Te lo do io il folk metal: WOLFSZEIT FESTIVAL 2012

Probabilmente non avrete mai sentito parlare dello Wolfszeit, perché è un festival minore dedicato al folk/pagan metal e sperduto tra le foreste della Turingia, in mezzo a lupi, cinghiali, sagre del bratwurst e nient’altro. Sono stati proprio questi i motivi per cui io e Ciccio ci siamo andati, nonostante un bill decisamente sottotono: ad andare al Wacken sono buoni tutti, ma in Turingia assaporeremo la vera atmosfera del metallo tetesco. Eppure ognuno dei motivi sopracitati si è rivoltato contro di noi.

Ha organizzato tutto Ciccio. Eh sì, mi sono fidato. Sembrava così sicuro di sé, mentre mi spiegava il programma. Fidati, ho organizzato tutto nei minimi dettagli, diceva. Allora, ci vediamo a Lipsia, dormiamo lì, poi prendiamo 32 treni, 45 pullman, magari per andare lì prendiamo un taxi, poi facciamo un giro qui, andiamo a vedere lì, eccetera. E fidiamoci, tanto siamo in Germania, che potrà mai succedere di così imponderabile? Ho riflettuto molto su questo mio ingenuo pensiero mentre rischiavamo di venire sbranati da un branco di lupi di pura razza ariana. Ho iniziato a subodorare qualcosa già quando, prima della partenza, ho chiesto a Ciccio se l’ostello di fronte alla stazione di Lipsia avesse il bagno in camera, e lui mi ha risposto “Ora questo dettaglio non me lo ricordo“; e per lui questo è un dettaglio, perché, nel coloratissimo mondo fatato in cui Ciccio vive, gli ostelli di fronte alle stazioni delle grandi città sono di solito così tranquilli e puliti e ben frequentati che un eventuale bagno comune avrebbe effetti corroboranti sul corpo, sullo spirito e sul sistema immunitario. Diciamo che lo Wolfszeit Festival è probabilmente stata l’esperienza più allucinante della mia vita™, di gran lunga più devastante di quella volta in cui un noto pregiudicato delle mie parti riuscì a infilarsi nella macchina di un mio amico, costringendoci a scarrozzarlo per un’ora tra vie sterrate mentre ci parlava delle sue esperienze di galera e guardava nervosamente fuori dal finestrino toccandosi qualcosa che aveva nelle tasche dei pantaloni. Forse è meglio partire dall’inizio.

il ragionier Filini, nume tutelare del viaggio

Arrivo all’aeroporto di Lipsia il giovedì sera, e faccio la conoscenza di un aquilano con un enorme zaino da viaggio; mi racconta che giù a L’Aquila la situazione è critica, quindi ha deciso di partire per la Germania un po’ allo sbaraglio e rimanervi un mese e mezzo, alla ricerca di qualche lavoretto per vivacchiare o magari stabilirsi definitivamente. Il suo obiettivo è andare a Berlino, mi dice; anche quella sera stessa, se non dovesse trovare una sistemazione a Lipsia. Non vedrò più il piccolo aquilano punkabbestia, ma il suo pensiero sarà una costante del viaggio. Dal canto suo Lipsia ha tutta l’aria di un posto fuori da qualsiasi coordinata spaziotemporale. La stazione è pulitissima, non c’è un immigrato neanche a pagarlo e se ci passi di notte le uniche persone che trovi sono tedeschi di mezza età che portano il cane a passeggio, roba che se lo fai alla stazione di Milano prima ti derubano anche delle mutande e poi si mangiano il cane. In realtà sembrano non esserci immigrati neanche in città: sono tutti biondi con gli occhi azzurri, mangiano enormi costolette di maiale e ti guardano storto, probabilmente chiedendosi a che razza appartieni, rifiutandosi categoricamente di parlare qualsiasi altra lingua che non sia quella del sacro popolo germanico. Non sono mai stato trattato così male in vita mia: i vigili si rifiutano di darti indicazioni, le cameriere ti sbattono il piatto davanti e gli avventori dei tavoli vicini ti guardano con astio malcelato. L’ostilità verso il forestiero si esplica anche in enormi blocchi di cemento disseminati intorno alla stazione (altezza stinco, troppo bassi per sedersi e disposti in maniera troppo irregolare per essere funzionali a qualcosa) e alle piste ciclabili indistinguibili dal percorso pedonale, nella speranza che l’indesiderato forestiero si spezzi il femore o venga investito da una bicicletta mentre passeggia sul marciapiede.

L’atmosfera è surreale. Hostel potevano girarlo qui. Sono tutti tedeschi, anche quelli addetti ai lavori più umili e solitamente destinati agli immigrati. Nella sala colazione c’è un cartello che invita a rimettere i piatti sporchi sul carrello, ed è scritto solo in italiano e spagnolo. Non tedesco, né inglese. Solo italiano e spagnolo. Mentre monta il risentimento per questi mangiapatate sciovinisti che ancora stavano sugli alberi mentre noi eravamo già ricchioni, e mentre la biondissima signora che lava le scale ci guarda come si guarderebbe un topo morto, ci chiediamo se in realtà non succeda già qualcosa tipo Hostel da queste parti, e se l’aquilano col megazaino non abbia passato la notte legato su una sedia con il nervo ottico penzoloni e la gamba tranciata da una motosega. Risaliamo verso la stanza e troviamo, su di una porta seminascosta al primo piano, un cartello con su scritto LAGER. Forse è meglio che ce ne andiamo da Lipsia. 

Prendiamo un treno e arriviamo a Jena. È una gradevolissima cittadina universitaria, una specie di Urbino tedesca, a misura d’uomo, con persone finalmente normali, che si sforzano di parlare inglese, e piena di studenti da tutta Europa. Le cose da ricordare:
1-l’addetto al fast food della stazione degli autobus che, di fronte a una richiesta di informazioni sugli orari, risponde “I have no information to give, I’m just Pizza Hot”.
2-la prima birra delle undici di mattina della mia vita; a dire la verità le birre erano due a testa, ma a nostra discolpa posso dire che l’abbiamo fatto per meglio assimilarci alle usanze locali.
3-l’happy hour del suddetto pub, che cominciava alle 14 e finiva alle 17.

Dopo questa piccola pausa, arriviamo al nostro albergo a Neustadt, un paesino della Turingia. All’impacciatissima cavallona di due metri alla reception chiediamo qualche numero per i taxi; lei però parla l’inglese come io parlo lo spagnolo (so dire vamos a bailar esta vida nueva e asi es Maria tan caliente y fria), anche se alla fine riesce a scriverci i numeri di quattro-cinque centralini ma soprattutto il numero di un certo signor David Lipinski, che a suo dire ci avrebbe scarrozzato ovunque alla metà del prezzo. La figura di Lipinski, forse presagendo quello che sarebbe successo dopo, l’ho associata subito a quella di un sicario di un film di Tarantino, ben vestito, serissimo, incazzoso e tendente a scoppi d’ira per futili motivi.

affisso fuori dall’albergo a Neustadt

Prendiamo un bus e arriviamo in un altro paesino, Schleiz, da cui sarebbero dovute partire le navette per il concerto. Ovviamente le navette non esistevano. Il programma diabolico di Ciccio Russo inizia a mostrare le prime crepe, e in lontananza inizia a percepirsi una vaga scia di puzza di merda. Pensiamo già a chiamare Lipinski, ma non lo facciamo perché a causa dei nostri viaggi mentali il tipo ci mette già in soggezione pur non conoscendolo. Dopo un po’ raccattiamo tre metallari sperduti e prendiamo un taxi. La strada verso il Wolfszeit attraversa foreste, campi di mais e panorami agresti senza traccia di intervento umano; chiediamo al tassista se all’uscita dal concerto troveremo qualche taxi, e lui dice che sicuramente sì, ne troveremo qualcuno. Finalmente arriviamo al posto: ci controllano le magliette, assicurandosi che i gruppi ivi esposti non rientrino nella loro lista nera di band criptonaziste proibite nell’area del concerto. Io avevo una maglia di Burzum, ma sulla lista non c’era e non mi hanno detto nulla. Boh.

Il posto è completamente immerso nella foresta. Gli astanti saranno duemila, ovviamente tutti crucchi. Per un’ora non succede niente, perché il set dei MENHIR è saltato e, in maniera molto tedesca, si è preferito mantenere il programma immutato piuttosto che anticipare l’inizio del gruppo successivo dando più spazio agli headliner. Cazzeggiamo un po’. Chi vuole mangiare ha due opzioni: salsiccia o bistecca. E basta.

metallari sì, ma con sobrietà

C’è gente di ogni tipo, con particolare menzione per gli pseudovichinghi vestiti di pellicce finte e gli ultracinquantenni solitari dall’aspetto e l’atteggiamento dei bravi nonnini con l’unico particolare straniante delle maglie dei gruppi black stupramadonne. In particolare c’era un distinto signore che si aggirava con le mani giunte dietro la schiena da bravo umaréll e la maglia dei CORONATUS, tamarrissimo gruppo gotico pipparolo tetesco di cui io e Ciccio rimembriamo con affetto il singolone acchiappone Scream Of A Butterfly perché fu uno degli ultimissimi promo che ci arrivò per il Metal Shock cartaceo. In un angolo poi c’è uno stand dedicato all’odinismo (…) con riproduzioni di elmi, spade, martelli di Thor e varie magliette con frasi bellicose rivolte alle altrui divinità; la baracca era gestita da due tizi vestiti da druidi, convintissimi, che abbiamo chiaramente rinominato Panoramix 1 e 2. Codesti tizi intrattenevano i curiosi parlando di quanto sia bello essere odinisti e pagani, manco fossero dei Testimoni di Geova dell’ottavo secolo. La loro riscossa morale è arrivata quando hanno rincorso un tizio grande e grosso, completamente ubriaco, che li stava derubando di una ventina di magliette. Pur essendo la metà di quest’ultimo (e pur essendo vestiti come due mentecatti a cui nessuno avrebbe dato una lira), lo hanno preso a brutto muso e gli hanno anche lanciato il cappellino per terra, fissandolo negli occhi da venti centimetri e facendolo andare via con la coda tra le gambe. Questa è la forza che Odino infonde nei suoi seguaci, cari fratelli del vero metal. Pensateci, la prossima volta che dovrete scegliere a chi dare l’otto per mille.

Continuiamo con la quarantesima birra della giornata e alla fine arriva il set acustico dei DORNENREICH, attesissimi dal pubblico che li omaggia con cori e grande sfoggio di magliette dedicate. Anche i tipi con cui avevamo preso il taxi ne parlavano con trepidazione. Io devo avere un loro disco da qualche parte, forse. Comunque lo spettacolino dura quasi un’ora e potrebbe essere usato in una guerra di trincea per fiaccare le resistenze fisiche del nemico. Ai tedeschi piace parecchio, ma trattasi perlopiù di un tentativo grossolano di neofolk con un cantante sfiatato e un violinista che ci crede tantissimo e si agita. Rimandiamo il giudizio al set elettrico del giorno dopo (sì, hanno suonato entrambe le giornate) e passiamo ai VREID, onesti portatori d’acqua black’n’roll nati dalle ceneri dei Windir. Non si alza nessun coro per Valfar, ma ormai ci saranno abituati. Non c’è niente di particolare da dire su di loro, tranne che svolgono bene il proprio mestiere e suonano un’ora senza annoiare. I Vreid sono dei perfetti portabandiera del black metal norvegese degli ultimi dieci anni, quando cioè quest’ultimo ha smesso di contare qualcosa.

Arrivano finalmente sul palco gli ALESTORM, e ci cazzeggiano un bel po’ perché per qualche motivo si fanno il soundcheck da soli. Non sono vestiti da pirati, anzi Christopher Bowes sfoggia un paio di pantaloni da operaio color giallo canarino. La scenografia è costituita da un enorme e pixellosissimo screenshot di Monkey Island 2. Io e Ciccio riusciamo a ficcarci in prima fila, attaccati alla transenna, vicino ad un tedeschino alto un metro e cinquanta che per tutta la durata del soundcheck canta Back Through Time dando pacche sulla spalla di un suo amico che nel frattempo limona con la tipa.

tanto per capire di chi stiamo parlando, questa era la scenografia degli Alestorm

Iniziano a cantare ed è il delirio. Hello Germany, we’re Alestorm and we’re alcoholics. La scaletta è grossomodo quella che sognavo facessero, specie per quanto riguarda il debutto Captain Morgan’s Revenge rifatto quasi per intero. Cantiamo a memoria quello che c’è da cantare a memoria e ci abbracciamo col nano tedesco e i suoi amici nei momenti più alti (Nancy The Tavern Wench, Captain Morgan, Keelhauled, Wenches And Mead, Shipwrecked). Bowes è un saltimbanco, e fa talmente tanto casino che si sono portati dietro un tastierista fisso perché lui per fare il cazzone spesso si dimentica di suonare la sua tastiera a tracolla. Era da tantissimo che non mi divertivo così tanto ad un concerto; loro saranno anche impediti tecnicamente (a parte il batterista, senza il quale forse non riuscirebbero nemmeno a tenere il tempo) però sono a loro perfetto agio sul palco e ci fanno dimenticare i nostri dolorosi affanni. Il power metal, che bella cosa. Il fatto che gli Alestorm c’entrino pochissimo col resto del bill vale anche per il concept lirico: loro sono fondamentalmente degli scozzesi cazzeggioni chiamati tempesta di birra che cantano filastrocche su pirati alcolisti in mezzo a un festival di seriosissimi gruppi germanici grim & frostbitten che invocano il dio Odino magnificando il girare per i boschi in comunione con folletti e spiritelli. Ironicamente, la titletrack dell’ultimo album parla proprio dei pirati scozzesi che vanno indietro nel tempo per combattere i vichinghi; e non sappiamo come abbiano reagito i due Panoramix all’ascolto delle strofe you put your faith in Odin and Thor / we pur ours in cannons and whores / your viking gods won’t save you now / when the pirates strike from the starboard bow e ancora the vikings prayed for mercy as we cut their throats / but their worthless gods did not hear their cries. Supponiamo, comunque, che i due druidi barbuti abbiano fatto il solenne giuramento odinico di impiccare Bowes e la sua cricca di alcolizzati britannici per bere il loro sangue traendone la conoscenza necessaria per cucinare l’haggis. Bowes che peraltro conclude il concerto con un crowdsurfing estremo, nuotando sulla folla fino al mixer mentre la band finiva di suonare Rum. Un consiglio: se passano dalle vostre parti non perdeteveli per nessuna ragione al mondo.

Gli HELRUNAR chiudono la prima giornata timbrando il cartellino col loro black metal tedesco senza particolari picchi.  Sono molto avvantaggiati dall’atmosfera (è mezzanotte in mezzo a una foresta infestata dai lupi, voglio dire), e quindi il loro concerto è più godibile del normale. Io inizio già a pensare a come tornare a casa. La figura di LIPINSKI ormai nella mia mente ha assunto contorni mitologici, e me lo immagino come Harvey Keitel, che risolve problemi. Andiamo dove dovrebbero stare i taxi, e i taxi non ci sono. Dobbiamo chiamare Lipinski. È l’una di notte, e speriamo vivamente che il tipo sia ancora attivo. Abbiamo poco credito sui telefonini, il che essendo all’estero vuol dire avere i secondi contati. Ciccio chiama Lipinski; da questa telefonata potrebbe dipendere la nostra vita. Un tizio risponde all’altro capo del telefono. Ciccio esordisce con “Hello, DEVID?”. Quello gli sbatte il telefono in faccia. “Ciccio, mannaggia il sacrestano che ti ha cresimato, perché madonna lo hai chiamato DEVID e non herr Lipinski?” “Eh, non lo so. Dici che ho fatto male?”.

Siamo nella merda. Sono nella merda, perché se Ciccio è riuscito ad arrivare vivo a 31 anni vuol dire che ha parecchi santi in paradiso a proteggerlo. Io non ne ho, e in più quaggiù ho pure Ciccio. Iniziamo a chiamare i numeri dei taxi. La maggior parte non risponde, alcuni sì; ma in tedesco. Non capiscono niente di ciò che diciamo, e questo è molto grave, anche perché il credito al cellulare sta per finire. Cerchiamo di fermare qualcuno che possa farci da interprete; nessuno parla inglese, fino a che una tipa misericordiosa ha pietà di noi e cerca di parlare col centralino. Quest’ultimo non riesce neanche a capire dov’è il luogo del concerto, poi ci finisce il credito, e noi siamo sempre più nella merda. Chiediamo aiuto a quelli dell’organizzazione, che ci spiegano che questo è un concerto inteso per i campeggiatori, e non c’è alcun modo per raggiungere i paesi vicini. “Siete venuti dall’Italia, dicono, e non vi siete informati? Era tutto scritto sul sito”. Vagli a spiegare. Disperatissimi, fermiamo tre tizi che pare stiano andando verso la macchina. Sono ubriachi come delle pesche a mollo nella sangria, ma noi siamo davvero disperati. Gli offriamo soldi per accompagnarci nel paesino dell’albergo, o  quantomeno se perfavore ci possono lasciare in qualche cazzo di posto civilizzato che sia di strada a loro. Dopo un tira e molla infinito riusciamo a salire in macchina e veniamo sbattuti fuori a solo un chilometro dal luogo del concerto, in un buco di culo chiamato Crispendorf, 400 abitanti scoiattoli inclusi. Non c’è niente lì. Siamo nella merda fino al collo. Ciccio inizia a piagnucolare scuse. La situazione è tragica. O rimaniamo lì all’addiaccio, rischiando di morire di freddo (il termometro segnava 2 gradi), oppure ci mettiamo la strada sotto i piedi e andiamo incontro al nostro destino. Il paesino da cui abbiamo preso il taxi, Schleiz, è a dieci chilometri. Da lì partirà un bus per l’albergo alle 7 di mattina. Sempre meglio che l’assideramento e la noia. Decidiamo di farci i dieci chilometri a piedi. Iniziamo a camminare.

Sembra di stare in una pubblicità delle automobili. La strada è una perfetta striscia di asfalto che taglia una natura incontaminata e selvaggia. Non c’è illuminazione stradale, e le nuvole coprono la luna: il buio è totale, tanto che per leggere la segnaletica dobbiamo mettere la faccia a un metro dai cartelli. Potrebbe sbucare qualsiasi animale dalla vegetazione e noi non ce ne accorgeremmo; e io passo tutto il tempo a chiedermi se potremmo avere più possibilità contro un cinghiale o contro un lupo. Quando la strada entra dentro i boschi sentiamo rami che si spezzano e rumori di passi veloci a pochissimi metri da noi, e non è bello. Se ci fosse stato Michele Romani si sarebbe arrampicato su un albero gridando un testo degli Emperor a caso. Ogni tanto, giusto per ricordarci che siamo cresciuti leggendo racconti ottocenteschi dell’orrore e che il nostro senso della paura è basato su quello, passiamo accanto a delle chiesette gotiche abbandonate, con guglie altissime e lapidi tutt’intorno. Ho bestemmiato così tanto che mi sarei guadagnato un bel posto in prima fila all’inferno, se non fosse che sono stato enormemente di buon cuore a non uccidere Ciccio, lasciando poi la sua carcassa in pasto alla fauna selvatica. La strada sembra non finire mai; passiamo anche attraverso un altro minuscolo paesino ma le finestre sono tutte chiuse e le luci spente, tipo il villaggio di Dracula. Se non è bosco sono campi di mais, che -come insegnano i film americani- sono l’habitat delle cose più spaventose immaginabili da mente umana. Ciccio è dietro di me e continua a piagnucolare scuse e richieste di perdono; io gli dico di stare zitto, per non attirare i lupi. Ogni curva è motivo di terrore atavico: ci sono alberi dappertutto, non si vede che cazzo c’è dietro e ogni tanto si scorge qualcosa muoversi tra le fronde. L’ironia è scopertissima: siamo andati in mezzo al nulla per assaporare l’atmosfera folk metal fino in fondo, e siamo finiti a camminare tra boschi epici e maligni infestati da lupi e chiese gotiche abbandonate, al freddo e al buio, cercando di non finire sbranati vivi o rapiti da qualche troll della foresta.

non so se avete presente

Dopo un’ora e mezza arriviamo a Schleiz. Freddo e gelo per ore, poi alle sette arriva il bus e torniamo in albergo. Ve la faccio breve: ovviamente non abbiamo presenziato al secondo giorno, perdendoci Ensiferum, Nocte Obducta e Arkona, e ci siamo fatti un giro per la Turingia. Dove, peraltro, il sabato sera chiude tutto alle dieci e la concezione massima di divertimento consiste nell’andare al bowling a mangiare salsicce. Il viaggio di ritorno, capolavoro tattico della premiata organizzazione Ciccio Russo, prendeva tutta la giornata di domenica e consisteva in un’ora di bus, un pomeriggio di nulla a Jena (anche se quantomeno a Jena le cameriere sono simpatiche, ti sorridono e sono più espansive degli orsi bruni grim & frostbitten che spillano birra solitamente in Turingia), poi quattro ore di treno per Francoforte, tre ore di nulla al MacDonald’s della stazione di Francoforte tra tossici molesti, turchi luridi che dormivano coi piedi nudi appoggiati sui tavoli e magrebini alcolizzati all’ultimo stadio di cirrosi epatica, e per finire un’ora e mezza nel gremitissimo autobus per l’aeroporto, questa volta in mezzo a fighetti minorenni milanesi e, come very special guest, un arabo malato di lebbra. Di lebbra, mannaggia alla pentecoste, sul pullman a due metri da me!

Questa è stata la mia esperienza allo Wolfszeit Festival 2012. In uno degli stand avrei voluto comprare un telo da mare con su scritto HEADBANGERS DO NOT SHOWER, ma ho rimandato l’acquisto al secondo giorno e poi non ci sono andato più. Da questo lungo weekend di fuoco ho imparato due cose fondamentali: 1-non fare organizzare mai più niente a Ciccio Russo (col corollario chi fa da sé fa per tre ovviamente non applicabile allo stesso Ciccio) e 2-non rimandare al giorno dopo un acquisto che puoi fare subito. Un pensiero al povero aquilano, al momento probabilmente appeso a un gancio da macellaio in una cantina di Lipsia, ridotto a torso umano e con i moncherini immersi in secchi di sale stile Texas Chainsaw Massacre. Un pensiero anche al cane che passeggiava per il centro di Neustadt facendo il passo dell’oca, ai due Panoramix tuttora pieni di rancore verso gli scozzesi miscredenti, e alla generosa cameriera del tapas bar Picassos di Jena, che ha riportato la normalità dopo tre giorni passati fuori dal mondo civilizzato. Se un giorno siete in Germania e volete uccidere qualcuno, io ho ancora il numero di Lipinski. Fatemi sapere. (barg)

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