESTIA ARCANA Sembra pure un’imprecazione creativa da tirare fuori con gli amici al pub. Holókauston ha le sue ambizioni. Il cantante lo ha descritto come “un’opera black metal eretica forgiata in una tradizione esoterica ed escatologica avversa. Un matrimonio di black metal cacofonico e pandemonico e amorfo” nonché “amorphic ritualistic death ambient. La gnosi del Vecchio Nemico sposata con il clamore della Rivelazione Apocalittica“. Addirittura. Quattro brani della durata media di dieci minuti. Abbastanza idee per riempirli non le hanno. Black metal epico & maligno, però all’americana, con più velleità sperimentali del black metal epico & maligno all’americana medio (cioè quello che suona il figlio di Nicolas Cage). Gli svarioni ambient/industrial sono i momenti migliori, ci sono quei picchi di ispirazione che valgono il prezzo del biglietto ma, a sentire certi riff, capisci che i gruppi di formazione restano Dimmu Borgir e Machine Head. Il black metal non è cosa degli americani, seppure non smetta mai di sperare che un giorno dei nativi metallari formino un gruppo nel quale mischieranno i riff degli Immortal con i canti ancestrali della loro gente.

Quando invece ho voglia di qualcosa di meno ignorante, la pagina bandcamp da mandare in loop è quella della Profound Lore, una casa discografica con un fiuto pazzesco che ha nel catalogo alcune delle realtà estreme più ispirate e fuori dagli schemi della nuova generazione, soprattutto in campo post-black (per approfondire il discorso, leggasi il nostro specialino di qualche anno fa). Tra le pubblicazioni recenti, dando per scontato che il nuovo Pallbearer lo abbiate già consumato (eppure, chissà perché, i ragazzi di Little Rock dal vivo non funzionano), i notevolissimi LOSS (funeral doom morboso e variegato allo zolfo: recuperate il nuovo Horizonless, merita) e il secondo album – quindi il più difficile – degli ARTIFICIAL BRAIN. Il debutto Labyrinth Constellation mi era piaciuto tantissimo; Infrared Horizon è un po’ più sotto tono e sommesso ma ancora intrigante e personale. Death tecnico tra antico e moderno; cervellotico, mattoide e avvincente, pur tra alti e bassi. Niente seghe allo specchio alla Spawn Of Possession, però. La maniera migliore per descriverli è sempre quella che fregai a suo tempo a Metallari Brutti: un incrocio tra Gorguts e Ulcerate.

I VENENUM sono un quartetto bavarese che in precedenza aveva inciso solo un ep su cassetta in edizione limitata nel 2011 (per un certo periodo era sembrato dovesse tornare di moda ma chi con le cassette ci è cresciuto aveva intuito subito che la cosa non era destinata a durare). Il full di debutto, Trance of Death, è sorprendente. In certe scelte sonore, nella produzione nitida, in determinati arrangiamenti hanno un approccio anni ’90 che non può non sedurre un trentenne. Si viene pure accolti da un violino alla My Dying Bride. Però non sono nostalgici e derivativi come i pur apprezzabilissimi Barren Earth. I Venenum sono un gruppo del 2017, il black metal non lo prendono con l’ottica integralista del reduce, gli stacchi acustici dall’impronta in apparenza svedese finiscono per andare a parare da tutt’altra parte, e un minuto dopo quello che senti è un riff post-hardcore. L’eccezione che conferma la regola dei gruppi tedeschi che non perdono un colpo ma non inventano niente. Quasi sicuramente nella mia playlist di fine anno.

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