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Perché la prima stagione di PREACHER non mi ha convinto ma spero nella seconda

14 settembre 2016

 

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Come suppongo parecchi di voi, sono un fan sfegatato di Preacher, che nel ’95 lanciò Garth Ennis nell’Olimpo dei grandi del fumetto contemporaneo. Quando seppi che la Amc (quella di Breaking Bad e The Walking Dead) stava producendo una serie televisiva sulle avventure del reverendo Jesse Custer, all’inseguimento di un Dio che ha abbandonato la sua creazione, ero partito subito con lo scetticismo preventivo tipico dell’integralista bacato, soprattutto una volta appreso che l’arduo compito era toccato a Evan Goldberg e Seth Rogen, quelli di Superbad e Pineapple Express (nonché di The Interview, immondo oltraggio all’augusta figura del Brillante Compagno Kim Jong-un, sempre sia lodato). A Hollywood, Goldberg e Rogen sono tra coloro che più hanno contribuito a nobilitare e rendere cool la figura del nerd, spianando la strada a successi planetari come The Big Bang Theory. Loro stessi si autodefiniscono nerd e va benissimo, chi di noi metallari in fondo non lo è almeno un pochino. Hai raccontato una parte di te e tanta gente si è identificata, chapeau. Si pone però un problema di sensibilità culturale. Preacher è stato scritto da un irlandese con una perenne ghigna da beffardo figlio di puttana che da ragazzo vedeva cattolici e protestanti prendersi a bottigliate al pub la sera; la visione della religione contenuta in Preacher risente di quel contesto. Gli altri pilastri del fumetto sono l’elegia dell’amicizia virile alla John Milius, la fascinazione morbosa per la guerra e la celebrazione dell’identità sudista come manco Lansdale, il quale ci insegna che il Texas è uno stato della mente. Goldberg e Rogen, invece, hanno la faccia dei canadesi bambacioni che una rissa non l’hanno mai vista e che quando c’è la polemica sulla bandiera confederata magari sono d’accordo con chi vuole toglierla. Dopo aver visto la prima stagione (l’ultimo episodio è stato trasmesso il 31 luglio), le mie perplessità si sono rivelate fondate. Eppure, se a modo suo funziona, è proprio perché i due di Vancouver hanno fatto di testa loro, al costo di far inviperire chi ama il fumetto.

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Partiamo da un ovvio presupposto: pretendere di portare la saga disegnata da Steve Dillon sullo schermo così com’è era impossibile. Ci sarà un motivo se, negli anni passati, ci hanno provato in tanti per poi gettare sconfortati la spugna, da Sam Mendes a Kevin Smith fino alla Hbo. E non solo per l’oggettiva difficoltà di ricostruire senza un budget adeguato l’universo inventato da Ennis, fatto di guerre tra angeli e demoni ed esplosioni nucleari random. Per quanto la ricerca dell’eccesso non fosse ancora fine a se stessa come nei successivi Crossed e The Boys, Preacher rimane ancor oggi un fumetto estremamente oltraggioso e urticante, seppure animato da una tensione morale che non rende mai gratuiti il turpiloquio e i fluidi organici sparsi a profusione. Rogen e Goldberg, trovandosi per di più a maneggiare una tematica delicata come quella religiosa, hanno dovuto giocoforza smussare certe asperità, e fin qua niente di male. Il guaio è che, avendolo fatto secondo la loro ottica, lo humour cinico ma rigoroso di Ennis è stato sostituito da quella fastidiosissima “ironia postmoderna” che alla fine assolve tutto e tutti, laddove una satira davvero cattiva castigat ridendo mores proprio in virtù della tensione morale di cui sopra.

Di altrettanto postmoderno, e ancor più fastidioso, c’è poi il citazionismo. I modelli dei due canadesi sono i Coen e Tarantino, e si vede. Davvero, ragazzi, mi fido, non c’è bisogno che mi mettiate i due protagonisti maschili che, ripulendo la scena di un massacro, motteggiano “sembriamo proprio i due killer di Pulp Fiction/ Io voglio essere Vincent Vega che era il più fico” o Cassidy che si presenta affermando che “Il Grande Lebowski è un film sopravvalutato“. La prima volta ci sta, la terza no, soprattutto se inserita in una discussione lunga e circostanziata su quale sia il miglior film dei Coen. Ecco, questa roba non è più simpatica, non è più brillante, se mai lo è stata, lasciamola a In The Market. Posto che qua in Italia molto prima dell’avvento di Tarantino avevamo Tiziano Sclavi. E senza contare che l’equivalente nel fumetto sono conversazioni dove Jesse e Cassidy stabiliscono che i tipi a cui piacciono Stanlio e Ollio sono persone serie mentre quelli che preferiscono Charlot sono probabili molestatori di bambini. Da un altro punto di vista, se di partenza non c’era l’investimento per almeno due stagioni, il prodotto è piuttosto riuscito. Se non conoscete il fumetto, la serie potrebbe piacervi pure assai. È recitata bene, girata discretamente, lo splatter non manca e la storia è pur sempre quella. Storia, in origine ambientata in dei vaghi anni ’90 che potevano pure essere gli ’80, calata nel 2016 in modo azzeccato, dalle gag a sfondo tecnologico (la bambina che gioca con l’iPad durante la messa) a quelle relative al decesso di una nota star di Hollywood (e qua non vi anticipo nulla perché ho riso veramente tanto).

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Pollice in su per le interpretazioni, dicevamo. Dominic Cooper ha l’espressione un po’ troppo dolce e bonacciona, in linea con l’ammorbidimento del personaggio, ma è in parte e abbastanza somigliante. Joe Gilgun gli ruba la scena ed è un Cassidy convincente, stante la difficoltà di incarnare una delle migliori spalle della storia del fumetto dopo il Capitano Haddock e Bob Rock. Certo, per il Cassidy definitivo ci voleva Luca Marinelli ma non si può avere tutto. Anche Ruth Negga se la cava benissimo ma il tradimento del personaggio di Tulip (no, non c’entra che l’attrice sia mulatta invece che bionda) è probabilmente ciò che più farà incazzare gli appassionati e ha purtroppo a che fare con quella faccenda della sensibilità di cui blateravo poc’anzi. La Tulip di Ennis è un rude “maschiaccio”, non una supponente femminista rompipalle e pure di facili costumi, laddove il fumetto è un peana all’amore indissolubile ed esclusivo come nelle migliori fiabe. E le dinamiche dell’amicizia tra Jesse e Cassidy, il vero fulcro di Preacher, sono risolte un po’ alla carlona. Non ti tieni nella soffitta della chiesa un vampiro alcolizzato e manesco solo perché ti sta simpatico, altrimenti diventa un po’ una situazione da commedia con Renato Pozzetto.

Jackie Earle Haley as Odin Quincannon - Preacher _ Season 1, Episode 4 - Photo Credit: Lewis Jacobs/Sony Pictures Television/AMC

Mettendo da parte le fisime da fan (che dovevo pur sfogare), il problema principale è lo stesso della prima stagione di The Walking Dead. Anche in questo caso, a una puntata pilota notevolissima (durante la prima apparizione di Cassidy salterete sul divano agitando il pugno, sparando petardi e suonando le vuvuzelas) segue un drastico calo del ritmo dovuto alla necessità di allungare il brodo e utilizzare il meno possibile del primo arco narrativo originale. Necessità perché, in questi casi, fai la prima stagione e poi si vede. Non hai subito a portata di mano le risorse economiche opportune. Così la stagione finisce più o meno dove il secondo albo partiva col turbo. Ciò conduce a inventare tutta una serie di personaggi aggiuntivi di cui non importa niente a nessuno (la perpetua di Jesse, una madre single forse innamorata di lui e forse no) e ampliarne altri che su carta non avevano tutto questo spazio (Faccia di Culo, che qua suscita pietà e buoni sentimenti mentre nel fumetto era un altro ridicolo reietto). Quindi niente Graal, niente Starr (appare per pochi secondi ma solo gli aficionados coglieranno) e niente Gesù De Sade, almeno per ora. In compenso, ed è stato un ottimo modo di metterci una pezza, c’è da subito un ottimo Odin Quincannon, un Jackie Earle Haley praticamente perfetto che si eccita ascoltando le urla degli animali macellati del suo mattatoio (ok, nel fumetto la faccenda era molto più estrema ma deve andare in televisione ‘sta roba). Peccato che, come Faccia di Culo, anche lui venga “umanizzato” e dotato di un tragico passato alle spalle che ne giustifica le nequizie. Per inciso, è molto interessante come, dall’avvento della new economy, la figura del capitalista avido e cattivo sia stata quasi abolita dalla cultura popolare e di come ciò sia legato anche al fatto che i nerd non sono diventati solo cool e smart ma sono saliti ai vertici della piramide sociale, fondando imperi miliardari che controllano i vostri dati personali. Il Santo degli Assassini, infine, si vede ancora poco ma promette bene. Graham McTavish ha il physique du role adeguato, nell’impossibilità di chiamare Clint Eastwood.

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La Amc ha rinnovato la serie per una seconda stagione più lunga, di 13 episodi. I presupposti perché venga fuori qualcosa di buono ci sono. E non solo perché arriverà Starr, un cattivo talmente spaccaculi che per sbagliarlo bisognerebbe mettersi davvero di impegno, ma perché la decima e ultima puntata, tranquillamente all’altezza delle prime due (le uniche girate dai due produttori), affronta la tematica religiosa da un punto di vista che in Ennis mancava: se non c’è più Dio, tutto è concesso. Il forfait del Creatore nel fumetto è un segreto ben custodito ma nella serie televisiva diventa rivelazione di dominio pubblico. Nelle ultime scene, mentre l’ultima messa officiata da Custer degenera in panche spaccate in testa al prossimo, Quincannon rivendica come superiore il culto del “dio della carne”. Pur avendo sbadigliato tra dialoghi inutili e sviluppi sentimentali superflui, attendo quindi la seconda stagione con fiduciosa curiosità. (Ciccio Russo)

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9 commenti leave one →
  1. Ranx permalink
    14 settembre 2016 10:29

    L’ho mollata dopo sei puntate, avevo ovviamente enormi aspettative che sono andate a sfracellarsi (l’arco narrativo delle prime uscite di preacher è fantastico, si poteva snaturarlo meno). Si vede che sei un fan del fumetto, che appunto ha una potenza rivoluzionaria che alla serie manca ( o forse son passati vent’anni e siamo tutti più adulti, cinici e post-qualcosa). Io comunque aspetto una serie ad altissimo budget basata su “The Invisibles” di Grant Morrison, che è il meglio che il fumetto possa offrire, e se non l’hai letto Ciccio, te lo consiglio.

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  2. weareblind permalink
    17 settembre 2016 16:44

    Mai sentito, ma non ne sento la mancanza.

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  3. analviolence permalink
    20 settembre 2016 12:02

    Da fan di Ennis oltre ogni limite di ragionevolezza ho molto apprezzato le tue parole su Peracher. La serie non la vedrò: non mi incuriosisce una versione riadattata del fumetto, soprattutto se commette assurdità come la rivisitazione del personaggio di Tulip. Hitman invece l’hai mai letto? Sono ancora più legato a quel lavoro di Ennis, affettivamente ed emotivamente

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    • 20 settembre 2016 14:20

      Hitman non ancora, di Ennis mi manca ancora un po’ di roba (ho letto pochissimo del suo ‘Punitore’ e non ho mai recuperato, ad esempio, ‘Le cronache di Wormwood’.)

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      • analviolence permalink
        23 settembre 2016 10:17

        Allora cerca di recuperare Hitman al più presto, non c’è opera di Ennis da leggere prima di quella. Il problema è trovarlo in giro, pare essere diventato piuttosto raro

        Liked by 1 persona

  4. 26 settembre 2016 22:44

    Di Hitman consiglio la traduzione dei primi 36 numeri su Lobo Nuova Serie 1-34 ed il resto delle storie (60) sui 6 volumi editi dalla Play Press tra il 2000 ed il 2001 e lasciare stare la ristampa della planeta deagostini (fa cagare). Roba da conservare per i posteri.

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  5. 26 settembre 2016 22:49

    e poi in Hitman c’è la SEZIONE 8 con Bueno Excellente: http://4thletter.net/wp-content/uploads//thcipbueno.jpg

    Liked by 1 persona

  6. 30 ottobre 2016 06:59

    Un pensiero per il povero Steve Dillon che ci ha lasciati il 22 Ottobre di quest’anno.

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