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La mensa di Odino #14

20 gennaio 2017

Il tizio che vedete qui sopra è Steve Wynn, cantante degli UNDRASK, un quintetto di fighette del North Carolina al debutto con l’iperbolico Battle Through Time, dieci mirabolanti tracce di death melodico fresco e frizzante quanto un bicchiere di Coca Cola lasciato al sole per una settimana. Sia intesa la definizione di death metal melodico in senso americano, quindi chiaramente deathcorizzato, metalcorizzato o quel che vi pare a voi; il che è la prova che bisognerebbe inventare la macchina del tempo solo per impedire agli yankee di scoprire gli At the Gates (e gli In Flames). Anzi, ci mettiamo anche i Children of Bodom, che qua ogni tanto riaffiorano pure loro, e non è un bel sentire. La cosa che mi dà più fastidio, però, è quel suono pulitino delle chitarre che finiscono puntualmente a fare pirupirupiru in modo del tutto innocuo. Battle Through Time soffre del solito problema di questo genere di dischi: segue pedissequamente determinati canoni esteriori e formali del death melodico ma lasciando per strada l’impatto, il tiro e l’atmosfera; anche se qui probabilmente se li sarà mangiati il cantante.

Parliamo ora dei SURDUS, gruppo sudafricano al debutto con questo Tarnished by Decay, che ho scoperto per purissimo caso. Credetemi, mi sono approcciato all’ascolto estremamente speranzoso, perché il nome SURDUS è fantastico e avrei tanto voluto poter dire in giro di essere un fan dei SURDUS (magari anche indossando con orgoglio una maglietta dei SURDUS). E invece niente, fratelli del vero metal. Appena è partito il primo breakdown ho capito che la vita non mi avrebbe concesso questa gioia, e dopo un paio di canzoni mi sono convinto che colonizzare il Sudafrica è stata una cosa sbagliata.

qui surdus natus est, loqui discere possit.

qui surdus natus est, loqui discere possit.

Una roba da far rimpiangere l’altro grande prodotto dell’industria musicale sudafricana: le vuvuzela. Ve le ricordate, no? Quelle mefitiche trombette di plastica che facevano da sottofondo continuo al mondiale di calcio peggiore della Storia, roba che durante la prima partita io non capivo che cazzo fosse quel rumore e mi ero convinto che la televisione stesse facendo contatto con la Playstation. È successo sul serio, non è una battuta. Probabilmente l’Apocalisse sarà annunciata da Turnished by Decay con le vuvuzela di sottofondo: a quel punto capiremo di essere davvero fottuti.

Tanto tempo fa, quando l’Italia era una Nazione ricca e potente e la Spagna aveva le pezze al culo, ci si riferiva agli spagnoli come ai nostri “cugini poveri”. Uno dei pochi ambiti in cui questo concetto è sopravvissuto è il metal classico: dai Tierra Santa ai Lujuria in giù, ascoltare i gruppi classici iberici riporta alla mente la nostra scena di fine ’80-inizi ’90, e la sua ingenuità. Gli ICESTORM vengono da Barcellona e col loro secondo disco Terres de Foc si inseriscono perfettamente in questo discorso. Questi gruppi te li immagini sempre a suonare in qualche locale di provincia piccolo e malmesso, credendoci tantissimo, con le maglie dei Metallica di And Justice for All o con le canottiere nere e la puzza di ascelle che appesta tutto il locale. Terres de Foc non è un capolavoro, ma se la descrizione qui sopra vi ha stuzzicato potrebbe darvi qualche soddisfazione. 

slechtvalk_where-wandering-shadows-and-mists-collideNon avevo mai sentito gli SLECHTVALK prima, ma ci tengo comunque a recensirli perché fanno white black metal (attenzione) e io non ho mai recensito un gruppo del genere. Loro sono nati nel 2000 in Olanda come one man band del solo Shamgar, ora cantante e chitarrista, e Where Wandering Shadows and Mists Collide è il loro quinto disco. I territori battuti dal sestetto oranje sono quelli coincidenti con la generica definizione di black melodico, con frequenti sortite nell’ambito del viking metal, specie in pezzi come la bella Asternas. Tutto questo aggiunge grottesco al grottesco, perché, per quanto sia straniante il black metal con testi cristiani, col viking metal con testi cristiani abbiamo sfondato il tetto dell’umanamente comprensibile. Tuttavia Where Wandering Shadows è un discreto dischetto nel suo genere, certo nulla per cui immolarsi al dio di Israele con le treccione vichinghe che gli Slechtvalk adorano ma comunque bensuonatobenprodotto, le canzoni funzionano, le melodie prendono, l’epica pompa, eccetera. Anche la copertina è molto carina. Mi sembra che ci siano tutti gli ingredienti necessari per poterselo sparare in macchina d’inverno nelle giornate soleggiate con la neve per terra, o come quintultimo o sestultimo gruppo del Fosch Fest, il che per un gruppo del genere mi pare missione compiuta.

A proposito di Fosch Fest, riuscii a vedere gli WOLFCHANT quando ebbero l’onore di essere il quintultimo o sestultimo gruppo di quel festival. Però, purtroppo, l’unico vero pregio degli Wolfchant è la voce di Michael Seifert, il cantante dei Rebellion. Se i cosciotti di maiale coi crauti avessero una voce, sarebbe quella di Michael Seifert. In un ipotetico remake tetesco di Piovono polpette, che ovviamente si chiamerebbe Piovono cosciotti di maiale coi crauti, Seifert sarebbe il doppiatore ideale. Per tutto il resto, gli Wolfchant sono sbagliati proprio strutturalmente: produzione finta, ipertrofica e plasticosa in stile Epica; sezione ritmica da quinta elementare; tastierine a metà tra degli Ensiferum con qualche cromosoma di troppo e le pubblicità per bambine al di sotto degli 8 anni con le fatine che volano; e la ciliegina: screaming strozzatissimo di uno che se lo sento per strada gli faccio la manovra di Heimlich e voce pulita (di Reifert) talmente tonitruante che per non renderla fuori contesto quando entra devono cambiare pure gli arrangiamenti, tanto che certe volte sembra di sentire due band diverse.

Il precedente Embraced by Fire non l’ho più sentito dopo averlo recensito, e non è mai un buon segno; ci hanno messo quattro anni per fare uscire questo Bloodwinter, il sesto, e il risultato è quello che è. Non sono sicuro di riuscire a essere tollerante con un maggiorenne che ascolta gli Wolfchant. È davvero tutto troppo adolescenziale, ma adolescenziale in un senso deteriore: roba trita e ritrita, senza nerbo né sentimento, che puoi cercare di propinare solo ad un adolescente che non ha mai sentito nulla del genere, o che magari non avendo ancora la scafatezza necessaria preferisce questi agli Astidir Lifsins, o anche solo agli Slechtvalk, perché hanno il suono più pulito e fanno più casino. Quando provano a fare un riff, tipo in Wolfchant, gli esce fuori una roba stile scena HC melodico padovana di inizi anni Duemila. Questo è il livello. E vi lascio pure col video ufficiale, nel caso non vi fidiate. (barg)

4 commenti leave one →
  1. Cattivone permalink
    20 gennaio 2017 18:01

    Bell’omino il cantante degli Undrask.
    Il White Viking Metal mancava pure a me… il semplice White (che non ho capito se é la stessa cosa dell'”Unblack”) lo accetto a fatica, ma cristiani adoratori di Odino proprio non li concepisco.

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  2. sergente kabukiman permalink
    20 gennaio 2017 21:30

    il tizio che urla in questi wolfchachacha mi inquieta

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  3. Breuer permalink
    22 gennaio 2017 21:45

    Torno a dire che dei Wolfchant vanno ascoltati e amati i primi due! Quello sì che è odalismo e rutto libero (cit.), con tutto il corredo di stinco di maiale e crauti direttamente dalla latta. Se Starkend Trunk Aus Cazzemmazzi vi lascia freddi siete dei poveri di spirito e tifate padre pio. Dopo quelli il nulla, avrò ascoltato mezza canzone, ma credo che abbiano cominciato a credersi gente di un certo livello.

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  1. Avere vent’anni: CHILDREN OF BODOM – Something Wild | Metal Skunk

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