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GRAVE DIGGER – The Clans Are Still Marching (Napalm)

26 aprile 2011

È la sera del 20 aprile, sono imbalsamato sul letto durante l’intervallo della partita di coppa Italia in preda ad una fame mostruosa ma 1-piuttosto che alzarmi preferirei farmi mangiare vivo dagli zombi 2-la cucina è al piano di sotto, dovrei cucinare la pasta e quindi mi perderei buona parte del secondo tempo. Così, mi sono detto, se fino alla fine della partita non posso mangiare quantomeno posso recensire i Grave Digger. Perché voi saprete bene che i Grave Digger sono i principali esponenti di quel tipo di metallo tetesco cafone e birraiolo che ti evoca immagini di gioviali osterie di montagna in cui ci sono tutti questi simpatici baffoni che brindano con boccali da un litro e mangiano cosciotti di maiale arrostiti con le patate e i crauti. Qui Chris Boltendahl e compagni ci vanno giù di scialo pesante e ci stupiscono con i fuochi d’artificio, i botti e le granate all’uranio impoverito: hanno rifatto dal vivo tutto Tunes Of War, il loro capolavoro del 1996. Per riempire il cd ci hanno messo anche l’encore: Ballad Of A Hangman, Excalibur ed Heavy Metal Breakdown. Le prime due sono scelte un po’ del cazzo, ma così va la vita.

una delicata specialità tedesca

Excalibur mi ricorda le polpette al sugo della mamma di Gianmarco, il mio compagno di banco del liceo conosciuto volgarmente come Mbà, soprannome derivato da un intercalare del suo paesello che lui ripete in continuazione e che è la contrazione di compare. Perché mi ricorda le polpette al sugo della mamma di Gianmarco, nonché le di lei inumane patatine fritte con la maionese fatta in casa? È presto detto. In primo luogo ho una fame della madonna. Del resto, è la sera del 20 aprile. In secondo luogo Excalibur mi fu rubato dalla macchina della mamma di Gianmarco. In realtà mi rubarono più cd di quanto valesse il lunotto posteriore spaccato per rubarli, ma tra di essi c’era anche Excalibur. E in questo momento, per qualche motivo, se sento William Wallace (Braveheart) mi immagino il camino di Mbà con dentro un enorme porco, sugoso e grondante grasso, che gira su se stesso rosolandosi a puntino la cotenna, e io là davanti che brandisco epicamente un grosso spiedo cantando I’LL KILL UNTIL MY BLOOD! RUNS! DRY! Il tutto mentre la mamma di Mbà mi chiede se voglio il bis di fettuccine ai funghi. Il fatto poi è che Tunes Of War è un album che ho sentito migliaia di volte, e mi prende proprio bene. Questa musica acquista valore col numero degli ascolti, perché dà il meglio se ti viene da cantarla.

The Clans Are Still Marching riprende fedelmente la scaletta di Tunes Of War, quindi  l’apertura è affidata a The Brave, il vecchio inno nazionale scozzese riarrangiato in maniera tetesca. Penso sia una delle più belle intro che abbia mai sentito. Scotland United segue come da copione, con quell’attacco mostruoso e quel riff stritolaossa e squartabambini che ti fa maledire il fatto che non ti trovi in aperta campagna e non puoi fare l’urlo iniziale all’unisono con Boltendahl. Qui l’urlo non c’è ma non fa nulla, lo facciamo noi al posto suo. Il coro united, united we stand forever and ever già ti riporta ad immagini di tedeschi abbracciati con la birra in mano, in quella fase dello stordimento alcolico in cui vuoi bene a tutti e soprattutto ai tuoi commensali. Arriva The Dark Of The Sun, impossibile da non perderci la voce a cantarla facendo roteare per aria la forchetta con la salsiccia che stavi mangiando. Poi William Wallace (Braveheart) con il suo climax lirico: la sua fase più riflessiva mentre William racconta di essere costretto dagli eventi a usare la spada; e la parte finale, in cui William si incazza e promette morte sulla testa dei suoi nemici. Questo è il momento del pasto in cui si mangia qualche cantuccino, riflettendo e traendo esempio dalla vicenda umana dell’eroe scozzese. The Bruce è il pezzo manowariano del disco, adatto per una portata di carne bella ignorante. Cibo duro da assimilare, esattamente come i ritmi sulfurei e marziali della canzone dedicata a Roberto I di Scozia. Una volta andai ad Edimburgo e mangiai l’haggis, il piatto nazionale scozzese per la cui descrizione rimando a wikipedia:

L’haggis è un insaccato di interiora di pecora (cuore, polmone, fegato) macinate insieme a cipolla, grasso di rognone, farina d’avena, sale e spezie, mescolati con brodo e bollite tradizionalmente nello stomaco dell’animale per circa tre ore. 

lo stomaco di pecora racchiude un raffinato piatto di nouvelle cuisine

Una cosa devastante. Una delle cose più buone che abbia mai mangiato, ma semplicemente devastante. Lo feci assaggiare ai miei compagni di viaggio, ma gli dissi che cos’era solo mentre lo stavano masticando. Uno di loro sputò tutto nel piatto, agli altri piacque. Ecco, l’haggis è perfetto per The Bruce.

La scelta di The Battle Of Flodden come canzone successiva nella scaletta è magistrale. Un pezzo arioso, melodico, trascinante, perfetto per riprendere fiato. Qui i boccali di birra vengono riempiti di nuovo fino all’orlo, e si beve ridendo con la bocca ancora piena  e posando il boccale solo per fare air guitar durante l’assolo. Le melodie decisamente power metal fanno in modo che arrivi alla fine del pezzo che ti sei bevuto quasi tutto. È il momento di The Ballad of Mary (Queen of Scots), struggente ballata in cui è Maria Stuarda a raccontare le sue disgrazie. È tempo di riflessione, di silenzio. I commensali si raccolgono in sé stessi ed empatizzano con la regina scozzese, guardando nel bicchiere e perdendo il senso del tempo, aiutati in questo dalla digestione pesante e dal litro e mezzo di birra a testa che si sono scolati. Per l’occasione Boltendahl ha chiamato anche Doro Pesch, ed è proprio lei a pronunciare

eighteen years, a living hell

il momento topico del pezzo, in cui i commensali sbronzi e satolli scuotono la testa pensando alle ingiustizie della sventurata Mary.

silence
silence, everywhere

Ma non c’è cosciotto di maiale nello stomaco che tenga: alla fine del pezzo si elevano sommesse le voci a intonare lo straziante ritornello che si ripete fino alla conclusione. E non c’è tempo di riposarsi troppo, perché la Scozia ha bisogno di libertà e le portate ricominciano ad arrivare. E arriva anche The Truth, il pezzo più tetesco del disco, un midtempo con tanto di riffone da pugno in aria e chitarre che fischiano.

luca toni, uno che si era ambientato benissimo

Inga, la locandiera, come un dj che mette i dischi a seconda dell’atmosfera del pubblico in pista, capisce che è il momento per una sperlunga di ali di pollo in salsa barbecue e patatine fritte, una portata che si può mangiare con una mano sola, distrattamente, e che dura anche il tempo di Cry For Freedom e Killing Time, durante la quale i boccali vengono riempiti di nuovo e la tavolata ricomincia a scaldarsi. Sarebbe l’ora del dolce, ma non si può. Perché il dolce non lega con la birra e c’è bisogno di tanta birra quando lo stereo comincia a diffondere le prime note di Rebellion, uno dei più grandi inni da stadio del metallo europeo. Qui per l’occasione c’è la partecipazione dei Van Canto e addirittura di Hansi Kursch. I Grave Digger ed Hansi Kursch insieme metterebbero fame anche a uno che si è appena mangiato Charles Buscemi intero, quindi i nostri commensali sbocconcellano qualche avanzo rimasto nel piatto, annaffiando il tutto con altra birra e guardandosi l’un l’altro con sguardo complice mentre cantano a sguarciagola il ritornello, pensando che la gente normale non sa proprio che si perde.

Culloden Muir, come nel disco, è un momento di decompressione. Ci si siede, si tirano fuori i pacchetti di sigarette, c’è già qualcuno che va via. Arrivano il caffè, l’ammazzacaffè, l’amaretto, il Toscanello e nel frattempo scorrono le citate Ballad Of A Hangman, Excalibur ed Heavy Metal Breakdown. Ci si alza dal desco felici, sazi e ubriachi, pensando che là fuori il mondo potrà pure andare in merda, ma noi almeno abbiamo l’heavy metal. E chi ha l’heavy metal non perderà mai. (barg)

Chi non canta il ritornello è un figlio di puttana.

THE CLANS ARE MARCHING ‘GAINST THE LAW
BAGPIPERS PLAY THE TUNES OF WAR
DEATH OR GLORY I WILL FIND
REBELLION ON MY MIND

26 commenti leave one →
  1. alessandro colombini permalink
    26 aprile 2011 12:57

    Epico. Noi almeno abbiamo l’heavy metal.

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  2. Arkady permalink
    26 aprile 2011 13:49

    tu sei il mio messia personale

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  3. Daniele permalink
    26 aprile 2011 14:59

    Lo penso sempre, dopo una giornata di merda e pensieri malinconici quando metto su un disco in macchina… Almeno c’è il metal…

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  4. sergente kabukiman permalink
    26 aprile 2011 17:00

    e chi non ha l’heavy metal può andare a fare in culo perchè è una persona triste

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  5. Er primo Pescecane permalink
    27 aprile 2011 01:39

    L’haggis sembra il cadavere di pac-man.

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  6. Er primo Pescecane permalink
    27 aprile 2011 01:47

    Sto già sudando solo a guardare il video di Rebellion. Deve essere stato un concerto fantastico.

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  7. certaindeath permalink
    27 aprile 2011 23:44

    Mbà Roberto è il miglior giornalista sulla piazza, niente da dire.

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  8. Manuel permalink
    2 maggio 2011 15:53

    Il belo dell’Heavy Metal è che è bello, e chi non è d’accordo cazzi suoi.

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  9. Capitan Impallo permalink
    10 dicembre 2011 16:34

    Io c’ero, è stato un concerto DELLA MADONNA, e me lo sono fatto tutto con dietro un tetescone di due metri che cantava tutti i testi in growl…la gente non sa cosa si perde…

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