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ALESTORM @Colony, Brescia 16.02.2016

20 febbraio 2016

Era un po’ che non incrociavo gli Alestorm dal vivo, dopo i fasti di un paio d’anni fa quando io e Ciccio li vedemmo tre volte in dodici mesi (Fosch, Traffic e il bosco stregato di Hansel & Gretel). Capirete che a questo punto la calata italiana del 2016 non si poteva assolutamente perdere, quindi è tempo di indossare i nostri cappelli da pirata comprati per l’occasione e spingerci fino alla zona industriale di Brescia, sede del Colony e di svariate specie di zanzare assassine che tendono a moltiplicarsi quando l’umidità padana raggiunge livelli da palafitte delle Everglades. La prima cosa che notiamo nell’appropinquarci è un mostruoso complesso industriale che sembra uscito da un incubo di Nathan Never, in cui spiccano tre giganteschi comignoli che buttano fuori una quantità spaventosa di fumo densissimo. Io passo spesso vicino all’Ilva di Taranto e una cosa del genere non l’ho mai vista neanche lì. È uno spettacolo talmente terrificante che iniziamo subito a formulare ipotesi su a cosa mai possano appartenere quei comignoli. Forni crematori? Tautologiche fabbriche di fumo? Il laboratorio del dottor Male? Poi invece ci passiamo vicino e notiamo che sul fianco c’è un’enorme scritta ‘VAPORE ACQUEO’, probabilmente messa per evitare scene di panico tra la popolazione. Il Colony si trova incastonato lì in mezzo, tra capannoni, sterpaglie e nebbia, ed è praticamente impossibile da raggiungere senza navigatore; peraltro a un certo punto si passa obbligatoriamente per una strettoia talmente buia e degradata da farci venire il sospetto che il nostro navigatore fosse stato manomesso a distanza da qualche abitante di qualche campo nomadi lì vicino allo scopo attirarci in trappola e vendere i nostri organi interni in cambio di mezzo chilo di rame. E invece la strada era esattamente quella.

Quando entriamo paghiamo i trentatré euro (trentatré euro. Non avete letto male) tra biglietto e tessera e ci fiondiamo subito sotto, ché è già partita l’intro. Partono con Keelhauled, il che mi pare sia una novità. Ho avuto Keelhauled come suoneria del telefono per un sacco di tempo e nonostante questo ho sempre fatto fatica a riconoscerla dal vivo; invece oggi è tutto molto più nitido e pulito, come se nel frattempo avessero imparato a suonare. Tempo cinque minuti ed è tutto più chiaro: sono sobri. Per la prima volta da quando li vedo suonare, sono tutti (relativamente) sobri. Certo, nella faccenda c’entra anche l’ingresso di Maté Bodor alla chitarra al posto dello storico Dani Evans, uno che partiva sempre favorito alle gare a chi beve di più durante le serate invernali quando fuori piove e non rimane altro da fare che rimanere sul divano a guardare film brutti insieme a qualche spirito affine e cinquanta lattine di Fink Brau; ma stavolta Christopher Bowes e soci hanno l’aria di chi si ricorda addirittura il proprio nome, una cosa davvero inedita per quanto mi riguarda. Le tesi al riguardo si sprecano: forse Bowes è cambiato dopo il matrimonio, o magari la moglie è la sua epatologa, oppure ha deciso di volare basso una serata su cinque, o forse è colpa del fatto che sono costretti a bere quell’inqualificabile intruglio annacquato a nome Corona – quando invece al Traffic gli avevano fatto montare un bar sul palco. Alla fine della fiera però, per la prima volta, vedo gli Alestorm fare un concerto vero e proprio, più che un enorme cazzeggio in cui devi aspettare il ritornello per riconoscere la canzone.

Il che risulta essere un po’ meno bello di quanto non sembri, a dir la verità. Come si usa dire, “bene ma non benissimo”. Vedere gli Alestorm sobri è come vedere i Dream Theater ubriachi marci, o gli Emperor con la kefiah al collo e Bard Faust che suona i bonghetti: ci si può concentrare meglio sui pezzi, certo, anche se non sarebbe una cosa così necessaria visto che si sta sempre col pugnetto in aria a cantare tutto a memoria. La scaletta è più o meno la solita, e dall’ultimo Sunset on the Golden Age suonano le prime quattro e la cover di Hangover. Ci si diverte, ovvio, e l’amore si spande per l’aere anche questa volta, ma quando attaccano la conclusiva Rum e Bowes non si butta a fare crowdsurfing hai davvero l’impressione che qualcosa sia cambiato. Magari mi aveva riconosciuto tra la folla come il tizio che l’aveva scaraventato al di là del bancone del bar del Traffic, o magari si era giustamente indispettito per tutte le persone che si sono sedute per terra a vogare durante Nancy the Tavern Wench, oppure è semplicemente colpa della Corona, non lo so. Ma la prossima volta spero di rivederli stentare a reggersi in piedi, perché alla fine dei conti è questa la loro vera ragion d’essere.

3 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    20 febbraio 2016 15:36

    CAZZO ma volete far sapere che siete a Brescia o no? Brutti culatoni, vi ospitavo a casa mia. Io c’ero, ecchecazzo, me lo dovete dire che vi offro da bere. Sono lì per UDO e per i Prophilax, mannaggia al vaticano sta cosa m’indispone.

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    • 23 febbraio 2016 11:22

      mi si perdoni, sono inqualificabile. a mia discolpa posso dire che abbiamo deciso all’ultimo momento di andare e che siamo arrivati a concerto appena cominciato. comunque ero l’unico di MS, quindi che la colpa ricada interamente sul mio capo.

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  2. Bonfo permalink
    23 febbraio 2016 22:07

    Mai nessuno aveva descritto meglio i dintorni post apocalittici e la strada da film horrror che porta al Colony.
    Onore comunque a chi lo gestisce e porta un sacco di gruppi a suonare qua in Italia che visti i tempi forse non verrebbero mai

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