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La finestra sul porcile : Django Unchained

21 gennaio 2013

django-unchained-international-posterChi segue il blog con una certa regolarità ed ha buona memoria, avrà probabilmente notato la mia particolare predilezione nei confronti del personaggio di Django, interpretato da Franco Nero. Ragion per cui, alla notizia che Quentin Tarantino avrebbe girato Django Qualchecosa ho subito capito che il mio tormentato rapporto di odio/amore col regista di Knoxville  sarebbe stato messo a durissima prova. Un paio di doverose e non brevissime premesse (se siete tarantiniani convinti passate direttamente al punto due):

1. Tarantino ed i suoi fratellastri (leggi: Rodriguez, Roth) hanno francamente rotto le palle con i loro riferimenti ad un certo cinema italiano – e non solo – del periodo che va, più o meno, dal 1966 al 1978. Già la fugace presenza di Castellari in Inglorious Basterds mi era sembrata una colossale paraculata in tal senso, ben più dei camei di Deodato e Merenda in Hostel II, con Django Unchained siamo perfino un gradino avanti. Ha davvero senso chiamare un film DJANGO Unchained, usare lo stesso tema di Bacalov usato nel film di Corbucci e far fare trenta secondi di inutile comparsata a Franco Nero? Che cosa mi vuoi realmente rappresentare, tu, Tarantino? Che in tempi più o meno remoti hai trascorso pomeriggi interi a vedere spaghetti western che neanche gli italiani conoscono? Che da adolescente, invece dei poster delle modelle di playboy, ai muri delle pareti attaccavi le gigantografie del triello tra Clint Eastwood, Lee Van Cleef ed Eli Wallach? No perché, altrimenti, faccio davvero fatica a capire il motivo per il quale tu senta la stringente esigenza di usare un nome così specifico per imbastire una storia che non ha nulla a che vedere con quella che tu stai esplicitamente richiamando fin dal titolo, a parte il bambinesco desiderio di sentirsi dire : “bravo, tu sì che hai studiato a fondo un certo tipo di cinema ormai perso nei meandri della storia e sai come riportarlo in vita abusando di nomi e personaggi per poi creare vicende che vanno a parare da tutt’altra parte”.

2. Fondamentalmente, a Tarantino, l’idea di lanciarsi in sofisticate analisi sociologiche o digressioni storico-antropologiche non lo sfiora neanche di striscio. Affannarsi ad intepretare Django come “un magniloquente affresco dell’America schiavista” e tutte quelle polemiche sul fatto che – udite, udite – grossi latifondisti sudisti del 1850 utilizzino ripetutamente la parola “negro”, sono totalmente prive di fondamento. Affannarsi a cercare motivazioni “alte” sulla scelta di Jamie Foxx come protagonista sarebbe come dire che i western con Tomas Milian rappresentavano una metafora del riscatto latinoamericano. A Tarantino non interessa fare film per affrontare temi di rilevanza sociale, a Tarantino piace fare film in cui l’unica riflessione realmente plausibile è quella che riguarda altri film.

Ora, questo secondo punto è cruciale per capire tutti i suoi film post-anni novanta. Quella che, con Le Iene, con Pulp Fiction (in misura minore con Jackie Brown) era una ricerca di una propria identità, da Kill Bill in poi diventa ipertrofia dell’ego. Le citazioni, gli omaggi, il richiamo a quel cinema degli anni settanta che Tarantino & soci idealizzano e mitizzano senza neanche sfiorarlo nella realtà dei fatti, diventa un esplicito sbattere in faccia allo spettatore i propri personali gusti cinefili. La tutina gialla della sposa, il generale Ed Fenech di Inglorious Basterds, sono talmente palesi che devo per forza richiamare il punto uno della mia premessa : lo fa perché così soddisfa le sue pratiche cerebromasturbatorie oppure è una precisa e voluta presa per i fondelli nei confronti di chi guarda i suoi film e li attende in sbavante attesa?

Ma lasciamo da parte le digressioni e affrontiamo finalmente la sua ultima fatica. Tanto per cominciare Django Unchained (che, ribadisco, non ha un punto in comune che sia uno col Django vero) non è né il magniloquente affresco di cui sopra, né il film più violento mai girato da Tarantino, come ho letto da più parti in giro nelle ultime settimane. Non siamo ai deliri logorroici di Grindhouse ma certamente le scene davvero violente si contano sulle dita di una mano e il tanto atteso bagno di sangue finale è reso in modo troppo caricaturale per essere realmente considerato come un violento pugno allo stomaco.
Piuttosto è un western, popolato dal solito campionario di personaggi esageratamente bizzarri (bel duello per la palma di migliore tra Samuel Jackson, nero talmente schiavo da essere razzista contro i neri, e Cristoph Waltz, dentista cacciatore di taglie tedesco antischiavista), che sostituisce, parzialmente, alcuni dei topòi classici del genere con altri che rimandano in modo più diretto all’epica classica. Le praterie innevate, gli squallidi e fangosi villaggi di frontiera, il sud riarso dal sole sono un mezzo per narrare una storia che sembra uscire dal manuale di Propp sullo studio delle fiabe, tanto che, ad un certo punto del film, è lo stesso Waltz/Dottor Schultz a raccontare all’allievo Django la vicenda di Sigfrido e di Brumilde, che è (e torniamo di nuovo al punto uno) la moglie afroamericana allevata dai tedeschi di Django. Insomma, c’è l’eroe, c’è l’aiutante saggio dell’eroe, c’è la bella da salvare e tutta una serie di pericoli da superare prima di giungere al finale catartico e annunciato.

Si potrebbe obiettare una linearità quasi inattesa, tanto nello sviluppo della vicenda quanto nella sua rappresentazione sulla pellicola, condita da alcuni close up ed un paio di rallenty francamente imbarazzanti da qualsiasi punto di vista si voglia analizzare la questione, ma a Tarantino bisogna dare atto di riuscire a cavare il sangue da qualsiasi attore gli capiti sotto mano. Waltz conferma il suo talento istrionico portando in scena di nuovo un personaggio cinico ma, a suo modo, moralmente inattaccabile come già fatto in Carnage, Di Caprio espone un campionario di faccette buffe da antologia, Jamie Foxx dà nuovo lustro al giudizio di Leone su Eastwood : col vestito blu da damerino o senza vestito blu da damerino.

L'epica classica

L’epica classica

Va detto, in chiusura, che il film andrebbe visto in lingua originale e che, a meno che non siate particolarmente fortunati nel trovare un cinema che proietta film in lingua originale, sarete costretti, come il sottoscritto, a sentire Django doppiato da Pino Insegno. Sì, Pino Insegno.
Ora, mettiamo per un momento da parte la polemica sul doppiaggio e sul fatto che i film andrebbero visti in lingua originale e soffermiamoci su una questione più grave. La maggior parte dei doppiatori non ha un volto, nel senso che quasi nessuno di noi ha idea di che faccia abbia, per esempio, Alessandro Rossi. Ci basta sapere che è quello che ha dato la voce a Jigsaw o a Serse in 300 e non ci stiamo a preoccupare troppo. Così come non abbiamo troppo da obiettare se Luca Ward doppia Russell Crowe. Ma Pino Insegno no. Tutti abbiamo perfettamente in testa la sua immagine, di uomo tracagnotto e tarchiato, con la testa rotonda e le gambe corte. E non riusciamo a trovare una spiegazione valida sul perché proprio a quella figura dobbiamo associare Viggo Mortensen, Mark Wahlberg e ora anche Jamie Foxx, che pronuncia battute definitive al bancone del bar con Franco Nero. Decisamente eccessivo, anche per un film di Tarantino.

23 commenti leave one →
  1. Helldorado permalink
    21 gennaio 2013 10:13

    Se non altro Insegno qui non ha dovuto urlare quasi mai, una cosa che crea sempre un effetto comico incredibile!

    Gran film, Tarantino si conferma un genio.

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  2. 21 gennaio 2013 10:58

    Io il film lo vado a vedere stasera, ad ogni modo dico comunque la mia. Che Tarantino faccia meta-cinema è risaputo, questo però – secondo me – non va a inficiare il valore dei suoi film, che pur parlando di cinema attraverso il cinema, pur citando ossessivamente quei film-registi-cliché con cui lo stesso Tarantino afferma di essere cresciuto, raccontano comunque delle storie, che solitamente sono anche ben raccontate. Le sue pratiche cerebromasturbatorie sono – secondo me – ininfluenti sulla riuscita finale del film, che resta comunque godibile, sia per chi non ha idea di chi sia Franco Nero (l’80% di chi si dice tarantiniano), sia per chi ha passato la propria infanzia a guardare i film di Sergio Leone ubriacandosi con il nonno. Sulla questione Pino Insegno hai ragione, io e il mio coinquilino non riusciamo più a goderci mezzo film che appare lui. Insegno per altro è bravissimo, il grosso problema siamo noi che continuiamo ad immaginarcelo nei panni del tizio della Premiata Ditta.

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    • 21 gennaio 2013 11:13

      Groucho di Dylan Dog si domanderebbe: se è meta-cinema, l’altra metà cos’è? Attenzione, è una domanda seria. I miei due cent non richiesti: allegramente insulso (ma in fondo non lo era anche Pulp Fiction?) ma dannatamente divertente, anche se la tensione nel finale crolla (per spiegare perché dovrei spoilerare pesantemente). In generale sono d’accordo con Certain Death, si possono avere tutte le riserve di questo mondo sull’idea di cinema di Tarantino ma, a parte lo scivolone di Death Proof, non ha mai girato niente che non mi abbia inchiodato alla poltrona con un sorrisone stampato in faccia tipo bambino sull’ottovolante, e Django non fa eccezione. Purtroppo l’ho visto anch’io doppiato, quindi ritiro il “eh, però era molto meglio Basterds (che avevo visto in lingua originale)” che avevo pensato all’inizio. E solo il ‘triello’ Waltz-Di Caprio-Jackson vale il prezzo del biglietto. Forse il vero punto debole è questo: Foxx non regge come protagonista perché gli altri attori si mangiano il film e finisci per non affezionarti al suo personaggio. Peraltro ci sarebbe da parlare della polemica un po’ deficiente agitata da Spike Lee che, SENZA AVER VISTO IL FILM, lo ha giudicato offensivo perché “la schiavitù non era uno spaghetti western”. Posto che in Django c’è molta più blaxploitation che spaghetti western, secondo la stessa logica, Lee (un altro regista del quale mi piace quasi tutto) non avrebbe mai dovuto girare Summer Of Sam o Miracolo a Sant’Anna

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      • VAGO permalink
        21 gennaio 2013 15:01

        Che l’aver studiato e riprodotto la sua adolescenza, attraverso costanti rimandi e sia pur ridondanti segni (coglibili peraltro solo da chi, a sua volta, ha vissuto ed appreso la lezione del “certo cinema italiano del periodo che va, più o meno, dal 1966 al 1978”, e non da tutti coloro che si siedono sulle poltrone del cinema- che si godono non di meno lo spettacolo) sia una testimonianza di soverchia saccenza e così insopportabile onanismo, da parte di Tarantino, mi sembra francamente esagerato. In altri termini, soffermarsi sulle specifiche intenzioni, sulle modalità di resa e sull’eziologia della struttura narrativa dei film di Tarantino significa, secondo me, perdere di vista quello che è il fine ultimo degli stessi: l’effetto. Il cinema di Tarantino è, come ben detto da Ciccio, teso tutto ad inchiodare alla poltrona il bambinone che c’è in noi, quel bambinone che farebbe volentieri il bis sull’ottovolante del sangue e della merda. Insomma il cinema di Tarantino è questo, è soprattutto cialtroneria, ed interrogarsi sul come e sul perché di scelte rimesse all’arbitrio lato di un regista con un entusiasmo fanciullesco e pascoliano (infuso in ogni sua opera, anche quelle involte in un registro più serio) , è pressochè insensato. Il suo passato, quello del certo cinema italiano di cui sopra, è riprodotto con gli occhi dello stesso bambino che vorrebbe fare tanti bis sull’ottovolante, per puro divertimento e personale esaltazione. E perché mai rivestire il ruolo del genitore rompicoglioni? Perché impedirglielo? Voglio dire, se il risultato è quello di trascinarci tutti sull’ottovolante, che ben vengano i riferimenti e le digressioni, ben venga l’enorme scritta Mississipi o l’utilizzo del tema di Bacalov, e che sarà mai. Non si tratta certo di alto tradimento o altro, perchè il passato descritto non è “quel” passato ma uno nuovo; Django unchained non ha la pretesa di operare una tipizzazione dello spaghetti western, ma di produrne uno contemporaneo che si rivolge al presente (l’azzardata scelta del rap nella colonna sonora è strumentale a tale contemporaneità), possa piacere o no. E valga l’evidenza che dello spaghetti western rimane poco: il riferimento al titolo, Franco Nero, e che altro? Django è un racconto edulcorato dal bambinone che esagera in tutto, che ci racconta di aver pescato un Marlin anziché un piccolo granchietto. Che immagina di aver esplorato mondi lontani ed aver toccato la luna su quell’ottovolante. E se riesce a strapparci un sorriso allora avrà vinto.
        P.S. Della questione Pino Insegno, francamente, non ne ho risentito. Insomma, l’associazione tra voce e personaggio non credo operi per il doppiaggio, a meno di non essere influenzati dalla malafede che si prova per il doppiatore. Se si cerca di valutare oggettivamente la prova del professionista, be’, non credo si possano muovere obiezioni nè si corre il rischio di pensare al mercante in fiera o alla gatta nera (!) quando Jamie Foxx discute con Franco Nero…A meno di non essere auto suggestionati ed influenzati, appunto.

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      • 21 gennaio 2013 16:11

        Beh, il problema non è Pino ma che film che giocano in modo così pesante sugli accenti e sui registri linguistici non andrebbero proprio doppiati. Buona parte del personaggio di Waltz è -ho presunto – legato alla sua parlata crucca, cosa che con il doppiaggio si perde. Avendo visto Basterds in inglese, non riesco a immaginare cosa sia potuto uscire dal doppiaggio. Pensate solo al duetto in italiano tra Waltz e Brad Pitt…

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      • m4trock permalink
        22 gennaio 2013 12:16

        Concordo sui Bastardi, è un film che fa delle incomprensioni linguistiche un suo punto forte ed è da queste che partono alcuni colpi (di scena e non). Quello andrebbe visto in originale con tutte le sue lingue.
        Per Django se ne può fare a meno, il punto forte di Waltz/King è la parlantina sciolta e i modi accomodanti, poco importa l’accento alla fine se i suoi interlocutori sono bifolchi che neanche gli stanno dietro nè con la penna nè con la spada.
        Ad ogni modo il doppiaggio è quasi perfetto, Waltz è identico, Foxx ne guadgna (di suo ha un tono di voce bassissimo). L’unico dettaglio che si è perso riguarda DiCaprio, che nonostante ostenti cultura è in realtà solo un redneck ignorante come i suoi uomini, ma anche questo dettaglio traspare chiaramente anche senza l’accento da americano del sud della versione originale.

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      • ignis permalink
        21 gennaio 2013 23:18

        Da quel poco che so meta-cinema significa un cinema che riflette sui significanti e sui significati del cinema. Il fatto di citare altre opere non definisce il carattere meta-artistico di un’opera.

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    • Charles permalink
      21 gennaio 2013 14:51

      Guardare i western col nonno: la mia infanzia felice

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  3. 21 gennaio 2013 12:25

    a me tarantino ha rotto le OO

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  4. sergente kabukiman permalink
    21 gennaio 2013 15:36

    come fai a sapere che non sopporto tarantino?ha stra rotto i coglioni..per carità nel curriculum ha bei film..ma ormai è talmente personaggio da essere inattaccabile.cioè,se X fa un film strano per la critica e il pubblico è una merda,se lo fa tarantino allora viene etichettato come “istionico” e “fuori dagli schemi” e la sua faccia da mezza luna si gonfia sempre di più.hai rotto tarantino,troma forever

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  5. ignis permalink
    21 gennaio 2013 23:04

    Io l’ho trovato davvero molto bello!
    Vi sono molteplici livelli di lettura, secondo me. In primis è una riflessione sulla formazione dell’uomo borghese. Poi è metacinematografico: ci racconta la formazione dell’attore. E se la vita, almeno nel mondo occidentale, è una sequela di maschere, allora le due prospettive si fondono. E’ poi un film ‘di sinistra’: parla della liberazione dalle catene, della vendetta dello schiavo, della lotta per la libertà. Ma è anche un film ‘di destra’: ecco il valore anagogico del mito e la razza dello spirito che prevale su quella del corpo. Ma io credo che sia di gran lunga prevalente il tema del borghese su queste due prospettive ‘ideologiche’.
    E’ un film certo antirazzista, ma finisce per essere anche profondamente razzista (un certo compiacimento estetico di alcune scene è innegabile). Sicuramente è un film ‘individualista’ (Django libera sé stesso e la sua donna, degli altri neri non si cura molto…) e ciò si lega al tema del borghese. E forse molto altro ancora…
    La cosa che mette i brividi è la citazione da Arancia Meccanica: da lì ho notato che il film ha dei risvolti kubrickiani, almeno a livello di messa in scena.
    Ciò in cui Tarantino riesce bene è una sorta di operazione post-moderna (e la recensione in questo senso mi sembra un po’ eccepibile, se posso permettermi). Tarantino attinge sì da tutto (e non solo dalla cinematografia) come se fosse di fronte a un grande catalogo, una immensa Wunderkammer, ma riesce a far parlare le cose del passato facendo loro dire qualcosa di inedito.
    Comunque lo devo rivedere, magari in versione originale!
    Ciao a tutti.

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  6. 22 gennaio 2013 14:41

    no niente, vi volevo dire che ieri sera, mentre chiudevo la sordida birreria dove lavoro, mi era venuto fuori un discorsone su tarantino (anche se ancora non ho visto “Unchained”-non chiamatelo django-) meritevole di una pubblicazione, ma al momento mi sono scordato tutto. C’erano tre tizi che, probabilmente memori dei testi dei Tankard(Closing time shock can’t take no longer!), non ne volevano proprio sapere di andare e che, insomma, l’atmosfera ed i dialoghi erano meritevoli di una sua scena.
    Più passo il tempo dietro ad un bancone comunque, e più penso che tarantino abbia imparato a scrivere i suddetti dialoghi dai clienti della videoteca dove lavorava e non dalla centocinquantesima visione di “giù la faccia”. aveva ragione bukowsky quando diceva che l’umanità si impara e si conosce nei locali. cristo quanto so’ post-moderno pure io.

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  7. Morena permalink
    27 novembre 2018 11:41

    Pino Insegno deve doppiare solo l’orso Joghi -.- ha rovinato il film , fortunatamente gli fanno doppiare solo personaggi secondari da un po di tempo . Io guardo molto sub ITA fortunatamente .

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