Cornamuse, pirati e alcolismo: FOSCH FEST @Bagnatica (BG), 13/14.07.2013

fosch-fest-2013-locandinaIo e Ciccio abbiamo deciso di andare al Fosch Fest perché era una specie di Wolfszeit in piccolo, con gli stessi headliner, grossomodo lo stesso genere musicale, la stessa ambientazione agreste, però senza i lupi. Inoltre ci sono gli Alestorm, che ce li vediamo per la terza volta in undici mesi diventando così ufficialmente i più grandi fan degli Alestorm al mondo™, considerando pure il bonus acquisito quando abbiamo scaraventato Christopher Bowes oltre al bancone del bar del Traffic.

Alla fine ci siamo solo io, Ciccio e Gabriele Hammerfall, fiero e potente fan degli Ensiferum e di Saverio Zanetti. Arriviamo in albergo prestissimo e facciamo passare il tempo facendoci abbordare da un personaggio indecifrabile conosciuto lì, che continua ad attaccare bottone con noi dovunque andiamo e che per la sua vivace loquela è stato subito rinominato ER CAZZATA; un romanaccio a cui piace tanto far correre la fantasia, che se rimanevamo lì un altro po’ ci avrebbe detto che suo cugino era Iron Man. Insomma, dato che l’albergo dista solo quattro chilometri dal concerto decidiamo di farcela a piedi. Fa caldissimo e dobbiamo percorrere una strada provinciale dritta in mezzo a campi coltivati e capannoni, con ovviamente neanche un briciolo d’ombra, camminando in mezzo al fango a lato della carreggiata. L’unico bar all’uscita del paese ha una bandiera della Padania appesa fuori e decidiamo di non entrare, quindi niente birra.

Quando arriviamo stanno suonando i Maladecia, con strumenti folk e ritmi zumparelli. L’idea sembra carina, ma non si sente benissimo. E questo è il problema: non si è sentito benissimo per tutta la durata del festival, quindi, a parte per i gruppi di cui conoscevo bene i pezzi (Alestorm e qualcosa degli Opera IX), non ho moltissimo di sensato da dire sul piano musicale. Non si sentiva bene sotto al palco, non si sentiva bene in fondo, non si sentiva bene sotto al tendone del bar. Non ho dunque moltissimo da dire sui piemontesi Lou Quinse né sugli Wolfchant, il cui ultimo lavoro ho recensito qui. I Lou Quinse aspetto di sentirli in un’altra occasione perché sembravano pigliare bene; gli Wolfchant sinceramente possono starsene tranquilli a casa loro, anche perché l’unico pezzo decente (Winter’s Triumph) neanche l’hanno fatto.

Nel frattempo comincia a piovere a dirotto, sempre facendo caldissimo, e salta l’esibizione pirotecnica di tale Michela, che di sicuro sarebbe stata più interessante del set degli Wolfchant. Si passa direttamente ai Cruachan, di cui ammetto di non ascoltare una nota da tipo dieci anni. Considerata però la rilevanza storica della band cerco di prestare più attenzione di quanta non vorrei, ed è tragico perché delle due l’una: o l’acustica ha improvvisamente fatto più schifo del normale durante la loro esibizione, oppure hanno proprio suonato malissimo. Gabriele Hammerfall è disgustato. Non li ha mai sentiti e pensa che siano un gruppetto debuttante che ancora non sa bene come muoversi; se non sapessi chi fossero, probabilmente penserei la stessa cosa anch’io. Ma a noi fondamentalmente frega solo di una cosa: gli Alestorm.

Ci ficchiamo nelle primissime file per gustarci la cosa come si conviene e ci ritroviamo ad aspettare un’ora al freddo e sotto la pioggia, sorpresi dall’escursione termica da deserto del Sahara. È chiaro che viene in mente il testo di Army of Immortals. La gente che pensa che sia una cosa stupida o troppo faticosa evidentemente non è come noi e non sa cosa si perde a non essere metallari. Noi aspettiamo un’ora attaccati alle transenne, zuppi d’acqua e tremando dal freddo, ma siamo felici perché per la terza volta in neanche un anno davanti a noi c’è Christopher Bowes che si aggira sbronzo sul palco durante il soundcheck con addosso una maglietta del Nyan Cat (!) e l’aspetto di chi non ha la minima idea di cosa stiano facendo tutti sul palco tutti i tecnici e i roadie, queste operazioni che si ostinano a ripetere ogni sera spostando cose e attaccando cavi mentre io sto sul palco e voglio suonare, e perché non la smettono e mi fanno suonare, nel frattempo magari bevendo dal bar personale che mi faccio mettere sul palco di certi locali tipo il Traffic. Evidentemente però gli organizzatori vogliono aggiustare un po’ l’acustica e quindi ci mettono più tempo. Quando attaccano con The Quest diventiamo tutti felici di colpo e nulla ci può più scalfire. A parte un laido ciccione ubriaco del cazzo che è stato per metà concerto completamente appoggiato con la sua schiena sulla mia, di spalle al concerto. Pure a spingerlo e a insultarlo niente, il panzone rimaneva lì. Sono i momenti in cui vorresti essere Yuri Boyka e approfittare del pogo per cominciare a tirare calci volanti in piroetta. Comunque niente può distoglierci dal fatto che davanti a noi ci sono gli Alestorm che suonano la stessa scaletta di sempre, con le uniche modifiche di Leviathan e di Wolves of the Sea (!!!). Hanno suonato Wolves of the Sea (!!!) e penso sia stato uno dei momenti più alti di tutta la mia vita concertistica. 

E non c’è molto altro da dire. Scrivere il terzo report dettagliato di un concerto degli Alestorm in neanche un anno sarebbe davvero un’operazione insensata, quindi rimando agli altri articoli. Alla fine del festival ci rimettiamo la strada sotto i piedi e ripercorriamo quel desolato tratto di asfalto e fanghiglia in mezzo ai capannoni industriali e alle ranocchie che ci camminano sulle scarpe. Io ho perso la voce, Gabriele Hammerfall pretende di giocare a Sarabanda con le canzoni degli Aborted sul cellulare, e Ciccio è ubriaco. Oddio, non che noi stessimo benissimo, però in questo ambito lui è sempre il campione del mondo. A un certo punto si ferma e, con aria composta e serena, ci dice: “Ragazzi, io sto bene. Però prima di tornare in albergo forse sarebbe meglio che mi facessi una vomitatina, non si sa mai”. Quindi si avvia con aria placida vicino ad un muretto, si appoggia con una mano in tutta calma, abbassa la testa e inizia a riprodurre tutto Cause of Death degli Obituary emettendo versi decisamente non umani. Dopodiché torna da noi e, con faccia placida nonostante con quei versi avesse rischiato di risvegliare Cthulhu, ci dice che ora è a posto. A sua discolpa si può dire che aveva veramente bevuto tantissimo, e che il colpo di grazia lo ha ricevuto con una grappa offertagli da non so chi nel backstage. Lui sapeva che con quella grappa sarebbe stato male, ma a quel punto è subentrata la norma fondante dell’intera esistenza di Ciccio Russo, un imperativo morale di fronte al quale ogni altro ragionamento scompare e cioè

non si rifiuta mai l’alcol gratis

Le scarpe di Ciccio, inzaccherate di fango e vomito, saranno l’emblema della prima giornata del Fosch Fest. Volevamo finire la giornata col botto, rubando la bandiera della Padania al bar dei leghisti allo scopo di appenderla rovesciata fuori al balcone di casa, ma purtroppo il bar era ancora aperto e quindi niente. Andiamo a dormire.

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Il giorno dopo mi sveglio alle 10 e vado fuori a prendere aria. Dopo poco arrivano gli Wolfchant al completo e cominciano a bere birra ai tavolini dell’albergo. Rimarranno ad alcolizzarsi lì fino al primo pomeriggio, attorniati da un paio di groupies (esistono ancora) e senza mai dare il minimo segno di cedimento. Dato che la sera avrei dovuto prendere l’aereo, perdendomi peraltro gli headliner, ho chiesto il numero del taxi alla reception e loro mi hanno dato il numero di un privato convenzionato che mi avrebbe portato in aeroporto facendomi pagare di meno; e il fantasma di David Lipinski è ritornato prepotentemente in mezzo a noi. Dopodichè abbiamo solo fatto una piccola escursione al bar leghista, l’unico aperto, per fare colazione. Dentro c’erano solo foto del Papa e di Umberto Bossi. È un Inter Club, il che mi fa venire voglia di tifare, non so, il Catania. Il barista è insospettabilmente espansivo e cerca di insegnare a Ciccio a contare in bergamasco. Erano i primi leghisti che io abbia conosciuto in vita mia.

Al festival ci ritorneremo intorno alle 16: prima no perché era troppo caldo per farsi quattro chilometri a piedi. Fortunatamente a metà strada siamo stati prelevati da un buon samaritano che ci ha visti e ha avuto pietà di noi: Manu, detto il figa perché parlava con un accento bergamasco pesantissimo e ficcava l’intercalare figa ogni due secondi. Figa ma io non so neanche chi c’è al Fosch figa quest’anno, figa. Per farvi capire la statura morale del personaggio, questo abitava a dieci chilometri dal concerto e si era portato la tenda da campeggio perché la sera sarebbe stato troppo ubriaco per tornare a casa. Figa. Facciamo comunque in tempo per vedere la fine degli Evenoire, su cui non ho molto da dire perché, di nuovo, non si riusciva esattamente a capire cosa stessero suonando. Stesso problema per gli Ulvedharr, e mi dispiace ma se fossi in grado di dilungarmi un minimo lo farei. L’ultimo gruppo che riesco a vedere per intero sono gli Opera IX, gli unici per cui avessi aspettativa oltre agli Alestorm. Anche qui vorrei dire di più ma realisticamente non si può fare un report se non senti mai neanche la voce del cantante, e tutto il resto è un pastone indistinguibile. Poi loro prendono bene comunque, sanno tenere il palco e mediamente restituiscono un’impressione migliore rispetto ad altri gruppi dall’attitudine un po’ bambinesca che sono saliti su quello stesso palco. E grazie al cazzo, aggiungerei. Considerato che l’ultima volta che li avevo visti avevano ancora Cadaveria alla voce, mi piacerebbe rivederli in altro contesto.

Dopo gli Opera IX io devo scappare in aeroporto, giusto il tempo di assistere a qualche pezzo degli Skyforger. Chiamo il Lipinski padano e saluto Ciccio, Gabriele Hammerfall e Manu, che abbiamo ritrovato in mezzo al pit completamente ubriaco e felice. Lascio dunque l’incombenza degli ultimi due gruppi al collega isolano. (Roberto ‘Trainspotting’ Bargone)

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“Aò, se fossi ‘na pischella nun c’andrei mai con un metallaro, me farebbe troppo schifo” (Gabriele Hammerfall)

Scoprii gli SKYFORGER un paio di anni fa tramite una couchsurfer di Riga. Le avevo chiesto di farmi sentire un gruppo del suo paese a caso su youtube e lei aveva tirato fuori questi qua come prima scelta. Scelta abbastanza bizzarra, considerando che lei non era metallara e che non li conoscevano manco Charles e Matteo Ferri, che seguono questo genere con dedizione maniacale.  Invece sono famosi, almeno dalle loro parti, tanto che l’ultimo disco, Kurbads, si è aggiudicato il Grammy lettone nonostante l’agghiacciante copertina ed è pure uscito su Metal Blade. E il precedente Zobena dziesma, 100% folk e niente metal, era stato cofinanziato dal governo tramite non so quale fondo per il sostegno della cultura locale. Purtroppo sono venuti con Ryanair pure loro, come scoprirò il giorno dopo in aeroporto, quindi non si sono potuto portare dietro corni, trombe, triccheballacche e caccavelle. O magari c’entra la defezione di Kaspars, ex addetto alle cornamuse, che aveva mollato la band l’anno scorso e non è stato ancora sostituito. Del resto la Lettonia avrà due milioni di abitanti in croce (la Pērkonkrusts, per la precisione, quella che sono stati costretti a eliminare dal loro logo per evitare antipatici malintesi ideologici), vallo a trovare un altro suonatore di cornamusa a cui garbi il metallo. Fatto sta che lo show ne esce impoverito e chi era presente non ha potuto avere che un’idea parziale di quello che sono gli Skyforger su disco. L’udienza gradisce comunque e scuote la testa al ritmo dei riff cadenzati e bellicosi della band, che ricambia sorridendo e snocciolando mid-tempo troppo scarni per poter reggere per un’ora e passa senza l’adeguato tappeto di strumenti tradizionali.

Una lunga pausa, le ultime birre, e gli ENSIFERUM chiudono le danze. Gabriele non sta nella pelle. Se io e Roberto siamo i maggiori fan degli Alestorm italiani, lui lo è dei finlandesi, che attaccano con In My Sword I Trust, brano d’apertura dell’ultimo Unsung Heroes, che i miei compagni di viaggio hanno trovato piuttosto bruttarello e io non ho ancora ascoltato. Il pubblico impazzisce ed è tutto per loro. Restano invece un po’ perplessi nelle file esterne, dove si aggirano vecchiette e perdigiorno di paese capitati lì per caso. C’è pure il barista leghista che aveva provato a insegnarmi a contare in bergamasco. L’act di Helsinki non è mai stato la mia passione ma dal vivo sa indubbiamente il fatto suo. Petri Lindroos è un frontman consumato, il bassista Sami Hinkka passa l’80% del tempo a suonare e l’altro 20% a incitare la gente con le braccia, pezzi come Guardians Of Fate e Lai Lai Hei sono la miglior conclusione possibile per un festival a tema folkettone. Cori da sagra e pugni alzati. Alla fine mi diverto anch’io. Sulle note di Iron cala il sipario e si va a nanna, dopo, ovviamente, aver sbagliato strada e rischiato una replica in salsa padana dell’agghiacciante epilogo dello Wolfszeit. Chissà se er cazzata e sua moglie si sono divertiti a Genova. (Ciccio Russo)

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Per concludere bisogna spezzare qualche lancia e mazza ferrata in favore dell’organizzazione, ché finora ho solo parlato male dell’acustica e messa così sembra che abbia fatto tutto schifo. Invece il Fosch è uno dei festival meglio organizzati cui abbia mai assistito, anche considerando i prezzi insolitamente modici per ingresso (15 euro per due giornate compreso campeggio), cibo e bevande. Era pieno di posti dove sedersi, compresi due enormi gazebo con panche e tavoli di legno all’ombra, c’era almeno una ventina di bagni chimici, era possibile uscire e rientrare col braccialetto (il che non è per nulla scontato), e gli spazi in generale erano organizzati ottimamente. A parte il problema della pioggia che ha fatto saltare quell’esibizione pirotecnica, la scaletta è stata rispettata più o meno puntualmente, e -forse la peculiarità più gradita- erano tutti gentili, persino la security e i tizi alla cassa, categorie di solito associate alla volontà di comprare una bomba atomica e poi andargli a chiedere l’indirizzo di casa preciso.  Il fatto poi che il tutto si sia svolto a dieci chilometri dall’aeroporto e che ci fosse l’albergo convenzionato è la classica ciliegina sulla torta. Vediamo un po’ quale sarà la scaletta il prossimo anno, magari ci si rivede tutti lì. (Roberto ‘Trainspotting’ Bargone)

PS – Ciccio Russo ci tiene a fare una postilla:

LA TOP 5 DEI TATUAGGI ÙRENDI VISTI AL FOSCH FEST

Premetto che a me i tatuaggi piacciono. Ne ho tre, pure grandini. Però i miei sono belli. Lì la maggior parte della gente se li era fatti disegnare dal cuginetto svantaggiato di sei anni e incidere da un meth-head col morbo di Parkinson. E che cazzo, pensateci bene prima, non è che vanno via con acqua e sapone. Insomma, quando vi fate un tatuaggio dovete sempre pensare a una donna che vi vede nudi per la prima volta (ok che, in genere, se ascolti ‘sta roba il problema non si pone spessissimo) e alla quale si rinsecchirebbe la passera all’istante tipo Death Valley a vedere sulla vostra pelle roba come:

IL BUCATO PAGANO: ‘sto ciccione aveva una sorta di filo tracciato tra le scapole dal quale pendevano teschi di cavallo, mazze e ossa, il tutto ovviamente con un tratto che definire incerto è un complimento sperticato.

DEATH PROOF: esatto, il teschio con due fulmini sotto che aveva Stuntman Mike sul cofano della macchina in quello che è senza dubbio il peggior film girato da Tarantino. Ovviamente ornato di colori psichedelici e con la scritta “a prova di morte” in italiano. L’orgoglioso latore ne aveva almeno altri sette, uno più brutto dell’altro, che ho rimosso per pietà.

TUTTI QUELLI A TEMA MUSICALE: va bene, anche a me quando ascolto Call To Arms in palestra viene sempre la tentazione di tatuarmi il sign of the hammer, che però ha una valenza iconica di per sè anche a prescindere dai Manowar. Ma il logo dei Korpiklaani? Capisco i Maiden o i Sabbath, ma che accidenti mi rappresenta il logo dei Korpiklaani sulla schiena grosso così? A battere tutti è stato però il tizio che aveva sulla spalla un’enorme caricatura (definiamola così nell’impossibilità di utilizzare il termine “ritratto”) di Bob Marley. A parte il fatto che era inguardabile, cosa c’entrava col Fosch Fest?

IL VICHINGO SCHIZZATO: in molti casi non si capiva se certi tatuaggi erano appena abbozzati perchè l’incisore era un cagnaccio ubriacone o perché l’intento era di terminarli in più sedute ma il cliente se ne era scordato (per colpa dell’alcol), aveva finito i soldi (spesi tutti in alcol) o li trovava già bellissimi così (sotto effetto dell’alcol). Ne potrei citare a decine ma l’approssimativo schizzo di un vichingo accovacciato (a cacare?) che un altro panzone sfoggiava su una spalla mi era sembrato per un attimo la prova definitiva che Dio non esiste.

IL LOGO DEL RUGGITO DEL CONIGLIO: avete capito bene, la trasmissione radiofonica di Dose e Presta. Questo, insomma:

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E niente, mentre scendevamo dalla macchina del Figa mi è passato davanti uno che aveva ‘sta cosa sul braccio sinistro. Perlamadonna, ce l’ha avuto pure Nunzio Lamonaca come avatar su facebook. Siccome era di profilo, non ci è dato sapere se dall’altra parte avesse il logo di Un giorno da pecora. (Ciccio Russo)

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