No pain, no gain: 10 dischi spaccosi per spaccarsi in palestra (prima parte)

Il sottoscritto non è mai stato quel che si dice un rigido salutista, né, si spera, lo diventerà mai. La mia conversione alla tirannia del fitness fu dettata, in fondo, da mero istinto di autoconservazione. Se hai consacrato buona parte della tua esistenza ad un lifestyle (il quale, come saprete, determines my deathstyle) bukowskiano, arrivi ad un punto nel quale devi perlomeno cercare di limitare i danni. Insomma, uno resta fieramente un debosciato ma magari vuole evitare di sviluppare una forma fisica da elettore del Partito Repubblicano medio. E fu così che, in un plumbeo pomeriggio dell’autunno 2007, nell’incredulità di amici e conoscenti, varcai per la prima volta la porta di una palestra. I primi mesi furono i più duri. Non tanto perché fino a quel momento il massimo dell’esercizio fisico che facevo era trasportare le casse di Peroni dal supermarket a casa, ma perché, come è noto, in palestra passano la musica più merdosa che si possa immaginare: deprimenti giaculatorie di cantautori in crisi di mezza età, pestilenziali hit da discoteca adriatica, spazzatura hip hop incommentabile, aberranti remix di brani altrimenti amati. Il mio glorioso walkman, che continuava a funzionare indomito da oltre tre lustri, mi abbandonò dopo poche settimane. Già è un cacamento di cazzo di per sè fare esercizio fisico, figuratevi con quella avvilente colonna sonora. Io, che nei momenti difficili – o in generale quando ho un dubbio esistenziale – in mancanza di Brian Boitano, penso sempre a cosa mi consiglierebbe di fare Joey DeMaio, sapevo che c’era solo una cosa che poteva sorreggermi. Il Metallo. Non ci stavano santi, dovevo comprarmi un lettore mp3, e bello capiente pure. Fu allora che tutto cambiò.

I bilancieri e i tapis roulant non furono più una medicina cattiva ma un dovere da vero Manowar. Inizialmente approfittavo dell’occasione per ascoltare dischi nuovi o riscoprirne di dimenticati, ma non funzionava. La palestra è fatta di movimenti automatici e ripetuti, quindi più è familiare il sottofondo meglio è. Se ti spari un album che non hai mai sentito magari c’è il cambio di tempo inatteso che ti deconcentra e così via. E’ invece scontato che ci siano delle band e dei generi che si prestino molto meglio di altri. Insomma, non puoi fare le flessioni con i Theatre of Tragedy ma manco, per dire, con i Fates Warning. Con il tempo, sono riuscito ad elaborare una top ten di dischi che pompano indispensabili per l’iron pumping. Se alcuni di voi stanno procrastinando da anni la decisione che presi in quel plumbeo pomeriggio o sono ancora alla ricerca della soundtrack perfetta per rafforzare quadricipiti, trapezi e altre storie che prima manco sapevo dove diavolo stessero, da oggi non avrete più dubbi.

#10 MARDUK “Panzer Division Marduk”

Devo l’ispirazione per questo post allo stimabile, nonostante ascolti indie, filosofo pescarese Giordano Simoncini, autore di una dettagliata guida al grim and frostbitten fitness. Devo ammettere che dissento dalle sue tesi, a mio parere il black metal è uno dei generi meno adatti per fare esercizio fisico, in quanto vive di atmosfera e di suoni alla diociaiuti, laddove sarebbero più funzionali chitarroni compressi e tupatupa nitidi e pestoni. Ma se, come sovente accade il sabato mattina, entrate in palestra con l’hangover, non c’è niente che vi rimetta al mondo come questa mezz’ora di violenza insensata e di odio per il cristianesimo. Inoltre, se la sera prima ti sei distrutto ti alleni male e controvoglia e ti capiterà di incespicare sul tapis roulant o di farti cadere un manubrio da 12 sul piede. Dato che sei in mezzo a decine di persone e non puoi tirare il bestemmione di prammatica, lo fanno i Marduk per te.

#9 NABAT “The Early Years”

L’hardcore in tutte le sue declinazioni, invece, è il massimo, non solo per le strutture ritmiche secche e quadrate ma anche per l’immaginario a base di buzzurri pelati, piazzati e tatuati, stereotipo estetico al quale aderirà un buon 70% dei vostri compagni di sala pesi. Il problema è che io ne sento pochino, quindi il cerchio si restringe a quei pochi gruppi che ascolto con regolarità. I Dead Kennedys non hanno i suoni giusti, la roba californiana nemmeno perché ti fa venire voglia di stare a Malibu a fare surf con le biondone e non a via Lanciani a fare cardiofitness con le tardone, gli act di orientamento straight edge manco morto dato che quando torno a casa mi devo fare una bistecca alta due dita e non posso avere in cuffia gli Earth Crisis che mi rompono i coglioni. Resta l’Oi!, ma, in caso di band italiane, bisogna avere l’accortezza di non canticchiare i testi ad alta voce per non generare spiacevoli equivoci. Io mi trovo particolarmente bene con i Nabat, ma una volta una tipa si è avvicinata e mi ha chiesto cosa fosse il “potere salumiere“. Meno male che non stavo cantando “Troia”. Da sostituire con “Hardcore Hooligan” dei The Business il lunedì sera per prepararsi all’inevitabile dibattito nello spogliatoio sull’ultima di campionato.

#8 ENTOMBED “Wolverine Blues”

Se l’hardcore va bene, figuratevi il death’n’roll. Rozza, diretta e spaccaossa, la produzione della band di Stoccolma da ‘sto disco in poi è ottima per la fase di riscaldamento, dandoti l’impulso necessario a partire e ricordandoti, allo stesso tempo, che un paio di ore dopo avrai la coscienza a posto e potrai tornare a tracannare birra come se nulla fosse. Il problema è che quando stai sulla cyclette hai i televisori che passano di continuo i video di All Music (io cerco sempre di piazzarmi su quella davanti al monitor sintonizzato su SkySport ma la trovo spesso occupata perché è, ovviamente, la più contesa), quindi, dopo un po’, se ti capita di guardare in un altro contesto quello di Cristina Aguilera ti sembra strano che non stia cantando “Out Of Hand”.

#7 OBITUARY “Back From The Dead”

Il momento più tosto è quando torni dalle vacanze: hai perso tono muscolare, ovunque sia stato ti sei abbuffato di cibo pesantissimo e ricominciare è dura. Meno male che a soccorrerti ci pensano i tuoi amici Obituary, che ti danno quel ritmo cadenzato e implacabile che è l’ideale per riprendere gli allenamenti. In particolare “By The Light” si accompagna alla perfezione con qualsiasi genere di sollevamento pesi. Se poi non siete ancora abbastanza motivati, potete sempre pensare che se non vi applicate metterete su una trippa come quella sviluppata di recente da John Tardy.

#6 MANOWAR “Louder Than Hell”

I Manowar sono indubbiamente uno degli apici della produzione culturale occidentale insieme ai poemi omerici e agli affreschi della Cappella Sistina. Posto che la band statunitense è, di conseguenza, la colonna sonora ideale per qualsiasi genere di attività umana, dalle pulizie di casa al sesso, non credo ci sia troppo bisogno di spiegarvi perché siano il gruppo da palestra per antonomasia. Entrando nel merito dei singoli dischi, decidono i gusti personali. Le canzoni di “Louder Than Hell” sono tutte potenziali hit da no pain/no gain, in particolare “Number One”, il cui fondamentale testo evoca proprio dure giornate passate a combattere con l’acido lattico. Non si può battere la fiacca quando l’occhio di vetro di Joey DeMaio ti sorveglia paterno e severo. (Ciccio Russo)

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