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La strada tedesca per la Svezia: REVEL IN FLESH – Emissary of All Plagues

10 aprile 2017

I tedeschi hanno un problema col death metal. Ciò non vuol dire che non riescano a farlo bene, ogni tanto. È che non riescono a prenderlo sul serio. Per una serie di fattori culturali che non sto a sviscerare (anche perché non ne sarei in grado), il metallo tetesco, come quello finlandese, è uno stato della mente, è un’impronta inequivocabile che trascende i generi. E che, per qualche motivo, non si sposa con la filosofia profonda del death metal. I teteschi tendono a prendere il metallo con divertimento e goliardia (filosofia nobilissima, per carità) e non esprimono quindi mai il male di vivere di uno scandinavo o di un buzzurro americano. Prendete i Debauchery. Un gruppo con presupposti concettuali così estremi in qualunque altro Paese suonerebbe ai limiti dell’inascoltabile. Invece è una faccenda cazzarona, a base di birra, tettone e riff thrash. Altra filosofia nobilissima, ci mancherebbe. Insomma, i tedeschi fanno benissimo altre cose ma al death metal non ci arrivano, e questo discorso vale pure per il black. Certo, i gruppi carini ci sono. I Fleshcrawl mi piacevano un sacco, e i Dew-Scented pure. Però non si sente la puzza di morto, anche quando tutto il resto funziona e il risultato lo portano a casa. Emissary of All Plagues, per esempio, è uno dei migliori amarcord del death svedese sentiti di recente a non uscire dalla Svezia.

I Revel In Flesh hanno inciso il primo lp nel 2012 e questo è già il quarto. A ‘sto giro evito di snocciolarvi gli stereotipi di prammatica sulla caparbietà e la costanza dei crucchi, che si confermano verissimi. Finora non hanno mai avuto un calo qualitativo vero (forse il secondo Manifested Darkness è una spanna sopra gli altri), e qua toccherebbe fare un’altra riflessione su quanto, vent’anni fa, uscivano molti più dischi genuinamente brutti ma ciò significava pure che i gruppi, quantomeno, rischiavano.

Il nome richiama Left Hand Path ma i Revel Flesh di entombediano non hanno granché, salvo la scapocciosa Servants of the Deathkult, che è pure uno dei pezzi più memorabili, insieme alla dismemberiana Casket Ride. I ragazzi, per come costruiscono le melodie, sembrano però preferire la scuola di Goteborg, se non i loro epigoni più tardi che, per qualche bizzarra combinazione astrale, hanno finito per ispirare le derive più mainstream del deprecabile metallo americano del secondo millennio. Niente di male, è una mera questione generazionale. Le formazioni thrash nate negli anni ’90, per quanto legati ai classici, suonavano tutti come i Pantera, per fare un altro esempio. Qua si sente che ai gruppi fondatori, supponendo i Revel In Flesh assai più giovani di me, ci sono arrivati attraverso altra roba. E anche questo va benissimo, viva gli Slipknot se hanno convertito tanti ragazzi al metal estremo. Se sei uno che è cresciuto anche con i Behemoth, però, si sente. Prendete Sepulchral Passage. Il retrogusto, citazionismo programmatico incluso, resta quindi quello di un film di Tarantino: tutti gli elementi sono al posto giusto, è divertente quanto vuoi ma, per le emozioni vere, ti guardi direttamente Umberto Lenzi o Takashi Miike. Dalla mia playlist da palestra attuale, comunque, Emissary of All Plagues, ancora non se ne va. (Ciccio Russo)

2 commenti leave one →
  1. fredrik permalink
    11 aprile 2017 22:10

    aggiungi alla lista anche gli obscenity! comunque questi revel in flesh mi stanno piacendo parecchio, ottima segnalazione!

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