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Musica di un certo livello #20: PRIMORDIAL, CRUACHAN, FEN, ARSTIDIR LIFSINS

12 dicembre 2014
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Alan Averill immortalato in un momento di celtico smarrimento

Quando esce un nuovo disco dei PRIMORDIAL e mi propongo di recensirlo, mi prende sempre una certa pesantezza d’animo. Innanzitutto, non riuscendo in nessun modo a memorizzare le uscite precedenti, ogni volta mi tocca andare a riascoltare tutto il pregresso, attività assai spossante che conduce all’inevitabile desistenza. Sarà un problema di personale affinità, sarà che gli irlandesi sono afflitti da una intrinseca incapacità di sintesi. Se nel particolare, magari, sfornano pure dischi riusciti, tipo To The Nameless Dead, che è l’ultimo veramente bello che vagamente ricordi, generalmente si perdono in sbrodolamenti e lungaggini che potrebbero farci anche il favore di evitare. In secondo luogo, penso che la voce di Alan Averill come cavolo si chiama non si presti poi benissimo a un genere come il black metal, folk, celtico, epico e chi più ne ha più ne metta, con cui infarciscono ogni dannato cd. Trovo che il suo timbro vocale sia più adatto a fare doom (vedi l’esperienza – più o meno riuscita – in Dread Sovereign e Void of Silence) o roba decisamente più easy listening (tipo Twilight of the Gods) e comunque mi risulta troppo spesso recitativo. Ma forse sono l’unico a pensarla così, quindi chiudo brevemente dicendo che Where Greater Men Have Fallen è l’ennesimo monolitico bolo difficile da mandare giù nel quale, scavando bene e a fatica, si trovano quei due/tre pezzi da estrapolare e riascoltare.

Mauro Frison sei tutti noi

Mauro Frison sei tutti noi

Invece, restando in Irlanda, trovo che siano molto più godibili i CRUACHAN, la cui adorabile proposta non ha mai avuto modifiche di sostanza, passando da versioni più acustiche (con voci femminili e tutto il corredo di strumentini tipici) a quelle più incazzate, come negli ultimi due dischi, che hanno entrambi la parola ‘blood’ nel titolo. Questo ne ha anche due, forse per ribadire che si sentono ancora più incazzusi di prima (e visto l’andazzo, mi aspetto che con il prossimo disco chiuderanno quella che verrà universalmente ricordata come la “trilogia del sangue” dei Cruachan). La vera novità è che in copertina, dove prima campeggiava un fottio di animaletti un po’ matti, questa volta ci sta l’amato capro. Tutto quello che c’era da dire sui Cruachan l’ho detto nella recensione dell’album precedente (e penso possa bastare), quindi chioso raccomandandovi Blood for the Blood God che, cazzeggio a parte, conferma l’avvicinamento sempre più convinto e senza riserve dei dubliners al metal estremo (solo sfiorato di passaggio nei primi bucolici lavori, se ben ricordate). Per farveli stare ancora più simpatici, sappiate che il massiccio batterista Mauro Frison (che presta lo suo virile bussar di pelli anche agli Alternative 4 di Duncan Patterson) ricoprirà un ruolo (non sappiamo bene quale) nella prossima stagione (la quinta) di Game of Thrones.

Gente che invece non riesce proprio ad essere simpatica e che, probabilmente, non ha alcun interesse a risultare tale, ma che merita comunque un certo qualche rispetto sono i londinesi FEN. Li avevo trovati interessanti ai tempi di Epoch, il secondo album, pur essendo in piena trance agonistica da abuso di post black metal. Oggi che l’hype si è calmato e che le uscite discografiche di settore sembrano essere più sporadiche e attestatesi su una qualità che va dal buono ma niente di che al decisamente ‘sti cazzi, uno tende a rileggere certe proposte con maggiore lucidità, parlo per me ovviamente. Se dunque sembra che le chitarrine mandolinate (o come diavolo si dice), acustiche e sensibili, debbano essere una condicio sine qua il post-ismo non ha ragione di essere, pare anche evidente che la contaminazione fatta un po’ a cazzo di cane (volendo utilizzare una terminologia tecnica ed appropriata) debba essere l’altra colonna su cui poggia il peso di tutto l’architrave stilistico. Ebbene, in Carrion Skies, pur riconoscendovi tutte le caratteristiche di cui sopra, sembra predominare un atteggiamento meno costruito a tavolino e patinato. Li ricordo con piacere in una esibizione dal vivo di qualche tempo fa, l’infausto giorno in cui John Haughm osò rifiutare di farsi un selfie con Roberto Bargone. E in attesa che gli islandesi ARSTIDIR LIFSINS, una delle poche realtà del nordissimo Europa che veramente riesco ad apprezzare (insieme agli ottimi Solstafir), diano alle stampe il nuovo album, il cui titolo riportiamo per puro dovere di cronaca, Aldafǫðr ok munka dróttinn, dato per pronto già a settembre di quest’anno e poi scomparso dai radar, ci ascoltiamo dalla pagina Bandcamp del gruppo l’EP Þættir úr sǫgu norðrs. Nell’anno della débâcle degli Empyrium, ritroviamo negli Aristidinifinsinsirs un buon succedaneo in salsa pagana. (Charles)

puffins-fight3-hornoya-mrch2011-tamundsen-biotope

fan degli Árstíðir lífsins che pogano di brutto

 

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